Le specie che arrivano e quelle che scompaiono: così il riscaldamento del Mediterraneo sta modificando gli ecosistemi marini calabresi, con effetti sulla biodiversità, sulla pesca e sulle nostre abitudini. L’analisi del docente di Zoologia dell’Unical
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Il vermocane, il pesce scorpione, il granchio blu. Specie che fino a qualche tempo fa neanche conoscevamo e che oggi invece incontriamo anche nel nostro mare. Ma mentre alcune specie arrivano e trovano condizioni favorevoli per restare, altre fanno il percorso opposto: si spostano alla ricerca di acque più adatte alle loro condizioni di vita, in alcune aree diventano più rare fino in qualche caso a scomparire.
È uno degli effetti meno visibili del cambiamento climatico, perché avviene dove i nostri occhi non vedono. Sotto la superficie dell’acqua, in quelle profondità che, però, hanno molto da raccontare su quello che sta accadendo ai nostri ecosistemi.
Il Mediterraneo è diventato più caldo, lo sappiamo. Ma questo non vuol dire solo più fenomeni estremi. Non ci sono solo ondate di calore e piogge intense, c’è anche altro. Perché, quando la temperatura del mare cambia, cambiano le specie che riescono a viverci, cambiano i rapporti tra prede e predatori, cambiano le risorse disponibili. E, alla fine, cambiano anche la pesca, l’alimentazione e le attività dell’uomo.
Non è un problema soltanto di chi vive in certi ambienti, è un problema di tutti. È un equilibrio che si sta trasformando e che, a catena, sta trasformando il resto. Sta succedendo anche lungo le coste calabresi, dal Tirreno allo Ionio. A raccontarlo è chi osserva queste trasformazioni da tempo, tastando il polso a un Mediterraneo che non è più quello che conoscevamo.
Emilio Sperone è professore associato di Zoologia al Dipartimento di Biologia, Ecologia e Scienze della Terra dell'Università della Calabria. La sua seconda casa, che condivide con un gruppo di lavoro giovane e motivatissimo, è il laboratorio al cubo 4B. È anche coordinatore del Consiglio Unificato del corso di laurea in Scienze naturali e ambientali e del corso di laurea magistrale in Biodiversità e conservazione dei sistemi naturali nonché direttore del master di II livello in Gestione e conservazione della biodiversità e delle risorse ambientali. È uno che vede, insomma, dove noi non vediamo. E per questo può aiutarci a farlo.
Professor Sperone, cosa sta succedendo sotto la superficie del mare?
Dobbiamo innanzitutto considerare che il nostro pianeta alterna naturalmente fasi glaciali e interglaciali. Adesso ci troviamo in una fase interglaciale, quindi in un periodo che tende naturalmente a essere più caldo. Nel corso della sua storia, la Terra ha attraversato periodi di siccità e riscaldamento, il problema è che le attività umane stanno esasperando e accelerando questa fase.
La terraferma e il mare reagiscono in modo diverso. Sulla terraferma si verificano escursioni termiche e cambiamenti repentini ai quali gli ambienti possono rispondere in maniera differente. Il mare, invece, ha equilibri più stabili e risente molto delle variazioni di temperatura. Anche mezzo grado in più può fare una grande differenza e modificare le condizioni di vita delle diverse componenti dell'ecosistema.
Quali sono le conseguenze più evidenti del riscaldamento delle acque?
Una delle conseguenze riguarda le alghe e le loro fioriture, che possono aumentare con il caldo. Le mucillagini sono legate a questi fenomeni: possono accumularsi sul fondo e sulle rocce, per poi essere staccate dal movimento delle onde e arrivare in superficie.
Un altro effetto è la diffusione delle specie che prediligono le acque calde. Pensiamo al vermocane, che è stato al centro di diversi allarmi la scorsa estate, oppure al pesce scorpione e al granchio blu. Il riscaldamento del mare può accelerare i loro cicli biologici e favorirne l'espansione.
Queste specie arrivano nei nostri mari solo perché trovano temperature più favorevoli?
La temperatura è un fattore importante. In natura, un organismo colonizza un ambiente in funzione delle condizioni che trova. Per alcune specie, come il pesce scorpione, il Mediterraneo in passato era troppo freddo. Oggi le temperature possono essere diventate più adatte alla loro diffusione.
