Da un lato la dignità ruvida di chi difende il proprio pane con trattori e tir schierati sulle strade del Sud. Dall'altro la furia performativa di chi devasta il centro di Milano per noia o per copione
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I motori diesel girano al minimo sulla Statale 106, a due passi dal mare di Roseto Capo Spulico o di Sibari. È un muggito grave, una nota di basso continuo che fa vibrare l'aria calda del mattino. Non c'è fumo nero, non ci sono grida, anzi, c’è tanta cordialità tra i manifestanti del presidio della rotaroria di Quattromiglia. Ci sono trattori giganti come palazzi di tre piani e tir rimorchiati schierati a spina di pesce, a centimetri dai cordoli della carreggiata, lasciando libera una corsia esatta per far passare le ambulanze, i pendolari, i furgoni del pane. Chi sta seduto al posto di guida indossa la tuta da lavoro unta di grasso o gli stivali di gomma incrostati di terra secca. Offrono caffè bollente dai thermos di plastica ai carabinieri in servizio di ordine pubblico. Si parla di prezzo del gasolio, di rese per ettaro, di fatture da pagare a novanta giorni che non arrivano mai. La rabbia c'è, brucia nelle viscere, ma si incanala in una disciplina quasi militare, spietata e dignitosissima. È la compostezza di chi sa che se distrugge la strada su cui lavora o se spacca la vetrina del vicino, l'indomani mattina non avrà comunque da mangiare.
Nello stesso momento, a mille chilometri di distanza, la nebbia sporca di Milano viene squarciata dal boato secco di una bomba carta sotto la galleria Vittorio Emanuele. Il fumo denso sa di zolfo e di plastica bruciata. Un gruppo di ragazzi incappucciati nei soliti K-Way neri carica a testa bassa verso le camionette del Reparto Mobile. Bastoni di legno recuperati dai cantieri, sampietrini sradicati dal selciato, transenne lanciate a parabola contro gli scudi di policarbonato. La vetrina di una catena di abbigliamento veloce va in frantumi con un suono metallico, vitreo, sinistro. Sul muro a fianco, una bomboletta spray lascia la solita scritta sgrammaticata contro lo Stato. Tra i fumi dei lacrimogeni, la folla si disperde nei vicoli attorno a Piazza Duomo, lasciando dietro di sé cassonetti rovesciati, biciclette a noleggio sventrate e una scia di fango urbano.
Non è una questione di geografia emotiva e nemmeno di un presunto bon ton dei campi contro l'inciviltà delle metropoli. È una frattura antropologica profonda, brutale, che la politica e certi giornali continuano a raccontare con le categorie sbagliate. Da una parte c'è chi scende in strada perché ha qualcosa da perdere; dall'altra c'è chi scende in piazza perché cerca qualcosa da rompere.
Gli agricoltori del Sud, i camionisti che macinano chilometri sulle dorsali adriatiche e ioniche, mettono in piazza i ferri del mestiere. Quei mezzi agricoli da centocinquanta mila euro sono l'unico capitale di famiglie intere, ipotecati fino all'osso con le banche locali. La pala del trattore o la motrice dell'autoarticolato non sono armi di offesa, sono strumenti di produzione esibiti come un blasone o una condanna. Occupare lo snodo di uno svincolo autostradale in Calabria o in Puglia con una colonna di mezzi d'opera richiede un senso del limite preciso. La protesta vive della sua continuità temporale, della capacità di resistere giorni sotto il sole o la pioggia senza cedere alla provocazione. La loro eleganza non è un fatto estetico o folcloristico. È pragmatismo contadino. È la consapevolezza arcaica che la violenza cieca squalifica la ragione del torto, trasformando il lavoratore in un criminale agli occhi di chi guarda dal televisore di casa.
A Milano la dinamica è opposta. E’ nevrotica, quasi consumistica. La protesta metropolitana si è trasformata da tempo in un evento performativo a uso e consumo dei social media e delle dirette dei canali all-news. Non c'è legame con la produzione, non c'è una categoria economica omogenea che rischia il proprio pane. Le piazze milanesi attraggono la frustrazione volatile di una gioventù disancorata, la rabbia ideologizzata degli antagonismi di professione e una massa galleggiante di professionisti del disordine. Lo scontro con le forze dell'ordine diviene l'obiettivo unico, la convalida della propria esistenza sovversiva. Si devasta il centro cittadino non per abbattere un potere, ma per fare vetrina. Si brucia l'auto del lavoratore parcheggiata in strada per lanciare un segnale al sistema, in un paradosso grottesco dove la vittima designata è sempre la stessa classe media che si vorrebbe difendere.
Il contrasto visivo è sconcertante. Da un lato il sudore di chi le mani le ha consumate nei campi di pomodori o sul volante di un dodici metri; dall'altro la rabbia da salotto di chi gioca alla rivoluzione con la maschera antigas comprata su internet. Nel Mezzogiorno la solidarietà di popolo, invece, si stringe attorno al presidio. Le signore portano le teglie di focaccia calda ai caselli, i sindaci con la fascia tricolore vanno a sedersi sui cofani dei trattori. La protesta fa parte del tessuto sociale, ne è l'estrema difesa immunitaria contro una burocrazia europea o un mercato globale che schiacciano chi produce. A Milano la città espelle la protesta come un corpo estraneo. I negozianti abbassano le saracinesche con il terrore negli occhi, i residenti sbarrano le finestre, i passanti accelerano il passo disgustati. La manifestazione sfocia nel vandalismo e lascia dietro di sé soltanto il conto dei danni che la collettività dovrà saldare l'indomani.
C'è una dignità antica nel contadino meridionale o nell'autotrasportatore di Reggio Calabria che chiede di essere ascoltato senza distruggere la terra che lo nutre. È la dignità di chi riconosce l'autorità dell'avversario e proprio per questo lo costringe a guardarlo negli occhi, da uomo a uomo, sopra un blocco stradale composto e inflessibile. Quando la protesta diventa devastazione gratuita, come accade ormai con spaventosa regolarità nelle vie della capitale morale del Nord, perde ogni caratura morale. Resta soltanto il rumore sordo dei vetri infranti e la miseria di chi confonde la lotta politica con il diritto di distruggere le vite degli altri.
*documentarista

