venerdì,Febbraio 3 2023

Processo “Valle dell’Esaro”, il pentito Presta: «La droga veniva portata alla cantina sociale di Tarsia»

Udienza ricca di colpi di scena. Il giudice a latere Francesco Luigi Branda "costretto" ad astenersi per aver firmato gli arresti del collaboratore e di Mario Sollazzo nel 2017. Ecco le dichiarazioni di uno dei principali imputati

Processo “Valle dell’Esaro”, il pentito Presta: «La droga veniva portata alla cantina sociale di Tarsia»

Il processo “Valle dell’Esaro” ha vissuto nella giornata del 13 luglio 2022 un’udienza molto intensa e ricca di questioni difensive che hanno “costretto” il presidente del collegio giudicante Carmen Ciarcia a riunirsi per tre volte in Camera di Consiglio. Se nel primo caso il tribunale collegiale di Cosenza, aveva rigettato tutte le eccezioni avanzate dagli avvocatori difensori, in particolare dal professore Alessandro Diddi, co-difensore di Francesco Ciliberti, e avvocato in passato di Salvatore Buzzi nel processo “Mafia Capitale”, nel secondo invece ha preso atto dell’incompatibilità del giudice a latere Francesco Luigi Branda – istanza presentata dall’avvocato Carlo Esbardo – che in passato aveva emesso un’ordinanza di custodia cautelare contro Mario Sollazzo e Roberto Presta, per fatti strettamente collegati al procedimento penale avviato poi dalla Dda di Catanzaro e condotto dal punto di vista investigativo dalla Squadra Mobile di Cosenza. Così Branda si è astenuto e al suo posto è stato individuato il giudice Iole Vigna che ha composto il collegio insieme al presidente Carmen Ciarcia e all’altro giudice a latere Urania Granata.

I difensori, nella prima richiesta formulata al collegio giudicante, avevano affrontato il mancato ottenimento delle copie delle trascrizioni (circostanza avvenuta per alcuni difensori a causa di un disguido di segreteria) dei verbali illustrativi della collaborazione di Roberto Presta, la rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale, come indicato per il caso di specie dalla giurisprudenza di legittimità (sentenza Bairami), la non sussistenza della violazione del diritto di difesa e le relative eccezioni di nullità e l’inutilizzabilità delle dichiarazioni del pentito Roberto Presta.

Processo “Valle dell’Esaro”, le dichiarazioni auto ed etero accusatorie di Roberto Presta

Il pubblico ministero Alessandro Riello ha condotto il lungo esame del collaboratore originario di Roggiano Gravina. «La mia famiglia è stata coinvolta in omicidi e in fatti riguardanti lo spaccio di sostanze stupefacenti. Io personalmente mi occupo di droga da prima del 2008, facevo parte di una associazione più ampia, di cui mio fratello Antonio era al vertice e includeva, oltre a me, anche mio nipote Giuseppe e Francesco Ciliberti, genero di Franco Presta».

Roberto Presta, assistito dall’avvocato Conidi, ha spiegato da dove arrivava la droga. «La cocaina la prendevamo da Antonio Giannetta, soggetto proveniente dalla provincia di Reggio Calabria. A dare gli ordini era mio fratello Antonio, che stabiliva i quantitativi da acquistare. Io avevo un ruolo inferiore, prendevo la droga per conto dell’associazione e la vendevo anche per conto mio. Lo spaccio riguardava anche la marijuana e tutte le sostanze stupefacenti venivano smerciate nei comuni di Tarsia, Spezzano Albanese, San Lorenzo del Vallo e Terranova da Sibari, dove in ognuno di questi centri avevamo un referente di zona». E fa un esempio: «Un chilo veniva diviso così: mezzo chilo a noi e l’altra metà a Ciliberti e Costantino Scorza, che la davano di conseguenza a quelli che sono imputati nel processo. Ciliberti e Scorza non erano semplici spacciatori. Ciliberti aveva libertà di decidere, in quanto era genero di Franco Presta, Scorza era il braccio destro di Ciliberti, che aveva il potere di organizzarsi e farsela portare. Infatti fu lui a farci conoscere Giannetta alla cantina sociale di Tarsia. Delle volte la cocaina la pagavamo in contanti, altre volte la pagavamo a metà, altre volte ne pagavamo una e ne prendevamo un’altra. Come si conoscevano Ciliberti e Giannetta? Non lo so» ha dichiarato il pentito che rispetto ai verbali illustrativi ha raccontato più in dettaglio i fatti di sua conoscenza.