Naturalmente non basta che una specie arrivi in un nuovo ambiente perché riesca a stabilirsi. Deve trovare condizioni favorevoli anche dal punto di vista delle risorse alimentari e dell'habitat. Alcune specie non riescono ad adattarsi e scompaiono, altre, invece, riescono a insediarsi e possono diventare invasive.
Tutto questo perché ci riguarda?
Il cambiamento climatico può impoverire le risorse della pesca. Molte specie commerciali tipiche dei mari più freschi stanno diventando più rare perché il loro ambiente è meno idoneo e i loro cicli biologici possono risentirne, anche dal punto di vista della riproduzione.
Pensiamo alla crisi del merluzzo nel Mare del Nord oppure alle morie di cozze registrate quest'estate nell'Adriatico, dove alcuni allevamenti hanno segnalato perdite anche del 70% a causa delle temperature troppo elevate.
Non dobbiamo concentrarci soltanto sulle specie che arrivano, ma anche su quelle che scompaiono. Gli animali che necessitano di acque fresche possono spostarsi verso ambienti più favorevoli oppure, se non riescono a farlo, rischiano di estinguersi localmente. In entrambi i casi perdiamo risorse e cambiano gli equilibri degli ecosistemi.
Il Mediterraneo viene indicato come un'area particolarmente esposta al cambiamento climatico. Perché?
Il Mediterraneo è un mare semichiuso, con una circolazione delle acque diversa da quella degli oceani. Le acque entrano principalmente attraverso lo Stretto di Gibilterra e si distribuiscono nel bacino. Il rimescolamento è più limitato rispetto a quello oceanico e questo contribuisce a renderlo particolarmente sensibile al riscaldamento.
Guardando alla Calabria, quali cambiamenti state osservando nei nostri mari?
Soprattutto il Tirreno sta risentendo in maniera evidente delle variazioni di temperatura. Stiamo osservando una maggiore diffusione di specie che prediligono le acque calde. Il vermocane, per esempio, è presente nel Mediterraneo, ma l'aumento delle temperature può favorirne la riproduzione e la diffusione. Anche la castagnola, un piccolo pesce nero già presente nei nostri mari, è diventata più dominante perché ama il caldo.
Un altro esempio è il pesce pappagallo, una specie che fino a qualche anno fa era associata soprattutto ai mari più caldi, come quelli nei pressi dell'Egitto e di Israele, e che oggi si sta diffondendo anche nelle nostre acque, dove trova condizioni più favorevoli.
Sono trasformazioni che si stanno verificando soltanto negli ultimi anni?
Sono fenomeni che osserviamo da qualche anno. Probabilmente alcuni cambiamenti sono iniziati prima, ma i loro effetti sono diventati particolarmente evidenti negli ultimi quattro o cinque anni.
Lei si occupa anche di squali, considerati sentinelle dello stato di salute del mare. Parliamo di inquinamento, ma il cambiamento climatico c’entra?
«Certamente. Anche gli squali, come tutti i pesci, sono legati alle condizioni ambientali e alla temperatura dell'acqua. Alcune specie stanno risentendo del cambiamento climatico, come lo squalo martello e lo smeriglio, che oggi è più difficile incontrare.
Altre specie, invece, sembrano beneficiare delle temperature più elevate. È il caso dello squalo mako e della verdesca. Stanno cambiando le comunità di squali e, in particolare, la loro abbondanza relativa: alcune specie che in passato erano più comuni diventano meno frequenti, mentre altre si osservano più spesso.
Lo squalo mako, per esempio, è oggetto di numerose segnalazioni. È diventato più frequente anche in zone in cui in precedenza era raro. In Calabria era già presente nello Ionio, ma oggi viene segnalato con maggiore frequenza anche nel Tirreno.
Il riscaldamento del mare può comportare anche la presenza di squali vicino alla costa?
Non necessariamente. L'avvicinamento alla costa dipende soprattutto dalla disponibilità di cibo. Gli squali si spostano dove trovano risorse alimentari.
In primavera, per esempio, capita di osservare esemplari di verdesca vicino alla costa. In alcuni casi potrebbero essere femmine che si avvicinano per partorire, per poi allontanarsi. È importante, quindi, distinguere i cambiamenti nella distribuzione delle specie dai motivi per cui un singolo animale si avvicina al litorale.
Ci sono specie marine che in Calabria rischiano di scomparire o che sono già diventate molto più rare?
Tra i grandi predatori, possiamo citare lo squalo martello. Lungo il Tirreno avevamo una zona di riproduzione e da circa quindici anni non registriamo più segnalazioni in quell'area.
