Giudiziaria

Processo ai clan cosentini, tra rinviati a giudizio e rito abbreviato: i nomi

Presunti esponenti dei clan cosentini a processo dinanzi al tribunale collegiale di Cosenza. Altri, invece, hanno optato per l'abbreviato.

Clan cosentini a processo. E’ questa la decisione del gup del tribunale di Catanzaro per quegli imputati, accusati di estorsione, tentato omicidio e altri reati, tutti aggravati dal metodo mafioso, che hanno scelto di farsi giudicare col rito ordinario. Il processo, dinanzi al tribunale collegiale di Cosenza, inizierà il prossimo 16 marzo, allorquando dietro la sbarra ci saranno Francesco Ripepi, Massimo Greco, Giovanni Abruzzese, Francesco Tundis, Carlo Lamanna, Francesco Patitucci, Mario Piromallo, Giuseppe Bartucci, Maurizio Rango, il carabiniere in servizio presso il Comando provinciale di Cosenza, Roberto Iorio, Antonio Fusinato, Leonardo Bevilacqua e Riccardo Garofalo. 

Gli altri imputati, invece, hanno scelto il rito abbreviato. Si tratta dei collaboratori di giustizia Franco Bruzzese, Daniele Lamanna, Adolfo Foggetti e Luciano Impieri, e di Umile Miceli, Fabrizio Poddighe, Pasqualino Besaldo Pier Mannarino e Roberto Porcaro. Il 26 marzo inizierà il processo col rito alternativo.

L’imprenditore di Montalto Uffugo nel mirino del clan degli “italiani”

L’attività tecnica del Nucleo Investigativo di Cosenza parte il 29 aprile del 2016 quando i carabinieri del Nucleo Investigativo, all’epoca diretto dal Maggiore Michele Borrelli, inviano alla Dda di Catanzaro, e precisamente all’attuale procuratore capo di Paola, Pierpaolo Bruni, una richiesta di avviare le intercettazioni telefoniche a carico di un imprenditore di Montalto Uffugo, vittima degli “italiani”, Giuseppe Bartucci e Mario Piromallo. 

Nel motivare l’istanza da presentare in via d’urgenza all’ufficio gip di Catanzaro, i militari dell’Arma avevano percepito, grazie ad una confidenza fatta da una persona a un altro militare del Nucleo Investigativo, annotata l’8 marzo del 2016, come Francesco Patitucci, scarcerato il 23 settembre del 2015, avesse ripreso il controllo del clan “Lanzino” di Cosenza, chiedendo ai vari imprenditori della zona il cosiddetto “fiore”. Secondo la vittima, infatti, il clan degli “italiani”, sarebbe tornato alla carica con richieste estorsive anche per gli anni precedenti. Un “regalo”, ovvero il pagamento del “pizzo”, da fare prima di Natale e prima di Pasqua.

Lo stop alla richiesta estorsiva

Due festività scelte dai clan di ‘ndrangheta per tartassare commercianti e imprenditori, al fine di reperire somme, in modo illecito, da far confluire nelle “casse” della cosca, per pagare gli stipendi degli associati e le spese legali. Tuttavia, le presunte richieste di Patitucci cesserebbero, a dire della vittima, il giorno in cui i carabinieri arrestano di nuovo l’esponente del clan “Lanzino”, trovandolo in possesso di una pistola tra Rende e Cosenza. Rimarrà in carcere fino a un mese fa, quando la Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro lo ha assolto e scarcerato dall’accusa di essere uno dei mandanti dell’omicidio di Luca Bruni. 

Sempre secondo la persona offesa, al posto di Patitucci si sarebbero presentate nei mesi successivi Bartucci e Piromallo. La richiesta, questa volta, sarebbe stata fatta come se la parte offesa avesse dovuto pagare una fornitura a un amico di uno dei due, quando invece la vittima avrebbe chiarito ai carabinieri di non aver alcun debito. Ma le presunte richieste estorsive, anche davanti a un caffè, in un bar di Rende, si fermeranno, afferma la vittima, «quando hanno arrestato, penso io, il fratello di Bartucci». 

Il tentativo del carabiniere di evitare l’estorsione a un imprenditore

L’altro caso dell’inchiesta “Bianco e nero”, è quello del carabiniere Roberto Iorio, dell’imprenditore Antonio Fusinato, e gli esponenti della ‘ndrangheta cosentina. Le indagini, coordinate dall’attuale capo della procura di Vibo Valentia, Camillo Falvo, hanno riguardato una presunta estorsione commessa ai danni del titolare di un noto esercizio commerciale di Quattromiglia. I primi collaboratori di giustizia che riferiscono alla Dda di Catanzaro di questo evento delittuoso sono Adolfo Foggetti, che si è autoaccusato di aver piazzato una bomba nel 2010 presso il cantiere dei Grimoli.

