VIDEO | Dal riscaldamento globale agli incendi, fino all’abbandono e alla trasformazione del territorio: il docente dell’Unical Domenico Gargano spiega come le attività umane aggravano la crisi degli ecosistemi e perché la perdita di biodiversità ci riguarda tutti
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All’Università della Calabria la biodiversità non è soltanto un tema di studio: è qualcosa che si può osservare da vicino, nella varietà delle specie e nei delicati equilibri che ne permettono la sopravvivenza. Domenico Gargano lo incontriamo all’ingresso dell’Orto Botanico, una riserva preziosissima di verde nel cuore del campus di Arcavacata. Docente e ricercatore in Botanica sistematica al Dipartimento di Biologia, Ecologia e Scienze della Terra, spiega perché, quando si parla del futuro delle piante, il clima è solo una parte della storia.
C’è la trasformazione del territorio, ci sono gli habitat che si frammentano, le aree interne che si spopolano, gli incendi. Pressioni diverse, spesso intrecciate, che possono compromettere la biodiversità anche più rapidamente del riscaldamento del pianeta. È il global change, il cambiamento complessivo dei sistemi ambientali, dentro il quale le piante sono chiamate a resistere e ad adattarsi.
Professore, la scienza è passata dalle previsioni all’osservazione di cambiamenti ormai diventati tangibili. Nel suo ambito di ricerca quali sono i principali?
Nella tundra artica e alpina, per esempio, stiamo osservando modifiche nella composizione e nella struttura della vegetazione. Ambienti caratterizzati da muschi e licheni vengono colonizzati sempre più da piante vascolari, favorite dall’aumento delle temperature medie. In altri contesti, come quello mediterraneo, la trasformazione del territorio e la riduzione degli spazi naturali possono avere conseguenze ancora più immediate. Il cambiamento climatico agisce spesso insieme ad altre pressioni.
Non è solo il clima, insomma, a minacciare la biodiversità.
La Società Botanica Italiana, insieme con il Ministero dell’Ambiente, lavora da anni alla redazione delle Liste rosse, che valutano il rischio di estinzione delle specie e le principali minacce. L’Italia ospita oltre 8mila specie di piante vascolari, le valutazioni più recenti ne considerano circa 2.400. Tra quelle esaminate, circa il 30% è esposto a un rischio elevato o immediato di estinzione, mentre altre centinaia sono prossime alle categorie di minaccia.
Dai dati emerge che il cambiamento climatico è indicato come causa diretta per meno del 10% della flora a rischio, mentre la trasformazione degli habitat pesa per circa il 90%. Ma questo non significa che il clima sia poco importante: significa che dobbiamo considerare anche le pressioni che agiscono direttamente sul territorio. La distruzione di un habitat può cancellare una popolazione in pochissimo tempo, mentre alcuni effetti climatici si manifestano su scale temporali più lunghe, lasciando almeno teoricamente un margine di adattamento.
Le piante hanno strumenti per reagire?
Sono organismi estremamente resilienti. Non potendo sottrarsi alle condizioni avverse, nel corso dell’evoluzione hanno sviluppato capacità di adattamento e flessibilità. Ma questa capacità dipende dalla storia evolutiva della specie e dalla diversità genetica disponibile.
Con alcune università europee, tra cui il Politecnico di Zurigo e Cambridge, abbiamo studiato popolazioni alpine di un garofanino selvatico. I risultati, pubblicati lo scorso autunno, hanno mostrato che queste piante stanno rispondendo al riscaldamento utilizzando gli stessi geni che le loro antenate avevano impiegato oltre 20mila anni fa, dopo l’ultima glaciazione, per espandersi in nuovi territori. La storia evolutiva non è soltanto maestra di vita: è anche una fonte di sopravvivenza.
Che cosa ci insegna questa scoperta?
Che non basta conservare le specie: dobbiamo salvaguardarne il potenziale evolutivo. Per farlo occorre proteggere il maggior numero possibile di individui e popolazioni, preservando la diversità genetica. Se questa si impoverisce, diminuiscono anche le possibilità di adattamento.
Un aspetto interessante è che le popolazioni alpine studiate possiedono varianti genetiche utili a rispondere al riscaldamento, mentre quelle del Pollino della stessa specie non le presentano. La differenza dipende da storie evolutive molto lunghe e anche dal caso: alcune varianti sono rimaste nei rifugi glaciali alpini, ma non sono state conservate nelle popolazioni meridionali. Se perdiamo una popolazione, possiamo perdere un patrimonio genetico che potrebbe rivelarsi prezioso in futuro.
