Il governatore dell’ateneo rivendica il valore di ogni componente della comunità accademica e invita a superare la logica dell'emergenza per fare dell'università un motore di sviluppo civile
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Ci sono formule verbali che, nei bilanci istituzionali, assolvono a una funzione notarile. Sono gli elenchi di risultati, le percentuali di crescita, le menzioni di merito destinate a spegnersi nel giro di una rassegna stampa. E poi ci sono passaggi che cambiano registro, spostando il baricentro dal resoconto contabile alla ricognizione etica. Le parole pronunciate dal rettore Gianluigi Greco a conclusione del primo anno di mandato appartengono decisamente a questa seconda categoria. Non perché indulgano in toni celebrativi o in retoriche di facciata, ma perché isolano con precisione, direi chirurgica, il senso profondo dell'abitare un'istituzione universitaria in un contesto tanto generoso quanto complesso come quello calabrese.
Il primo snodo cruciale del ragionamento riguarda il rifiuto radicale della «logica della pura risposta all'emergenza». È una tentazione costante, quasi un riflesso condizionato per chi amministra e governa al Sud, come inseguire la criticità contingente, tamponare la falla del giorno, rincorrere l'urgenza mediatica o burocratica riducendo l'azione di governo a una perpetua gestione dei danni. Scegliere di mantenere saldo il baricentro sulla programmazione e sul rigore significa, a mio avviso, compiere un atto politico e culturale di portata straordinaria. Significa ammettere che la complessità non si sconfigge con il colpo di aforisma o con l'intervento tampone, ma con la pazienza metodica delle fondamenta. La programmazione è l'antidoto alla rassegnazione; è l'impegno a costruire una prospettiva che duri oltre il ciclo di un mandato, piantando alberi la cui ombra non è destinata a chi li innaffia.
La forza della riflessione si sposta, poi, sulla definizione dell'università non come macchina amministrativa, ma come un «corpo vivo». La scomposizione analitica che Greco fa di questo organismo collettivo è un esercizio di realismo e di giustizia interna. Troppo spesso il racconto pubblico delle università si polarizza tra i vertici che decidono e le statistiche sui laureati, dimenticando l'infrastruttura umana invisibile che rende possibile ogni giorno l'esistenza stessa del luogo. Il filo che lega il lavoro di chi tiene aperto un ufficio o una biblioteca, di chi orienta uno studente spaesato nei labirinti della burocrazia, di chi garantisce l'efficienza degli impianti e di chi resta in laboratorio a monitorare un esperimento quando la città fuori si è spenta, è la vera misura della tenuta civile di un ateneo.
In questi «gesti piccoli e ostinati» risiede la cifra autentica del lavoro accademico. Non c'è retorica del sacrificio sterile, ma la constatazione che un'istituzione complessa si regge sulla cura quotidiana dei dettagli. Chi lavora dietro le quinte in un'università meridionale sa bene che ogni pratica sbrigata, ogni aula riscaldata, ogni ricevimento condotto con attenzione non sono mansioni accessorie, ma atti di resistenza civile contro la dissoluzione e l'abbandono. Riconoscere questa pari dignità operativa significa smontare la gerarchia autoreferenziale del baronato accademico per restituire l'università alla sua natura comunitaria.
Da qui discende la definizione dell'ateneo come «luogo di pace» e «motore autentico di sviluppo civile». In un tempo segnato da polarizzazioni esasperate, da un dibattito pubblico urlato e da una precarietà esistenziale che frammenta il tessuto sociale, l'università deve tornare a essere uno spazio sottratto alla frenesia mercantile. Uno spazio in cui il disaccordo non diventi ostilità, in cui la ricerca del rigore metodologico si coniughi con l'accoglienza e l'ascolto. La pace di cui parla il rettore non è quiete burocratica o assenza di conflitto intellettuale, ma è al contrario la stabilità di un perimetro democratico in cui è possibile pensare, sbagliare, correggersi e crescere senza il timore di essere fagocitati dall’emergenza permanente.
Il passaggio conclusivo condensa il senso ultimo di questa responsabilità: «pensare e costruire qui il domani è il più grande atto d’amore che possiamo compiere per la nostra terra». È una frase che evita con cura ogni cedimento alla retorica della calabresità lamentosa o, specularmente, dell'apologia di maniera. La Calabria non viene evocata come un'entità astratta da commiserare o da glorificare nei convegni, ma come un campo di prova concreto, un territorio che interroga quotidianamente la coscienza di chi vi opera.
Scegliere di non delegare altrove il futuro, di radicare la ricerca, il pensiero critico e la progettualità in un'area svuotata dalla diaspora giovanile e segnata da storici ritardi infrastrutturali, non è un esercizio di ingenuità romantica. È la scelta lucida di un dovere civile. L'università non risolve da sola i nodi strutturali di una regione complessa, ma può fare qualcosa di insostituibile. Può formare coscienze capaci di interrogare la realtà senza subire i confini della subalternità geografica.
Difendere questa prospettiva, come ricorda il passaggio, è un patto di fedeltà. Un patto che non chiede adesioni ideologiche, ma la semplice, ostinata coerenza di chi sceglie di restare, fisicamente o intellettualmente, a presidiare i luoghi del sapere, trattandoli non come un transito provvisorio in attesa di lidi migliori, ma come il cantiere permanente del proprio domani.
documentarista

