Minamò

Picchiare per primi

Se non riesci a vincere in 11 contro 10 per 60’, devi porti delle domande. Anche Occhiuzzi però…

A parere di chi scrive, la Gwyneth Paltrow del 1998 è stata una delle dieci donne più belle del mondo. Senza scendere nei dettagli della top ten, potrei collocarla accanto alla Natalie Imbruglia del 1997 e alla Martina Colombari un attimo prima che la chirurgia estetica si abbattesse su di lei, ma questo è un altro discorso. In quel 1998 l’ex signora Martin interpretava in un film, che ebbe un grosso successo, una certa Helen Quilley, di cui venivano messe in scena due vite parallele. Riassumendo: sale sulla metropolitana di Londra, scopre che il fidanzato la tradisce, si rifà una vita (che non avrà lieto fine); perde la metro, continua un’esistenza più o meno normale, si rifà una vita (che non sappiamo come finirà).

Non azzardate a contraddirmi e nessuno si farà male (foto La Stampa)

Lo sliding doors del derby contro la Reggina arriva al minuto 35, quando l’arbitro prima assegna il gol agli amaranto e quindi cambia decisione, espellendo Tiritiello e decretando il rigore che Falcone para a Denis. Fino a quel momento il Cosenza è stata una squadra ordinata, pulita, che ha concesso un solo vero errore (quello di Tiritiello che innesca un tiro di Bellomo) agli avversari. Al punto che il tecnico avversario Mimmo Toscano doveva chiedere ai suoi una circolazione di palla molto bassa, coinvolgendo il portiere Guarna, sperando di stanare i rossoblù e creare spazi alle spalle del loro pressing.

Nelle mie chat whattsapp legate al Cosenza, al momento del gol-non gol della Reggina, le opinioni divergevano. Dovevamo tenerci il gol subìto e stare zitti, obiettava un amico, terrorizzato davanti alla prospettiva di 60 minuti in dieci uomini. Non diciamo cazzate, ribattevo io, i rigori si parano, e rammentavo pure la nota massima del “Barone” Liedholm secondo cui in dieci si ioca meio. E tuttavia come sarebbe andata a finire la gara in undici, ma sotto di 1-0, non lo sapremo mai.

Quello del Granillo, per me, è un altro punto guadagnato contro una squadra che vuole lottare almeno per i playoff. Per come si era messa la partita, vale persino doppio. Eppure qualche dubbio me l’ha lasciato.

Come detto, il Cosenza non aveva iniziato per niente male: non so dunque che partita abbia visto Toscano, quando parla di dominio “dal 1′ al 95’”. E il piano di gara rossoblù era chiaro: attendere la pressione della Reggina e ripartire in velocità. Presumo che a questo piano fosse legata persino la scelta (molto controversa) di collocare Baez sulla fascia destra: la “catena” sinistra amaranto (Del Prato/Liotti) era probabilmente considerata da Occhiuzzi più debole rispetto all’altra (Loiacono/Rolando) e l’uruguagio con la sua rapidità forse era deputato proprio a questo.

Baez a destra, dunque, e Sacko tra le linee. E a me il problema è parso più questo che quello – chi insomma è convinto che il Cosenza abbia sofferto perché “Baez ha fatto il terzino” può smettere di leggere qui.

Tra la mediana e l’attacco, infatti, è stato Sacko a fallire la missione di quello che potremmo chiamare “trequartista”. E cioè: catturare palloni, far salire la squadra, innescare le punte. Del resto, per qual che avevo capito io, il francese ex Nizza ha le caratteristiche dell’esterno più che del centrale (tant’è che, alla lettura delle formazioni, era proprio lui che m’immaginavo in campo sulla corsia di destra: sarebbe stato un grosso azzardo, ma avrebbe avuto il suo senso).

Con Sacko incapace (nonostante un discreto impegno) di fare da raccordo, Gliozzi e Carretta si sono dovuti cercare da soli (e il primo, soprattutto, sacrificare moltissimo). La conseguenza è stata che, fino all’espulsione di Tiritiello, il Cosenza ha retto la pressione (modesta) della Reggina, ma non ha mai ribaltato l’azione e ha costruito pochissimo. E, se in un 3-4-1-2 salta il collante del trequartista, la squadra si riduce a due isole senza barche per traversare. Che è quel ch’è accaduto.

