Il Mediterraneo si trasforma e con lui cambia anche il clima delle regioni che si affacciano sulle sue coste. Piogge sempre più intense, ondate di calore, siccità e cicloni non sono fenomeni slegati tra loro, ma segnali di una mutazione profonda, che interessa da vicino anche la Calabria.

«La Calabria fa parte del Mediterraneo, che è uno dei cosiddetti hotspot climatici, cioè una delle regioni della Terra dove i cambiamenti climatici sono più intensi», spiega Fabio Lepreti, docente Unical di Fisica del sistema Terra, dei pianeti, dello spazio e del clima.

Continua il nostro viaggio a cura di Mariassunta Veneziano sugli effetti del cambiamento climatico in Calabria. Oggi il professore Unical Fabio Lepreti spiega, ai nostri microfoni, le conseguenze del riscaldamento del Mediterraneo, sempre più veloce.

Professore, cosa sta accadendo all’atmosfera?

Stanno cambiando due componenti: lo stato medio del tempo meteorologico e la sua variabilità. Il fenomeno più evidente è l'aumento della temperatura globale del pianeta. Ma aumenta anche la variabilità, con una maggiore frequenza e intensità degli eventi meteorologici estremi. Mi riferisco sia alle precipitazioni sia alle ondate di calore, alla siccità e agli altri fenomeni legati al cambiamento climatico.

Dal punto di vista fisico cosa sta cambiando?

L'elemento principale è l'aumento della temperatura. A questo, però, sono legati numerosi altri fenomeni fisici. Pensiamo, ad esempio, alla presenza di vapore acqueo nell'atmosfera: con temperature più alte aumenta l'evaporazione e, di conseguenza, cresce l'umidità atmosferica. Questo può determinare anche un aumento delle precipitazioni, che in alcuni casi diventano estreme.

Ma il clima è un sistema complesso, nel quale interagiscono diversi elementi. C'è l'atmosfera, ma ci sono anche gli oceani, che svolgono un ruolo fondamentale. Anche questi, con il riscaldamento globale, aumentano la propria temperatura e contribuiscono a incrementare l'evaporazione.

Il clima è sempre cambiato. Cosa distingue quindi quello che sta avvenendo oggi da quanto avvenuto in passato?

È vero che il clima della Terra è sempre cambiato. E oggi, grazie ai metodi della paleoclimatologia, la disciplina che studia il clima anche nelle epoche più remote, possiamo ricostruirne l'evoluzione attraverso l'analisi delle carote di ghiaccio artiche e antartiche e di altri archivi naturali, come i sedimenti marini.

Se analizziamo attentamente questa evoluzione, utilizzando le stime delle temperature ricavate dagli studi, ci rendiamo conto che il riscaldamento registrato negli ultimi 150 anni è assolutamente anomalo per la sua rapidità.

In passato ci sono stati anche aumenti di temperatura molto più consistenti, ma in epoche in cui l'uomo non era ancora presente sulla Terra. Erano fenomeni completamente naturali, che però non si sono verificati con la stessa velocità di quelli attuali.

Le cause di quello che sta avvenendo sono umane, riconducibili alle emissioni di gas serra. Ma non c'è soltanto l'anidride carbonica…

I gas serra responsabili del fenomeno sono anche il metano, il protossido di azoto e altri composti. Anche il vapore acqueo è un gas serra. Bisogna però chiarire: l'effetto serra, di per sé, è un fenomeno naturale e positivo, perché consente di mantenere sulla Terra una temperatura compatibile con lo sviluppo della vita. Il problema nasce quando diventa eccessivo, provocando un riscaldamento anomalo.

Attualmente la questione fondamentale riguarda l'aumento della concentrazione di anidride carbonica, che sta crescendo molto rapidamente a causa dello sfruttamento dei combustibili fossili: è questo il fattore che ha accelerato il processo di cambiamento climatico.

Il Mediterraneo è considerato un hotspot dei cambiamenti climatici. Perché il riscaldamento è particolarmente evidente in questa regione?

Gli hotspot climatici non sono tutti uguali e possono distinguersi per i meccanismi che determinano la loro particolare vulnerabilità. Nel caso del Mediterraneo, abbiamo un tasso di riscaldamento superiore a quello medio globale. Si stima che sia circa il 20% più elevato: può sembrare una differenza limitata, corrispondente a qualche decimo di grado, ma in realtà è molto significativa.