Gli animali possono spostarsi per trovare condizioni più favorevoli. E le piante?
Le piante ci sembrano immobili, ma si muovono attraverso i semi e altri elementi di dispersione. Durante le glaciazioni del Quaternario molte specie si sono spostate dalle regioni circumpolari verso le coste mediterranee, per poi risalire quando i ghiacci si sono ritirati. Oggi possono cercare nuovi ambienti adatti, ma servono habitat disponibili a distanze compatibili con la loro capacità di dispersione.
La frammentazione del territorio rende questi spostamenti molto più difficili. Se gli ambienti naturali vengono ridotti o separati da aree trasformate, le piante possono non riuscire a raggiungere luoghi in cui sopravvivere. È uno dei motivi per cui la conservazione degli habitat è decisiva.
E qui ritorniamo all’impatto dell’antropizzazione.
Sì. E anche della deantropizzazione.
In che senso?
Anche l’abbandono di intere aree può portare conseguenze per la biodiversità. Nel Mediterraneo il rapporto tra esseri umani e territorio si è costruito in circa 50mila anni. La presenza umana non ha prodotto soltanto degrado: il pascolo estensivo, l’agricoltura tradizionale e il fuoco gestito hanno contribuito a creare paesaggi diversificati, con ambienti aperti ricchi di specie.
Molti pascoli montani del Pollino, della Sila e dell’Aspromonte sono habitat secondari, mantenuti nel tempo dalle attività umane. In un metro quadrato di prato montano possiamo trovare anche più di 40 specie vegetali, mentre in un bosco di faggio può essere necessario esplorare una superficie molto più ampia per raggiungere una ricchezza simile.
Ecco, quando il pascolo viene abbandonato, il prato può trasformarsi progressivamente in una zona arbustiva e poi in bosco, con la perdita delle specie legate agli ambienti aperti.
È il caso delle praterie a stipa austroitalica, il lino delle fate, presenti anche nelle aree di Castrovillari, Morano Calabro e Frascineto. L’avanzata degli arbusti può compromettere questi habitat e la biodiversità che ospitano. Non sempre, quindi, l’abbandono equivale a un ritorno a una natura più ricca.
Poi c’è anche il rischio incendi da considerare.
Come si lega all’abbandono delle aree?
Quando diminuisce la gestione del territorio, aumenta spesso la biomassa legnosa e si accumula materiale combustibile. Gli incendi possono così diventare più intensi e distruttivi. Pratiche agricole tradizionali come bruciare le sterpaglie, che un tempo si svolgevano in paesaggi aperti, possono oggi produrre conseguenze molto diverse, perché intorno ci sono boschi e vegetazione continua.
Il fuoco, tuttavia, fa parte della storia degli ecosistemi mediterranei. Alcune piante si sono adattate a questo fattore: pensiamo alla sughera, al mirto, all’erica arborea o ad alcuni pini le cui pigne si aprono con il calore. Molti ambienti sono in grado di rigenerarsi, ma il recupero dipende dall’intensità e dalla frequenza degli incendi, dalle condizioni del suolo e dai danni subiti dalle radici. Anche la gestione successiva è importante: il pascolo eccessivo e il calpestio possono favorire specie espansive, come i rovi, ostacolando la ricostituzione della vegetazione originaria.
Il Mediterraneo è riconosciuto come uno dei principali hotspot climatici a livello mondiale. Questo che impatto può avere sulle specie vegetali in Calabria?
Il bacino del Mediterraneo è anche uno dei 34 hotspot mondiali della biodiversità. Qui, e quindi anche in Calabria, troviamo una grande ricchezza di specie e molti endemismi, cioè organismi presenti soltanto in un determinato territorio. Quando scompare una specie endemica, non perdiamo soltanto una componente del patrimonio locale: possiamo determinarne l’estinzione globale.
Le piante mediterranee si sono evolute in un clima caratterizzato da estati calde e secche e inverni più freddi. Hanno sincronizzato il proprio ciclo biologico con queste condizioni, attraversando i periodi sfavorevoli in dormienza e concentrando crescita, fioritura e fruttificazione nelle fasi più adatte. Ma oggi le ondate di caldo e di freddo possono essere più intense, frequenti e prolungate, anche in periodi anomali. I ritmi biologici costruiti in millenni vengono messi in difficoltà.
Non ci sono più le mezze stagioni, ma non ci sono neanche le stagioni intere...
Proprio così. Un esempio concreto di questi effetti è quello della paeonia peregrina, presente anche nel Pollino.