Smaltito lo choc del “rosso”, mi sarei dunque aspettato un Cosenza molto diverso nella ripresa. E qui il piano tattico l’ha spiegato Occhiuzzi stesso: Baez dirottato in attacco accanto a Carretta per guadagnare campo in ripartenza. Purtroppo (gli 11 tiri in porta a 3 parlano chiaro) non è andata così, le punte la palla non l’hanno vista quasi mai. Tuttavia i rossoblù hanno eretto una Maginot ai confini con l’eroismo di Enrico Toti, trasformando Falcone in un Super Sayan che, forse, in trance agonistica, avrebbe detto di “no” anche a Gwyneth Paltrow.

Il punto è che ci sono Maginot che funzionano e altre che si sbriciolano (tipo, un anno fa, in casa del Benevento): quella del Cosenza ha retto magnificamente. Certo, impostare la gara così nel secondo tempo è stato un grosso rischio, ma se la Reggina non è riuscita a portare i 3 punti a casa con la superiorità numerica per sessanta minuti forse è Mimmo Toscano, e non il Principe, a doversi porre qualche domanda (e magari porla anche all’egotismo di Menez, immagine plastica di una squadra alla quale piace piacersi, e non si rende conto di avere lo stesso fascino della signorina Silvani).

Viste le imbarazzanti condizioni del manto verde del Granillo, ci sta che uno come Menez si sentirebbe più a suo agio da Gigi il Troione.

Detto ciò, a me di quel che accade in riva allo Stretto interessa ovviamente zero. Mi preoccupa di più un altro “zero”, quello delle nostre vittorie finora. Eppure la classifica ci dice che il Cittadella, capolista con l’Empoli, si è fermato sul pari solo al Marulla. E che almeno un quintetto di squadre è partito molto peggio di noi: il Pescara, tre sconfitte consecutive; Pisa ed Entella; a sorpresa anche Spal e Pordenone, destinate però a tirarsi fuori dalle secche insieme al Monza.

E domenica c’è il Lecce, finora piuttosto ondivago ma sul cui valore c’è poco da discutere. Il 4-3-3 di Corini potrebbe creare qualche problema alla linea difensiva a tre rossoblù – servirà un grosso contributo degli esterni di centrocampo, a tutta fascia, per ridurre i pericoli dietro e creare superiorità in mediana. E, dunque, uno come Baez dietro le punte tornerà a essere fondamentale.

Quattro partite di campionato, e una di coppa, sono davvero ancora pochissima cosa per giudicare una squadra – figuriamoci se bastano per bocciare un giocatore. Io continuo a pensare che la cosa più difficile, finora, il Principe l’abbia fatta con una naturalezza quasi disarmante: trasmettere un’identità forte agli undici in campo (e a quelli che subentrano). A Reggio il Cosenza forse non avrebbe perso nemmeno ci fossero stati i supplementari (ai rigori, con Falcone tra i pali, toglierei anche il “forse”). Il punto è che l’obiettivo dev’essere un altro: vincere, anche in dieci contro undici.

Oppure pareggiare in rimonta in nove.

Non sto dicendo, ovviamente, che Occhiuzzi è “uno che si accontenta del pari”. Anzi, e ce l’ha già ben dimostrato. Piuttosto, come lui stesso ha ribadito nel post gara, quello che va perfezionato (e devo farlo in fretta, ha aggiunto di nuovo) non è una questione tecnica individuale o tattica collettiva, ma mentale. Il calcio è uno sport che si fa con i piedi, ma si gioca con la testa. E, con la testa, questo Cosenza pare essere una delle squadre più dure da battere della Serie B, anche quando gli avversari vanno in vantaggio. Deve diventare, in fretta, quella squadra che in vantaggio ci va. Perché, come dice la saggezza popolare, chi picchia per primo, picchia per due.

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Andrea Marotta

Andrea Marotta (Cosenza, 1982) è sposato con Sara ed è padre di tre figli (Arianna, Caterina e Tommaso). Si è laureato a Perugia in Scienze della Comunicazione nel 2005. Giornalista professionista dal 2009, ha collaborato con Tam Tam e Segnali di Fumo, Il Quotidiano della Calabria, Calabria Ora, Il Firenze, Il Mucchio Selvaggio e L'Espresso. Lavora in Rai dal 2008, a Firenze dal 2013. E' autore di due libri: "Io Raimondo Ricci, memorie da un altro pianeta" (con Domenico Guarino, Sagep Editore) e "Eravamo tanto amati" (con Andrea Lattanzi e Domenico Guarino, Effigi Editore). Nel 2018 ha vinto il Premio Ghinetti - Sezione Giovani.

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