Anche tra i pesci più piccoli stanno cambiando le distribuzioni. Il sarago, per esempio, è diventato più dominante, a discapito di altre specie come la triglia, che sta riducendo la propria distribuzione. È un aspetto importante anche dal punto di vista economico, perché parliamo di specie che hanno un valore per la pesca.
Lo stesso discorso riguarda pesci come il nasello e la rana pescatrice, che prediligono acque relativamente più fresche e che possono risentire delle trasformazioni ambientali.
In base a quello che state osservando, quali scenari possiamo aspettarci per i prossimi anni?
Probabilmente cambieranno ulteriormente le comunità di pesci. Dovremo abituarci all'idea che alcune specie che oggi consideriamo aliene possano diventare comuni nei nostri mari e dovremo imparare a convivere con questa nuova situazione.
In parte sta già accadendo. All'inizio la diffusione del granchio blu era vista con grande preoccupazione. Oggi, oltre a cercare di contenerne gli effetti, in molti casi lo si pesca e lo si utilizza in cucina. In Grecia è stato fatto qualcosa di simile con il pesce scorpione, che viene pescato e servito nei ristoranti.
Ci sono anche segnali positivi però. Stanno aumentando le tartarughe marine e la foca monaca sta tornando in alcune aree italiane dopo essere mancata per decenni. Potremmo quindi assistere a un aumento delle segnalazioni di specie che oggi sono ancora occasionali, mentre altre continueranno a ridursi o a scomparire.
Il pianeta non è una realtà immobile: gli ecosistemi sono sempre cambiati nel corso della storia. Il problema è che oggi il nostro intervento sta accelerando troppo il riscaldamento, così i cambiamenti diventano più rapidi e gli organismi hanno meno tempo per adattarsi. Questo vale per gli animali e per le piante, ma anche per l'uomo, nonostante disponga di strumenti tecnologici.
Il cambiamento climatico riguarda anche gli ecosistemi terrestri. Quali specie sono maggiormente esposte?
Le conseguenze sono diverse a seconda delle specie. Tra i vertebrati terrestri, mammiferi e uccelli possono mantenere una distribuzione relativamente stabile, mentre sono particolarmente vulnerabili gli organismi con cicli vitali strettamente legati alla temperatura e alla disponibilità di acqua.
Pensiamo agli anfibi. Le loro uova e le prime fasi di sviluppo dipendono spesso dall'acqua: se un ambiente si prosciuga prima che i girini abbiano completato la metamorfosi, la riproduzione può fallire.
Anche i rettili possono risentire del riscaldamento. Nelle tartarughe, per esempio, il sesso dei piccoli dipende dalla temperatura di incubazione: temperature più elevate possono determinare la nascita di una percentuale maggiore di femmine, alterando l'equilibrio tra i sessi.
Poi ci sono gli insetti. Alcune specie, come le api, possono avere difficoltà a trovare cibo e habitat idonei, mentre altre, come le zanzare, possono trovare condizioni più favorevoli alla proliferazione. Sono cambiamenti che ci riguardano direttamente, perché gli insetti svolgono funzioni essenziali negli ecosistemi e nei sistemi agricoli.
Qual è la situazione in Calabria da questo punto di vista?
Alcuni effetti che interessano gli animali di alta montagna sono meno evidenti rispetto a quanto accade sulle Alpi, dove specie come camosci e stambecchi risentono delle trasformazioni degli ambienti d'alta quota.
Per quanto riguarda i mammiferi calabresi, non osserviamo ovunque criticità paragonabili a quelle di altre specie. Alcuni animali, come la lontra, stanno diventando più abbondanti in determinate aree. Le difficoltà maggiori riguardano invece quella che definiamo fauna minore: anfibi, rettili, insetti, invertebrati e pesci d'acqua dolce.
Anche questi ultimi sono molto sensibili al caldo. Le trote, per esempio, hanno bisogno di acque fredde e ben ossigenate. Se i fiumi si riscaldano, sono tra le prime specie a risentirne.
Il riscaldamento può favorire anche la diffusione di malattie nella fauna selvatica?
Sì. Le temperature elevate e le trasformazioni ambientali possono contribuire a modificare la diffusione di patogeni e parassiti, mettendo ulteriormente sotto pressione specie già vulnerabili.
Un esempio riguarda il fungo chitridio, che colpisce gli anfibi e può provocare alti tassi di mortalità. Tra le specie interessate c'è l'ululone, un piccolo rospo che in alcune aree è diventato molto raro.
