martedì,Agosto 9 2022

Viaggio nelle ferite aperte

Se da qui al match di Coppa Italia contro il Parma aveste un’oretta libera, vi consiglierei di dedicarla ad ascoltare L’ultima casa accogliente, il nuovo album degli Zen Circus. Mi è capitato di intervistare per lavoro il loro frontman, Andrea Appino, e di scoprire che alle spalle dei testi del decimo disco della band toscana – una

Viaggio nelle ferite aperte

Se da qui al match di Coppa Italia contro il Parma aveste un’oretta libera, vi consiglierei di dedicarla ad ascoltare L’ultima casa accogliente, il nuovo album degli Zen Circus. Mi è capitato di intervistare per lavoro il loro frontman, Andrea Appino, e di scoprire che alle spalle dei testi del decimo disco della band toscana – una delle realtà più importanti nel panorama rock nazionale – ci fosse addirittura la lettura di un trattato di psicologia. Si tratta de Il dramma del bambino dotato e la scoperta del vero sé di Alice Miller e, per dirla con le parole del cantante, è un libro che riflette sull’importanza di tagliare col passato: «Ho passato la vita a proclamare la necessità di accettare i propri errori, ma non mi ero mai reso conto di quanto non l’avessi mai fatto davvero».

Credo che siamo di fronte a una delle ballate rock più belle degli ultimi trent’anni.

Sei una ferita aperta dentro cui viaggiare potrebbe essere la sintesi delle due settimane intercorse dalla sconfitta casalinga col Brescia alla vittoria corsara allo Stirpe. Avevo invitato ad avere calma e sostenere Occhiuzzi (https://www.cosenzachannel.it/2020/11/02/keep-calm-e-sosteniamo-il-principe/) dopo il 2-0 del Bentegodi e speravo (https://www.cosenzachannel.it/2020/11/08/mandrake-diciotto-e-il-cavaliere-nero/) che la sosta lo avrebbe aiutato a fare la “mandrakata” – cioè risolvere i tre problemi storici (insicurezze difensive, mancanza di un ragionatore a centrocampo e di un finalizzatore di peso in attacco). Eppure, con tutta onestà, non mi aspettavo un cambio di rotta così netto come sintetizzato dalla doppietta con cui Carretta ha regolato il Frosinone.

La prima “ferita aperta” della squadra è stata affrontata schierando per la terza volta consecutiva lo stesso trio difensivo: Idda perno centrale, Legittimo e Tiritiello ai lati. Se la squalifica di Ingrosso non offriva molte alternative (a parte Schiavi), è evidente come il Principe abbia però non solo catechizzato a dovere i singoli (l’ossessione quasi nerd per la tattica di Occhiuzzi è uno dei suoi maggiori valori aggiunti), ma puntellato un reparto che avrebbe affrontato gente come Ciano, Novakovich e Dionisi e una folta pattuglia di incursori (l’infortunio di Tabanelli, dopo pochi minuti, in questo ci ha aiutato parecchio).

A occhio, Bruccini (tornato alle sue prestazioni migliori) ha abbassato molto il suo raggio d’azione – lavorando quasi da difensore aggiunto. Mentre a Sciaudone e Balù sono state affidate le ripartenze.

Tutta la difesa ha offerto una prova di grande intensità e attenzione in copertura – pochissime le sbavature (un errore di Idda, dovuto a un rimbalzo o un colpo di vento nel primo tempo; un corner battuto da Ciano in velocità nella ripresa). E qui si aggiunge la prima, grossa novità: Vera. Lo dico perché, in fondo, anch’io mi sono sentito un po’ vedova di Casasola, ma l’esterno colombiano ha sfoderato una prova davvero maiuscola. C’erano dubbi sulle sue capacità difensive e credo che le abbia fugate con una discreta quantità di palloni recuperati. Non ci era ancora stato concesso di vedere quei cross e le scorribande in attacco di cui molti parlavano e finalmente, a partire dall’assist “sporco” per Carretta, siamo stati accontentati. A destra, Bittante si è mostrato finalmente a suo agio.

Schierare Balù dietro le punte (anche se i tre d’attacco davano in realtà pochissimi punti di riferimento al Frosinone) si è rivelata una soluzione efficacissima. Se infatti Baez in quella stessa posizione tende soprattutto al possesso palla, il francese dispone di una capacità di accelerazione micidiale. E i suoi strappi imprevedibili hanno spesso messo in crisi Ariaudo e soci.

Attenzione, però, perché se usassimo ripartenza come parola chiave della prima vittoria del campionato (a me questa cosa che siamo saliti in B nel 1988, nel 1998 e nel 2018, e che da tre anni cominciamo a vincere all’ottava giornata mi sta facendo uscire pazzo) sminuiremmo, e molto, la prestazione complessiva. Il Cosenza non ha giocato di rimessa, anzi. Ha spesso anzi aggredito e dettato la gara contro una formazione molto più quotata.

Sullo 0-2, bravissimi ovviamente la Gaccia Charrua e Carretta, che si libera dietro il marcatore. Ma applausi per il pressing di Corsi e Sciaudone che inducono Beghetto e Kastanos all’errore. 

In poche parole, come già era accaduto nella cavalcata salvezza, Occhiuzzi ha davvero viaggiato nelle ferite aperte di questa squadra – la coperta corta in difesa, la mancanza di un ragionatore a centrocampo e di un centroboa all’attacco. Non si può parlare di “accettare gli errori” (perché gli errori e i ritardi nella costruzione di questa rosa, come ho scritto più volte, non sono suoi), ma di aver registrato la squadra a partire dalle cose che ha. Che non sono moltissime, ma ci sono. Io, per esempio, su Tiritiello titolare non avrei scommesso nemmeno un decino – e, invece, se l’assist di tacco in area per Sciaudone fosse diventato un gol credo che avrei messo una sua gigantografia sulla testiera del matrimoniale (con buona pace di mia moglie).

Tipo Stasera a casa di Alice (se vi ha sconvolto scoprire che Carlo Verdone ha settant’anni, pensate allora a Ornella Muti che… no, vabbè, l’età delle donne non si dice, no?)

La prima mandrakata è riuscita, insomma. Tuttavia, se era fondamentale che il Cosenza rompesse il ghiaccio con una vittoria, alle nostre spalle non sono poche le formazioni ad avere una partita in meno. Occhio, dunque, a considerare agile il calendario che, dopo la Salernitana, prospetta un mese di dicembre fitto di scontri diretti. È vero che tutte (o quasi, c’è anche la rivelazione Venezia) le prossime avversarie sono di fatto più o meno tutte alle nostre spalle, ma il Cosenza di Occhiuzzi fa spesso più fatica con le formazioni deboli, perché l’obbligano a prendere il pallino del gioco e non si espongono alla rapidità delle ripartenze. In più, tra Vicenza, Reggiana (gli emiliani nonostante il cappotto del Via del Mare), Ascoli, Cremonese, Pisa e Pescara, tenderei a non prendere sottogamba soprattutto le prime due.

Aver deciso di viaggiare nelle ferite aperte di questa squadra, come mi pare che stia facendo Occhiuzzi, è una sfida molto coraggiosa e dimostra, ancora una volta, tutto il valore del Principe (se ancora ce ne fosse bisogno). Un viaggio del genere non è (quasi mai) una cavalcata, anzi: ci espone a una dinamica che a Cosenza conosciamo benissimo, quella delle rise and fall, cadere e rialzarsi. Eppure, può stimolare moltissimo la crescita di un organico giovane come questo. Forse, a scommettere su una casa accogliente come questa, poteva pensarci solo un cosentino.