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“KATARION” | Il gip: «Il sodalizio c’è, ma non tutti ne fanno parte» – LE MISURE CAUTELARI TUTTI GLI INDAGATI

Il gip antimafia include nel sodalizio dedito al traffico di droga, Mario Cianni, Giuseppe Antonuccio e Ivan Vilardi, ma esclude Junior Muto.

“KATARION” | Il gip: «Il sodalizio c’è, ma non tutti ne fanno parte» – <strong><u><a href="https://www.cosenzachannel.it/2021/03/10/katarion-carcere-domiciliari-e-obbligo-di-firma-lelenco-completo/"> LE MISURE CAUTELARI </a></u></strong> – <strong><u><a href="https://www.cosenzachannel.it/2021/03/10/katarion-traffico-di-droga-i-nomi-dei-44-indagati/"> TUTTI GLI INDAGATI </a></u></strong>

L’accusa principale dell’operazione “Katarion” è la presunta associazione a delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti. Nell’ambito di questa indagine, condotta dai carabinieri di Paola e Scalea, e coordinata dalla Dda di Catanzaro, sembrano emergere le “nuove leve” criminali dell’Alto Tirreno cosentino. I magistrati antimafia hanno fatto riferimento al clan “Muto” di Cetraro, evidenziando la presunta partecipazione al sodalizio mafioso di una parte degli indagati, ma il gip ha ritenuto che il figlio del “Re del pesce”, Francesco Junior Muto non abbia alcun ruolo nell’ipotetico contesto associativo. 

La posizione di Junior Muto

Il gip, tuttavia, condivide la linea della procura antimafia di Catanzaro circa il traffico di droga organizzato nell’Alto tirreno cosentino. “Piazze di spaccio”, pusher e capi zona. Questo, e tanto altro, è l’inchiesta “Katarion”. Nel caso di specie, venendo alle singole posizioni, si configura quindi la non partecipazione di Junior Muto. Il gip Carè, in tal senso osserva che «la pretesa di essere tenuto al corrente appare più la rivendicazione del proprio status di “nobiltà criminale” che non l’esercizio di prerogative proprie dei vertici dell’associazione, tant’è che Muto si accontenta di sapere che “zio Mimmo” (Andreoli) era stato consultato sia prima che dopo l’instaurazione del rapporto commerciale con Gianluca Vitale».

Inoltre, «si limita a riferire le scelte di Vattimo e Francesco Muto ma non risulta che abbia concorso ad alcuna decisione relativa all’organizzazione del sodalizio (partecipi e relativi ruoli, attività)», mentre «acquista da Mario Cianni, non direttamente ma tramite Flavio Graziosi e Marcello Ricco, sostanza stupefacente per il consumo personale, circostanza difficilmente compatibile, sotto il profilo logico, con il ruolo di promotore, organizzatore o direttore di un sodalizio di cui egli stesso è “cliente”».

Infine, «l’interesse verso la composizione e le modalità di gestione dell’associazione può ben trovare logica giustificazione nella partecipazione dell’indagato ai frutti dell’attività illecita, in parte qua destinati proprio alla famiglia Muto ed ai detenuti della cosca». Dunque, scrive il gip Carè, «le affermazioni di Muto Junior confermano in modo inequivocabile che l’associazione in parola può esistere solo se ed in quanto “autorizzata” e “vigilata” dalla cosca Muto, dall’altro non valgono a dimostrarne, in termini di sicura gravità, un suo fattivo coinvolgimento». 

Le altre posizioni

Nel caso di Giuseppe Antonuccio, il gip Carè sottolinea come sia «ritenuto intraneo alla cosca Muto». Per il giudice, che ha vagliato la richiesta cautelare, «esemplificativa dell’appartenenza dell’Antonuccio alla cosca è la punizione riservata a Poldino Cianni e Flavio Graziosi per avere effettuato dei furti di macchine senza il benestare (“ordini”) degli esponenti del clan». Antonuccio, inoltre, per i carabinieri è colui il quale che conserva il libro mastro degli affari.

Mario Cianni, invece, «è il principale organizzatore del traffico illecito sotto l’egida della cosca Muto. A tal riguardo, significativa l’intercettazione a carico di Muto Junior relativa alla necessità del Cianni, qualificato come uno “dei nostri”, a dover concordare le iniziative più importanti (quale instaurare un rapporto per l’approvvigionamento di cocaina in territorio reggino) con gli esponenti della cosca in libertà (“Mimmo” Andreoli)».

Guardando verso Diamante, la Dda di Catanzaro ritiene che Giuseppe Mandaliti, figlio di Antonio (condannato in primo grado nel processo “Frontiera”) sarebbe il «referente della famiglia Muto in Diamante, “dirige” la piazza di spaccio di Diamante e Buonvicino coordinando l’attività di Ricca Carlo e Pastorelli Lorenzo e rapportandosi “alla pari” con gli organizzatori dell’associazione cetrarese». Pasquale Napoli, invece, è il «gestore esclusivo della piazza di spaccio di Scalea e si rapporta coi propri fornitori in modo stabile» e viene coadiuvato, secondo gli investigatori, da Alfonso Scaglione. 

Lorenzo Pastorelli «opera sulle piazze di spaccio di Diamante e Buonvicino ponendo in essere una pluralità di cessioni», mentre Alessio Presta «è dedito all’attività di spaccio in Diamante e comuni limitrofi, rifornendosi di sostanza stupefacente». Carlo Ricca «gestisce la piazza di spaccio di Diamante e Buonvicino ponendo in essere una miriade di episodi di spaccio». Maurizio Tommaselli, inoltre, «fa parte del gruppo di spacciatori all’ingrosso che riforniscono, unitamente al cognato Luca Grosso Ciponte ed al nipote Luigi Tundis, i pusher operanti nella zona di Scalea e Santa Maria del Cedro».

Ivan Vilardi «acquista, dopo l’arresto di Claudio Vattimo, un ruolo centrale, in ausilio a Mario Cianni, nella negoziazione degli approvvigionamenti di stupefacenti con Gianluca Antonio Vitale». Quest’ultimo, infine, «rappresenta il canale di rifornimento per il sodalizio cetrarese organizzato da Mario Cianni, Giuseppe Antonuccio e Ivan Vilardi». E aggiunge, il gip Carè, «nel (solo) semestre di durata delle indagini sono stati sequestrati, in tre occasioni, quasi 2,4 kg di cocaina purissima, indice della caratura criminale dell’indagato, evidentemente inserito in una rete di narcotraffico a carattere sovranazionale, capace di importare ingenti quantitativi di stupefacente».

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