Roberto Presta: «Giannetta saliva a Tarsia con due auto»

Secondo Roberto Presta, vicino a Ciliberti c’erano altre persone, come gli “zingari” di Spezzano Albanese, indicati nelle persone di Francesco Abbruzzese, alias “Dentuzzo” e il figlio Luigi, ma è notorio che i due soggetti menzionati sono originari e residenti a Cassano Ionio. Il pentito poi ha riferito ancora su Ciliberti e Giannetta: «Utilizzavano i Blackberry, comprati dal rivenditore Massimo Mungo (assolto in abbreviato, ndr), in quanto sono telefoni difficilmente rintracciabili dalle forze dell’ordine. Si sentivano il giorno prima. Io alla cantina ci sono andato 4-5 volte. Giannetta veniva con due auto: Audi A3 e Peugeot di colore nero. Portava uno o due chili di cocaina, nascosta nell’Audi A3. Veniva messa in uno sportellino e Giannetta dopo aver fatto tutto si prendeva i soldi». E qui nasce l’incompatibilità di Branda. «Un giorno sono andato con Sollazzo, ma ero senza patente. Gli ho dato i soldi e ce ne siamo venuti. Nel frattempo ci hanno fermato i carabinieri, trovando questa roba e ci hanno arrestato». I fatti risalgono al 2017.

«Guadagnavamo circa 50mila euro al mese»

Presta, inoltre, ha aggiunto che gli incontri con Giannetta «avvenivano ogni 15 giorni circa, ma a Tarsia da solo non sono mai andato. Con me veniva mio fratello Antonio o Mario Sollazzo. Ovviamente guadagnavo più con la vendita della droga che dall’autolavaggio. Al mese riuscivamo a fare quasi 50mila euro, mentre in altri le cifre erano più basse». Su come spacciare la cocaina ci fu una cena-incontro in un ristorante di Roggiano Gravina. «Io ero il portavoce di mio fratello» che in sua assenza «aveva incaricato il figlio Giuseppe di prendere il suo posto, dando disposizioni, mentre Ciliberti e Scorza li davano a quelli di Spezzano e San Lorenzo». Sempre su Giannetta ha evidenziato che «partiva prima lui con la sua auto per fare strada all’Audi A3, comunicando al suo uomo di fiducia se durante il tragitto vi fossero le forze dell’ordine».

Roberto Presta: «Quasi tutti spacciavano per conto del nostro gruppo»

E ancora: «Mario Sollazzo vendeva la droga per il gruppo Presta e ritirava i soldi, consegnandola ad altri soggetti presenti in altre zone, come a San Marco Argentano, dove riforniva Roberto Gallo e Luigi Gioiello, al quale furono trovati due chili di marijuana durante una perquisizione e venne arrestato». Presta, tuttavia, ha elencato quasi tutti gli imputati come spacciatori del gruppo, facendo i nomi di Armando Antonucci («aveva il compito di raddoppiare e preparare la cocaina e per questo veniva chiamato “il dottore”»), Damiano Diodati, Massimo Orsino, Attilio Martorelli, Filippo Orsino, Fabio Giannelli, Antonio Pacifico («che deteneva anche le armi di mio fratello»), Giuseppe Palermo, Giovanni Sangineto, Salvatore Miraglia, Antonio Orsini, Sergio Cassiano, Michele Fusaro, Remo Graziadio, Marco Patitucci, Mauro Marsico («autista di mio fratello e mio nipote»), Mario Palermo («che bruciò la casa di Patitucci perché non aveva saldato i suoi debiti»), i Cardamone («che operavano ad Acri ed erano parenti di Pino Perri»), Domenico Caputo, Giampaolo Ferraro e di altri imputati – presenti in aula – mentre per poche posizioni non ha illustrato condotte specifiche. Su Saverio Morelli ha detto che «aveva armi dichiarate e non dichiarate». Ha raccontato, però, il furto di auto subito da un avvocato di Roggiano Gravina ad opera degli “zingari” di Cosenza, di cui vi avevamo già parlato in un servizio precedente, confermando (tra le altre cose) di conoscere Francesco Patitucci, esponente di spicco del clan “Lanzino” di Cosenza, nonché «Saverio Maglieri capo di Altomonte», deceduto alcuni anni fa.

Le difese, infine, hanno ottenuto il rinvio del controesame al 6 settembre 2022. E si annuncia un’altra udienza importante, perché gli avvocati cercheranno di smontare i capitoli relativi al narcotraffico e alla partecipazione dei loro assistiti alla presunta associazione a delinquere.

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