Foggetti apprende del pentimento di Bruzzese

Più nel dettaglio, è il “Biondo” a raccontare come si sarebbero svolti i fatti al procuratore aggiunto di Catanzaro, Vincenzo Luberto. «Io, Franco Bruzzese e Maurizio Rango eravamo in via Popilia, quando arrivò una telefonata» che consigliava ai tre di recarsi presso un bar in via degli Stadi. In questa circostanza, a dire di Foggetti, i tre avrebbero trovato il maresciallo Iorio, all’epoca dei fatti in servizio presso il Nucleo Investigativo di Cosenza, «dove praticamente ci diceva che Fusinato era un amico suo, che avevano fatto le scuole insieme, se invece di 50mila euro, potevamo fare molto di meno». Bruzzese, a dire di Foggetti, avrebbe abbassato le pretese a 30mila euro. Questo fatto, spiegherà Foggetti ai magistrati antimafia, «non è che me lo sono dimenticato, non l’ho voluto dire in quanto pensavo di non essere creduto», visto che la sera del 24 novembre il maresciallo Iorio, insieme ad altri» lo avevano fermato per l’assassinio di Luca Bruni. 

Questo interrogatorio si svolge il 2 aprile del 2016 e al procuratore Luberto viene spontaneo chiedere per quale motivo Foggetti vuotasse il sacco solo ora, ovvero dopo che erano scaduti i 180 giorni della collaborazione, arco temporale in cui i pentiti devono dire tutto ciò che sanno su reati commessi da altri e ovviamente commessi da loro. La risposta di Foggetti, alla considerazione di Luberto («Si è pentito Bruzzese»), era la seguente: «…si è pentito Bruzzese e mo’ sono…».

Foggetti, quindi, aveva appreso dalla stampa del pentimento del suo ex capo criminale. Tuttavia, la vittima del’estorsione, Antonio Fusinato, quando era stato interrogato dai carabinieri di Cosenza, precisava che Roberto Iorio non era suo amico, ma vantava un rapporto di amicizia con il fratello. 

La versione del maresciallo sotto processo con i clan cosentini

Roberto Iorio, che nel recente passato aveva partecipato ad indagini antimafia, nell’estate del 2018 ha dato la sua versione dei fatti. Lo ha fatto dinanzi a un componente del Nucleo Investigativo di Cosenza, precisando che aver appreso la “chiamata in causa” di Foggetti nei suoi confronti dopo un’udienza presso il tribunale collegiale di Paola e quindi, spontaneamente, si recava dai suoi colleghi per affermare che un giorno, Fusinato, gli avrebbe riferito che alcune persone sarebbero andate a chiedergli soldi a titolo estorsivo e tempo dopo, il militare, all’epoca impegnato nelle attività di indagine a carico di appartenenti alla criminalità organizzata cosentina, passando da un bar avrebbe notato Maurizio Rango in compagnia di Franco Bruzzese e Adolfo Foggetti.

Dal suo punto di vista, era un’occasione ghiotta da sfruttare, raccogliendo indizi investigativi da mettere, successivamente, nero su bianco. Questo avviene il 30 giugno del 2018. Proseguendo nella ricostruzione, il carabiniere Iorio avrebbe riferito ai tre della richiesta estorsiva fatta a Fusinato, senza accusarli e facendo finta di non sapere del loro coinvolgimento nella vicenda. Se tutto ciò fosse stato annotato, oggi il maresciallo Iorio (forse) non si troverebbe a processo. Il fatto che non lo abbia fatto, rammaricandosi per ciò, ha fatto venire più di un dubbio alla Dda di Catanzaro che lo ha incriminato. 

Il tentato omicidio di Pino De Rose

Michele Bruni voleva vendicare la morte del fratello più piccolo, Francesco, ucciso in età ancora non maggiorenne in Sila. Pino De Rose era finito nel mirino del clan “Bruni-zingari”, tanto da essere vittima di un agguato nel centro storico di Cosenza. A perpetrare il tentato omicidio erano stati Daniele Lamanna e Fabrizio Poddighe. Il colpo di fucile non fu mortale, visto che la vittima riuscì a sopravvivere nonostante la pallottola in gola. Per questo tentato omicidio sono coinvolti anche altri esponenti della criminalità organizzata cosentina, in particolare quella del Tirreno, in qualità di organizzatori del tentato omicidio di Cosenza.

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Antonio Alizzi

Giornalista professionista dal 13 giugno del 2012. Dal 2002 al 2006 ho lavorato con "La Provincia Cosentina", curando le pagine del calcio dilettantistico. Nel 2006 passo al quotidiano regionale "Calabria Ora", successivamente "L'Ora della Calabria", in servizio presso la redazione sportiva. Mi sono occupato del Cosenza calcio e delle notizie di calciomercato. Nel 2014, inizio l'avventura professionale con il quotidiano nazionale "Cronache del Garantista", scrivendo per la cronaca giudiziaria nel Distretto di Catanzaro. Ora collaboro con Cosenza Channel e due riviste nazionali.

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