Ci sono poi altri elementi. Il Mediterraneo si trova a cavallo tra la fascia tropicale, più a sud, e quella temperata, più a nord. Un riscaldamento anomalo, esteso e persistente nel tempo può avere come conseguenza lo spostamento verso nord delle condizioni climatiche tipiche delle zone tropicali. Si assiste, quindi, a una progressiva tropicalizzazione della regione.

Un altro elemento è rappresentato dalla conformazione del Mediterraneo, che è un bacino semichiuso e scambia acqua con l'oceano Atlantico principalmente attraverso lo stretto di Gibilterra. Si crea così uno squilibrio tra l'acqua che evapora dal Mediterraneo e l'apporto di acqua necessario a compensare quella perduta.

In Calabria quali fenomeni osservate con maggiore attenzione?

Quando si parla di cambiamenti climatici bisogna ricordare che si tratta di un fenomeno che riguarda l'intero pianeta e che va quindi affrontato come tale. Naturalmente poi ci si concentra anche sui fenomeni che interessano maggiormente il territorio.

In Calabria, per la sua particolare collocazione, tutti i fenomeni estremi di cui abbiamo parlato devono essere tenuti sotto osservazione: dalle precipitazioni intense, che possono essere originate anche dai cosiddetti cicloni mediterranei, alle ondate di calore e alla siccità.

In Sicilia, ma anche in Calabria, cominciano per esempio a manifestarsi effetti legati alla combinazione di ondate di calore e siccità, che può favorire l'avvio di processi di desertificazione.

Ha citato i cicloni mediterranei. Qual è la loro peculiarità?

Bisogna distinguere tra i medicanes, cioè i cicloni mediterranei, e i cicloni tropicali. Per questi ultimi, tutto parte dal riscaldamento del mare, che provoca un'evaporazione molto significativa. L'aria calda tende a espandersi verso l'alto e, negli strati più bassi dell'atmosfera, altra aria viene richiamata verso le zone in cui si è verificato un riscaldamento maggiore. Per effetto della rotazione terrestre, quest'aria che converge comincia anche a ruotare. Attraverso una catena di fenomeni, queste strutture cicloniche possono intensificarsi fino a diventare, in alcuni casi, particolarmente violente.

Nel caso dei cicloni mediterranei, invece, l'innesco non dipende esclusivamente dal riscaldamento del mare. In questo caso svolge un ruolo fondamentale anche la presenza, alle alte quote, di aree caratterizzate da temperature molto basse. L'interazione tra l'aria fredda negli strati superiori dell'atmosfera e quella calda negli strati più bassi, vicini alla superficie del mare, è un elemento importante.

Il medicane Ianos del 2020 ha attirato l'attenzione della comunità scientifica. Che cosa rappresenta nello studio di questi fenomeni?

Ianos è stato studiato da moltissimi scienziati perché, ad oggi, è il medicane più intenso mai registrato, considerando alcune grandezze fisiche come la velocità del vento, che ha raggiunto valori particolarmente elevati.

Questo non significa necessariamente che sia stato il fenomeno più dannoso. Gli impatti, in termini di danni materiali e di vite umane, dipendono anche da altri fattori. Tuttavia, la sua intensità gli attribuisce un ruolo particolare nell'ambito degli studi sui medicanes.

Un singolo evento può aiutarci a prevedere come saranno i cicloni mediterranei del futuro?

Quando si vogliono studiare questi fenomeni bisogna utilizzare un approccio statistico. Ianos è importante perché è stato il fenomeno più intenso mai registrato, ma per comprendere davvero l'evoluzione di questi eventi, sia dal punto di vista fisico sia per quanto riguarda le conseguenze sul territorio, bisogna affidarsi a studi statistici che prendano in considerazione il maggior numero possibile di casi.

Le piogge estreme e le alluvioni non sono una novità, ma cosa sta cambiando? L’eccezionalità sta diventando la nuova normalità?

Gli eventi meteorologici estremi, sia quelli legati alle precipitazioni sia le ondate di calore, stanno aumentando di frequenza. Di conseguenza, quando questi eventi diventano più numerosi, aumenta anche la probabilità che se ne verifichino alcuni particolarmente intensi. Dire che ciò che un tempo era un'eccezione sia destinato a diventare la regola però è probabilmente una conclusione troppo netta.