È una specie rara in Italia, presente con una piccola popolazione nella Foresta Umbra, sul Gargano, e con popolazioni frammentate nel Pollino, oltre che in alcune aree dell’Europa sudorientale. Il suo ciclo di germinazione è particolarmente interessante: il seme viene disperso a fine estate e, con le piogge autunnali, sviluppa la radice, mentre la parte aerea resta dormiente. Le foglie emergono soltanto alla fine dell’inverno o all’inizio della primavera, quando il rischio di gelate si riduce.
Durante un monitoraggio nel Pollino, circa otto anni fa, ci siamo imbattuti in un’ondata di caldo anomala all’inizio di febbraio, durata oltre due settimane, con temperature elevate sia di giorno sia di notte. Alcuni semi completarono prematuramente la germinazione, producendo la parte aerea. Quando tornò il freddo, le giovani piantine deperirono. È un esempio di come un’anomalia climatica possa interferire con meccanismi biologici consolidati nel tempo. Per valutare le condizioni attuali della specie servono però nuovi monitoraggi: tra le criticità c’è anche la trasformazione dell’habitat forestale.
La biodiversità può offrire anche soluzioni per affrontare il cambiamento climatico?
Assolutamente sì. Non è soltanto una vittima delle trasformazioni ambientali: può essere una risorsa per affrontarle. La sicurezza alimentare, per esempio, dipende anche dalla capacità di adattamento di un numero limitato di specie coltivate. La selezione operata dall’uomo ha migliorato caratteristiche produttive e qualitative, ma in molti casi ha ridotto la diversità genetica.
Per questo studiamo le specie selvatiche affini alle colture, che possono conservare varianti genetiche utili. In Calabria abbiamo individuato, tra gli altri, popolazioni di segale selvatica nella zona di Montescuro, in Sila, con semi capaci di germinare in condizioni di forte aridità, e una graminacea selvatica affine al frumento nell’area di Frascineto, con caratteristiche interessanti rispetto alla siccità. Queste popolazioni possono rappresentare riserve genetiche preziose per migliorare la resistenza delle colture. Ma, se scompaiono, perdiamo anche questa possibilità.
Anche i boschi offrono servizi immediati: attraverso la traspirazione, possono contribuire a ridurre di circa due gradi la temperatura media degli ambienti circostanti. Tagliare o bruciare un bosco significa quindi perdere capacità di assorbimento del carbonio, ma anche un effetto di raffrescamento.
Come deve cambiare, allora, la conservazione della natura?
Non possiamo limitarci a una protezione passiva. Le specie si spostano, gli habitat cambiano e le aree protette possono non coincidere più, nel tempo, con gli ambienti adatti alla sopravvivenza di una popolazione. Serve una conservazione attiva e adattativa, capace di considerare la connettività tra gli habitat e, in situazioni estreme, anche interventi di supporto alle specie.
Si parla di migrazione assistita, colonizzazione assistita o trasferimento del flusso genetico. Sono interventi delicati, che comportano rischi ecologici ed etici e devono essere valutati caso per caso, sulla base di solide conoscenze scientifiche. Non possono diventare la risposta ordinaria a ogni problema, ma vanno considerati quando le possibilità naturali di adattamento sono compromesse.
Che cosa può fare invece il singolo cittadino?
Il rischio, concentrandosi esclusivamente sul cambiamento climatico, è che le persone si sentano impotenti: si tratta di un fenomeno che richiede decisioni politiche nazionali e sovranazionali. Esistono però altre componenti del cambiamento globale sulle quali possiamo intervenire più direttamente, a partire dall’uso del suolo e dalla gestione dei rifiuti.
In Calabria, come altrove, gli alvei dei fiumi e delle fiumare vengono spesso utilizzati come discariche. I rifiuti e l’inquinamento possono compromettere gli ecosistemi, anche se gli effetti su molte specie vegetali non sono ancora del tutto conosciuti.
Occorre quindi mantenere alta l’attenzione sul clima, senza trascurare le scelte quotidiane e le politiche locali che incidono direttamente sulla qualità degli ambienti naturali.
Qui all’Unical avete uno scrigno di biodiversità che è l’Orto Botanico. Qual è il valore di questa presenza?
È importante anche per il messaggio che trasmette: la conservazione della natura deve essere presente nella comunità universitaria, visibile e riconoscibile. Il nostro orto botanico è esso stesso un’area naturale protetta nell’ambito della Direttiva Habitat. Mi auguro che possa essere sempre più conosciuto e valorizzato, perché la biodiversità non rimanga soltanto un tema scientifico, ma diventi qualcosa che le persone possano osservare e sentire come parte del proprio territorio.



