sabato,Maggio 28 2022

Incubo giudiziario finito per il vescovo Leonardo Bonanno: assolto dalla Cassazione dopo due condanne

Gli ermellini hanno completamente ribaltato i due giudizi di merito, annullando la condanna senza rinvio. Ecco la ricostruzione

Incubo giudiziario finito per il vescovo Leonardo Bonanno: assolto dalla Cassazione dopo due condanne

Il vescovo Leonardo Bonanno, capo della diocesi di San Marco-Scalea, è stato assolto definitivamente dalla Corte di Cassazione dall’accusa di aver rivelato notizie coperte dal segreto d’ufficio. Incubo giudiziario finito dunque per il prelato cosentino, precedentemente condannato a un’ammenda di 5mila euro sia dal tribunale di Cosenza sia dalla Corte d’Appello di Catanzaro.

La sesta sezione penale, nell’udienza svoltasi il 5 novembre scorso a Roma, ha completamente ribaltato i due giudizi di merito, annullando senza rinvio la sentenza di secondo grado perché “il fatto non sussiste”. Un successo che rende giustizia dopo anni di processi che finalmente hanno dimostrato l’insussistenza delle accuse mosse nei confronti del vescovo Leonardo Bonanno.

Processo al vescovo Leonardo Bonanno, i due giudizi di merito

La Corte di appello di Catanzaro aveva confermato la sentenza emessa dal Tribunale di Cosenza l’11 dicembre 2015 con cui il vescovo Leonardo Bonanno era stato ritenuto colpevole del reato di rivelazione di segreti inerenti ad un procedimento penale e condannato alla pena convertita di 5mila euro di multa, «per avere rivelato a due persone – gli avvocati Maria Vittoria Bossio e Leo Morabito – il contenuto di una richiesta di consegna di documentazione formulata dalla procura di Cosenza, nell’ambito del procedimento instaurato nei confronti di don Franco Spadafora per appropriazione indebita e ricettazione di beni ecclesiastici, dopo avere dal Vescovo di Cosenza, l’Arcivescovo Mons. Salvatore Nunnari, ricevuto l’incarico di procedere alla ricerca e alla predisposizione dei documenti nella sua qualità di Vicario generale diocesano» scrive la Cassazione.

L’imputato aveva presentato ricorso, attraverso i suoi legali Franco Sammarco e Giuseppe Falcone. Reclamo totalmente accolto dalla Suprema Corte, che due giorni fa ha pubblicato le motivazioni della sentenza.

La linea difensiva del vescovo Leonardo Bonanno

In uno dei motivi del ricorso, l’avvocato Falcone aveva sostenuto la mancanza degli elementi costituitivi del reato. «Nella condotta ascritta all’imputato, che non ha mai partecipato né assistito ad alcun atto del procedimento, né mai ha rilasciato dichiarazioni al PM da questi secretate, non è configurabile il reato in esame, atteso che sono unicamente le condotte tipiche di partecipazione ed assistenza ad un atto o di rilascio delle dichiarazioni al PM a poter determinare le condizioni per la commissione del reato. Non sussisteva, inoltre, alcun segreto intorno all’indagini condotte nei confronti di Mons. Spadafora e lo stesso atto processuale considerato era intervenuto dopo più di tre anni rispetto all’iscrizione della notizia di reato avvenuta nel 2008, risultando come tale inutilizzabile» aveva evidenziato il legale del vescovo Leonardo Bonanno.

Nell’atto a sua firma, invece, l’avvocato Franco Sammarco aveva sottolineato «l’errata applicazione della legge penale e travisamento della prova nella parte in cui l’imputato è stato ritenuto soggetto attivo del reato, colpevole di aver commesso una rivelazione indebita e di avere posto in essere una condotta concretamente offensiva. L’unico soggetto che ha partecipato all’atto del procedimento quale rappresentante della Curia è stato, infatti, l’Arcivescovo di Cosenza, Mons. Nunnari, il solo abilitato ad interloquire con la Procura della Repubblica di Cosenza, mentre la delega da questi conferita ai fini dell’esecuzione della richiesta dell’ufficio giudiziario non poteva avere alcuna attitudine a qualificare l’imputato come autore del reato in addebito».

Le motivazioni della sesta sezione penale della Cassazione

Gli ermellini, sul caso giudiziario del vescovo Leonardo Bonanno, ritengono che i giudici della Corte d’Appello di Catanzaro siano caduti in un equivoco di fondo nell’interpretare la legge. «La tesi accolta nelle sentenze di merito, in verità mai espressa in termini netti, è per contro che l’imputato ebbe propriamente a partecipare ad un atto del procedimento, restando di conseguenza tenuto all’obbligo di non divulgarne il contenuto, dovendo “rimanere segreta la notizia che l’Ufficio di Procura, per accertare i fatti delittuosi, aveva emesso e notificato alla Curia la richiesta di documentazione”».

Secondo la Cassazione «la lettura fornita dai giudici di merito del dato normativo risente, tuttavia, di un equivoco di fondo, di cui oltre si dirà, che ne ha condizionato tutte le successive valutazioni. Ai sensi dell’art. 379 -bis cod. pen., salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque rivela indebitamente notizie segrete concernenti un procedimento penale, da lui apprese per avere partecipato o assistito ad un atto del procedimento stesso, è punito con la reclusione fino ad un anno. La stessa pena si applica alla persona che, dopo avere rilasciato dichiarazioni nel corso delle indagini preliminari, non osserva il divieto imposto dal pubblico ministero ai sensi dell’art. 391-quinquies del codice di procedura penale». E ancora: «Nel caso in esame rileva la prima di tali ipotesi, non risultando dalla sentenza impugnata che l’imputato fosse stato in precedenza mai chiamato a rendere dichiarazioni al Pubblico Ministero prima di ricevere l’incarico dal Vescovo di ottemperare alla richiesta di documenti inoltrata dalla Procura della Repubblica di Cosenza» sentenziano gli ermellini.

Non configurabile alcun reato nella condotta del vescovo Leonardo Bonanno

Evidenziando, inoltre, i principi di legittimità già espressi in altre sentenze, la Cassazione, in conclusione, afferma che il vescovo Leonardo Bonanno «non solo non ha partecipato né assistito alla formazione dell’atto processuale di cui all’imputazione, individuabile in senso proprio nella materiale predisposizione da parte dell’ufficio del Pubblico Ministero della richiesta di documenti di cui all’art. 284, comma 1, cod. proc. pen., ma neanche a quella della relativa ricezione, esauritasi nella consegna ad opera di un ufficiale di polizia giudiziaria al formale destinatario, indicato in persona dell’Arcivescovo di Cosenza, Mons. Nunnari». Così ha deciso la Corte, presieduta dal presidente Pierluigi Di Stefano (relatore giudice Orlando Villoni).

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