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Omicidio Portoraro, da pacificatore a personaggio scomodo per chi comanda nella Sibaritide?

Omicidio Portoraro, da pacificatore a personaggio scomodo per chi comanda nella Sibaritide?

Un delitto eccellente, quello di Leonardo Portoraro, ucciso con più di trenta proiettili di vario calibro che lo hanno colpito in tanti punti del corpo, dinanzi all’attività di famiglia, in cui si trovava poco prima di mezzogiorno, pensando probabilmente di non correre alcun pericolo per la sua incolumità.

Un omicidio commesso con un’esecuzione tipica dell’agire mafioso che non lascia alcun dubbio sui possibili mandanti e autori dell’assassinio del 63enne, in passato condannato per associazione mafiosa nel processo “Galassia”, indicato quale partecipe di tanti omicidi, ma sempre assolto dalla giustizia.

Cosa è successo nell’ultimo periodo per scatenare l’ira della ’ndrangheta, al punto di uccidere un personaggio di grosso calibro nel panorama criminale e non solo della Sibaritide? Se lo stanno chiedendo da quasi 24 ore i magistrati della Dda di Catanzaro e i carabinieri del Comando Provinciale di Cosenza, al lavoro per risolvere un omicidio molto complesso.

Si parte da un dato certo che gli investigatori, evidentemente, ne erano già a conoscenza. Ovvero, da quel passaggio narrato nella relazione della Direzione Nazionale Antimafia che, ieri, abbiamo riportato integralmente. I magistrati, infatti, già nel 2016 erano consapevoli che Portoraro, una volta uscito dal carcere, avrebbe cercato di riorganizzarsi, assumendo un ruolo di mediatore tra i gruppi contrapposti che nei primi anni del 2000 erano stati protagonisti della guerra di mafia nella Sibaritide.

I carabinieri, quindi, vogliono approfondire questo aspetto: è possibile che Portoraro fosse passato dal ruolo di pacificatore, quindi rispettoso degli accordi su finanziamenti e altri flussi denari collegati alla sua attività imprenditoriale, a personaggio scomodo, con l’intento di avere la supremazia su interessi specifici? E’ la prima ipotesi a cui lavorano il procuratore aggiunto della Dda di Catanzaro, Vincenzo Luberto, insieme ai pubblici ministeri Domenico Guarascio e Domenico Assumma.

La nuova vita di Portoraro infatti era improntata nel far crescere la sua ditta edile, capace di lavorare proprio su grandi opere pubbliche che, da qui a poco, dovranno essere realizzate nella zona Jonica cosentina. Tanto per citarne una il completamento della 106 Jonica. Come non verrà tralasciata la pista che porta a possibili condizionamenti per alcuni lavori pubblici nel comune di Cassano all’Jonio.

I carabinieri, finora, hanno raccolto diversi elementi indiziari che potrebbero portare l’indagine verso una direzione ben precisa. A cominciare dall’auto utilizzata dai killer, trovata bruciata in contrada San Francesco a Villapiana, proseguendo nelle telecamere di videosorveglianza che a breve chiariranno se a sparare sia stata solo una persona o se più soggetti abbiano premuto il grilletto.

Altro aspetto da chiarire, è quello relativo alla direzione presa dai killer una volta andata a segno l’esecuzione mortale del 63enne, originario di Francavilla Marittima. In tal senso, saranno visionati tanti filmati che portano a pensare che gli esecutori materiali del delitto di mafia siano ripartiti verso sud. E questa ipotesi, forse, potrebbe aprire nuovi scenari relativi ai mandanti.

Infatti, come insegnano le storie processuali di tante inchieste antimafia, in cui sono stati trattati omicidi eccellenti come quello di Portoraro, un assassinio simile non può essere stato deciso e realizzato senza l’assenso di altre cosche calabresi. E in particolare, riferiscono gli inquirenti, quelle del Crotonese, che hanno più di un’influenza nella Sibaritide, territorio in cui il gruppo degli “zingari” di Cassano all’Jonio controlla ormai da anni, grazie alle alleanze sancite con i clan di Corigliano e Rossano. Aspetti che la Dda di Catanzaro terrà in forte considerazione, avendo ben chiaro che in determinate zone non succede nulla fin quando chi le domina non decide di alzare il tiro. (Antonio Alizzi)

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