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Delitto Taranto, ecco perché la Cassazione ha annullato la condanna di Mignolo

Delitto Taranto, ecco perché la Cassazione ha annullato la condanna di Mignolo

Delitto Taranto, ecco perché la Cassazione ha annullato la condanna di Mignolo. Sarà necessario un nuovo processo d’appello.

La Cassazione spiega i motivi che hanno fatto propendere per l’annullamento con rinvio della condanna di Domenico Mignolo, accusato di aver ucciso Antonio Taranto a fine marzo 2015. Tutto è circoscritto al ritrovamento dei due bossoli sulla strada rispetto al punto in cui si sarebbe trovato l’uomo del clan “Rango-zingari”. Una tesi incompatibile per la linea difensiva, valida per la procura di Cosenza, ma illogica per gli ermellini i quali ritengono non adeguatamente motivata la sentenza di secondo grado. Sentenza, quella della Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro, che va in contrasto con quanto affermato dal tribunale di Cosenza.

All’epoca infatti il giudice Alfredo Cosenza riteneva che Mignolo avesse sparato dal balcone e successivamente sarebbe sceso in strada per continuare a colpire i presenti, ma la pistola si sarebbe inceppata. I giudici di secondo grado, invece, affermavano che Domenico Mignolo avesse ammazzato Taranto, colpendolo dal balcone di casa. Senza scendere dalla palazzina. 

Delitto Taranto, parola alla difesa

In tutto ciò si inserisce la difesa, rappresentata dagli avvocati Filippo Cinnante e Andrea Sarro che, in punta di diritto hanno completamente smontato la tesi accusatoria. La prima sezione penale parla di illogicità della motivazione di secondo grado, ravvisando gravi incongruenze nei riscontri che dovrebbero far pensare che Mignolo sia realmente l’autore del delitto Taranto.

Gli avvocati penalisti, al contrario, hanno sempre sostenuto che il loro assistito è rimasto a casa, non sparando alcun colpo di arma da fuoco all’indirizzo di Antonio Taranto. Allora vien da chiedersi, se fosse valida la linea difensiva, chi ha sparato al giovane di via Popilia? Domanda alla quale dovranno rispondere i giudici di Catanzaro, spiegando tutti i passaggi del delitto che, allo stato attuale, non quadrano assolutamente. Il fattore balistico, infatti, è decisivo in questo caso di omicidio.

Il giallo dei due bossoli

La Cassazione, dunque, cerca di risolvere il “giallo” indicando quale percorso seguire. Dunque, è necessario far “parlare” gli ermellini per venire a capo dell’aspetto processuale, iniziando dalla prima parte in cui si mettono a paragone le valutazioni della Corte d’Assise d’appello di Catanzaro e le annotazioni del medico-legale Silvio Cavalcanti, fino a recuperare «le parti della sentenza di primo grado che non erano inficiate da illogicità sul punto».

Antonio Taranto memorial ucciso 2015
Antonio Taranto ucciso 2015

Sulla prima questione, la più importante a parere della Suprema Corte, si legge che «la difesa di Mignolo ha dedotto che nel ritenere attendibili le dichiarazioni di Marco Massaro», collaboratore di giustizia, e Silvio Taranto», parente della vittima «circa la posizione tenuta dallo sparatore, presente sul balcone dell’abitazione dell’imputato, la Corte territoriale», riferendosi alla Corte d’Assise d’Appello «abbia trascurato, illogicamente, il dato relativo al rinvenimento di 2 bossoli, calibro 38 special, nella piazza teatro della sparatoria». Nello specifico, i giudici avevano convalidato «insieme a tale dato, la possibilità che l’esecutore materiale avesse esploso i colpi mentre si trovava sul piano stradale». 

Ipotesi balistica, come si diceva prima, lontana da quanto riferito dal medico legale Cavalcanti, «secondo cui Antonio Taranto era stato attinto da un colpo di arma da fuoco, sparatogli alla schiena da distanza ravvicinata e da quanto riportato dalla prima consulenza balistica del Pubblico ministero, che aveva ipotizzato una distanza tra lo sparatore e la vittima compresa tra 0,60 e 10 metri. Conseguirebbe, pertanto, a tali rilievi che l’uccisore di Taranto non potrebbe essere identificato in Mignolo, che secondo la ricostruzione accolta dalla Corte di assise di appello sarebbe rimasto sempre sul balcone di casa». 

Le due sentenze in contrasto

A questo punto, gli ermellini rilevano che «la traiettoria argomentativa seguita dalla Corte di secondo grado si è discostata dal percorso seguito dal primo Giudice, in questo modo pervenendo a un risultato ricostruttivo disarmonico rispetto a uno specifico dato probatorio, costituito dal rinvenimento nella piazza Lento dei due bossoli calibro 38 special, con una conseguente evidente illogicità della complessiva ricostruzione».

Il contrasto tra le due sentenze arriva nel momento in cui i giudici ricostruiscono la dinamica. Il tribunale di Cosenza «aveva ritenuto provato che l’esplosione dei due colpi che avevano attinto Taranto e la facciata dell’edificio in cui abitava Bevilacqua fosse avvenuta dal balcone dell’abitazione di Mignolo; e, dall’altro lato, non aveva escluso che l’imputato, dopo avere sparato i due colpi, fosse sceso in strada e, quivi, una volta constatato che l’arma non era in grado di sparare ancora, avesse scaricato il tamburo del revolver». 

Delitto Taranto, nuovo processo d’appello

La sentenza di Catanzaro, invece, «ha, per un verso, confermato che l’imputato era rimasto, per l’intera durata dell’azione, sul balcone della propria abitazione e che, dunque, non fosse mai sceso in strada, ritenendo, anzi, che tale azione, ipotizzata dalla difesa a partire dalla registrazione dei rumori in sottofondo alla conversazione telefonica tra Leonardo Bevilacqua e l’operatore del “118”, fosse del tutto illogica, presupponendo che lo sparatore avesse rinunciato al vantaggio offertagli dalla posizione sulla balconata. Per altro verso, la Corte territoriale ha, però, ipotizzato che i due bossoli fossero stati espulsi dallo sparatore una volta che costui aveva dovuto arrestare la propria azione delittuosa in quanto l’arma aveva smesso di sparare». Espulsione che, «alla luce del luogo in cui essi erano stati rinvenuti, non poteva che essersi verificata sulla piazza». 

Secondo la Cassazione, i giudici di secondo grado non hanno «spiegato, nonostante le specifiche censure difensive, per quale ragione i bossoli fossero stati rinvenuti nella piazza». Motivo per il quale il processo contro Domenico Mignolo è da rifare. La palla torna in Appello. (Antonio Alizzi)

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