Ci sono poi parassiti che colpiscono le anguille e che rappresentano un'altra minaccia per la fauna acquatica. Sono vicende poco conosciute perché riguardano aspetti molto specialistici, ma dimostrano che anche ciò che non vediamo direttamente sta cambiando e produce effetti sugli ecosistemi.
Questi fenomeni possono avere conseguenze sulla salute umana?
Il rischio di spillover, cioè il passaggio di un patogeno dagli animali all'uomo, deve essere considerato. Il cambiamento climatico può modificare la distribuzione di alcuni organismi e vettori, contribuendo a creare condizioni favorevoli alla diffusione di determinate malattie. Le conseguenze dipendono però da numerosi fattori, tra cui le caratteristiche del patogeno, le condizioni ambientali e quelle sanitarie.
Di fronte a queste trasformazioni, che cosa possiamo fare concretamente?
Dovremmo innanzitutto cercare di ridurre il più possibile la nostra impronta sul pianeta. Possiamo farlo attraverso un uso più sostenibile dell'energia, una corretta gestione dei rifiuti e il rispetto delle norme sul riciclo.
Dobbiamo considerare che una specie già sottoposta allo stress del caldo può diventare ancora più vulnerabile se deve affrontare anche l'inquinamento, il traffico, la distruzione degli habitat o una pressione eccessiva legata alle attività umane. Più fattori di stress si sommano, maggiori sono le difficoltà per gli organismi.
Un altro aspetto fondamentale è la prevenzione degli incendi. Dobbiamo intervenire, denunciare gli episodi dolosi e sensibilizzare le persone. Un incendio può produrre danni ambientali che si protraggono per decenni. In una fase di crisi climatica, perdere un ettaro di foresta è particolarmente grave.
Ma sono importanti anche le tradizioni locali.
In che senso?
La Calabria possiede pratiche agricole, di pesca e di allevamento tradizionali che si sono sviluppate in rapporto con il territorio e che possono offrire spunti utili per una gestione più sostenibile delle risorse.
Dovremmo riscoprire e valorizzare queste esperienze. Pensiamo alle antiche vasche utilizzate in agricoltura per la gestione dell'acqua, che rappresentavano anche punti di abbeveramento per la fauna selvatica. In alcuni casi, eliminando queste strutture e sostituendole con altri sistemi di irrigazione, abbiamo reso gli ambienti meno accessibili agli animali.
Anche alcune tecniche di pesca tradizionali, come quella del pesce spada con la feluca nello Stretto di Messina, possono essere valorizzate per il loro rapporto con il territorio e con le risorse locali.
Non si tratta di pensare che tutto ciò che appartiene al passato sia necessariamente sostenibile, ma di recuperare le pratiche che favoriscono una convivenza equilibrata con l'ambiente.
Quali sono i segnali del cambiamento climatico che tutti possono riconoscere nella vita quotidiana?
Gli eventi meteorologici estremi sono sicuramente tra i segnali più evidenti. Ma ci sono anche effetti meno immediati. Possiamo accorgerci delle trasformazioni osservando la disponibilità e il prezzo di alcuni prodotti alimentari. La siccità, per esempio, può ridurre la produzione agricola e incidere sulla disponibilità di ortaggi e verdure.
Anche la diffusione di insetti che danneggiano le derrate alimentari può rappresentare un problema. Sono fenomeni sui quali servono osservazioni e verifiche specifiche, ma che ricordano quanto le condizioni ambientali possano incidere anche sulla conservazione degli alimenti e sulle nostre abitudini.
Qual è il messaggio che dovrebbe arrivare da tutto quello che abbiamo descritto?
Dobbiamo informarci, parlarne e cercare di capire come il cambiamento climatico incida concretamente sulle nostre vite. È importante che la divulgazione scientifica non si limiti a descrivere fenomeni lontani, ma mostri alle persone che cosa stiamo perdendo in termini di biodiversità, risorse ed economia.
Possiamo intervenire sulle nostre abitudini quotidiane, ridurre l'inquinamento, gestire meglio i rifiuti, prevenire gli incendi e valorizzare le pratiche sostenibili legate ai nostri territori.
Il cambiamento climatico deve essere raccontato anche attraverso questi esempi concreti. Solo comprendendo che cosa sta accadendo intorno a noi possiamo renderci conto della portata del fenomeno e dell'importanza delle azioni che ciascuno può mettere in campo.