Sicuramente, se non verranno adottate misure di mitigazione in grado di limitare il riscaldamento globale e i suoi effetti, possiamo aspettarci che gli eventi estremi continuino ad aumentare, sia per frequenza sia per intensità. Non necessariamente diventeranno la normalità, ma saremo costretti ad affrontarli sempre più spesso.

Come ricercatori elaborate scenari sull'evoluzione del clima. Quale situazione possiamo aspettarci nei prossimi venti o trent'anni?

Non possiamo formulare una previsione univoca e certa. Parliamo di scenari proprio perché i modelli utilizzati consentono di elaborare proiezioni con un determinato grado di incertezza e variabilità. Per costruirli dobbiamo considerare non soltanto l'evoluzione dei fenomeni climatici, ma anche il comportamento dell'uomo. L'elemento fondamentale, come abbiamo detto, è rappresentato dalle emissioni di gas serra di origine antropica, in particolare dall'anidride carbonica. Gli scenari dipendono quindi da quanta CO₂ continueremo a immettere nell'atmosfera.

Il sistema climatico non reagisce in tempi brevi. Da qui ai prossimi venti o trent'anni sarà difficile, se non impossibile, invertire il trend di riscaldamento in atto. È però fondamentale cercare di contenere e, possibilmente, azzerare le emissioni di gas serra, in modo da limitare l'aumento delle temperature e mantenerlo entro livelli non troppo elevati rispetto a quelli attuali.

L'obiettivo delle emissioni zero è fondamentale. Ma anche se riuscissimo a raggiungerlo, il clima potrebbe tornare alle condizioni precedenti?

Le emissioni zero rappresentano l'obiettivo verso cui dobbiamo tendere. Se si attuassero misure di riduzione e, successivamente, di azzeramento delle emissioni di gas serra, potremmo limitare l'aumento della temperatura globale. L'obiettivo non è tornare indietro ma contenere il riscaldamento, che attualmente è di circa un grado e mezzo rispetto ai livelli preindustriali, entro valori intorno ai due gradi o poco più. Sarebbe già un risultato molto importante perché ci consentirebbe di affrontare gli effetti dei cambiamenti climatici attraverso strategie di adattamento adeguate. Se invece non venissero adottate queste misure e il riscaldamento dovesse raggiungere valori di tre, quattro o cinque gradi, la situazione diventerebbe progressivamente più difficile da gestire.

C'è chi attribuisce il riscaldamento globale anche all'attività del Sole. Quanto incide effettivamente l'attività solare sul clima terrestre?

È vero che l'attività solare influenza il clima terrestre. Un esempio è rappresentato dalla cosiddetta Piccola era glaciale, un periodo compreso indicativamente tra il Cinquecento e il Settecento, durante il quale gli inverni furono particolarmente rigidi e le temperature medie si abbassarono in maniera significativa. Secondo le teorie più accreditate, questo fenomeno è probabilmente attribuibile anche a un periodo di attività solare molto bassa, conosciuto come minimo di Maunder, che si verificò tra la metà del Seicento e i primi anni del Settecento.

È quindi vero che il Sole può influenzare il clima. Non è invece corretto attribuirgli il riscaldamento globale attuale. La Piccola era glaciale comportò una diminuzione della temperatura media di qualche decimo di grado, mentre oggi stiamo parlando di un aumento globale di circa un grado e mezzo nell'arco di 150 anni. Inoltre, l'attività solare continua a oscillare con un ciclo di circa undici anni, che determina variazioni relativamente contenute dell'intensità della radiazione che raggiunge la Terra, nell'ordine dello 0,1-0,2%. È quindi impossibile che queste oscillazioni siano all'origine del riscaldamento globale attuale.

Alla luce delle evidenze scientifiche c’è ancora spazio per mettere in discussione l’origine antropica di quanto sta avvenendo?

Il riscaldamento globale deriva principalmente dall'attività umana. Esiste un numero enorme di lavori scientifici che lo dimostrano, oltre ai rapporti degli organismi internazionali come l'Ipcc, il Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici. Non è un'opinione unanimemente condivisa nella comunità scientifica, ma è la posizione largamente dominante.