Il ritorno in libertà di Damiano Pepe, detto “Tripolino”, riaccende l’attenzione di Leonardo Portoraro sugli equilibri criminali della Sibaritide. È l’11 novembre 2016: Pepe ha trascorso diciotto anni in carcere per l’omicidio di Luigi Lanzillotta e, nelle conversazioni intercettate nelle settimane successive, il suo nome ricorre insieme alle visite ricevute, ai rapporti con gli Abbruzzese e alle possibili rivendicazioni di comando.

Portoraro alterna espressioni di disprezzo a domande sulle mosse del vecchio rivale. Un interlocutore gli racconta delle numerose persone andate a trovare Pepe e delle precauzioni adottate nella sua abitazione: «Si è armato con telecamere là che manco i cani!». La frase viene pronunciata per descriverne l’atteggiamento guardingo. Portoraro chiede perché abbia paura, ma torna anche su quelle visite: «Quindi manco solo io all’appello?».

Sono alcuni dei passaggi richiamati nell’ordinanza del blitz antimafia nella Sibaritide per ricostruire la posizione di Pepe tra la scarcerazione del 2016 e il nuovo arresto del maggio 2018. Il provvedimento firmato dal gip Giacchetti affianca le intercettazioni ai precedenti giudiziari e alle dichiarazioni dei collaboratori.

L’omicidio Lanzillotta e il passaggio al gruppo di Carelli

La storia dei rapporti tra Pepe e Portoraro viene ricondotta allo scontro tra le organizzazioni di Giuseppe Cirillo e Santo Carelli. Secondo la ricostruzione riportata, Portoraro rimane fedele a Cirillo, mentre Pepe passa nel gruppo coriglianese di Carelli.

L’omicidio di Luigi Lanzillotta, commesso a Corigliano nel 1993, viene indicato come il delitto con il quale Pepe sancisce quel passaggio. Per l’assassinio viene condannato a ventitré anni di reclusione, scontandone diciotto prima della scarcerazione del novembre 2016.

Negli anni della sua detenzione, il fratello Edoardo Pepe assume un ruolo di reggenza insieme a Fioravante Abbruzzese, detto Fiore, fratello di Francesco Abbruzzese, “Dentuzzo”. Edoardo e Fiore vengono uccisi insieme nel 2002.

Il rapporto tra Damiano Pepe e gli Abbruzzese si consolida anche attraverso il legame familiare con Nicola Abbruzzese, detto “Semiasse”, suo genero. Nelle conversazioni richiamate dagli investigatori questa parentela viene evocata per spiegare il riconoscimento che Pepe avrebbe ricevuto anche negli ambienti cassanesi.

Le dichiarazioni di Acri e Nigro

Il provvedimento richiama le parole di Nicola Acri, che nel novembre 2021 racconta il precedente legame di Pepe con Portoraro e il successivo avvicinamento a Carelli. Acri riferisce inoltre che Pepe avrebbe ricevuto ulteriori doti di ’ndrangheta durante la detenzione, precisando però di non sapere quali riconoscimenti gli fossero stati conferiti.

Anche Ciro Nigro lo colloca tra gli appartenenti all’organizzazione coriglianese rimasti legati al gruppo durante la carcerazione. Nel descriverlo ai magistrati, il collaboratore insiste sulla soggezione che gli avrebbe provocato: «È una persona che ti mette soggezione, ti fa paura».

Sono valutazioni e racconti dei collaboratori che l’ordinanza utilizza per inquadrare la figura di Pepe e la continuità dei suoi rapporti. Le intercettazioni successive alla scarcerazione vengono esaminate per ricostruirne il ritorno sulla scena.

Il 2016: le rivendicazioni e l’ostilità di Portoraro

La prima conversazione indicata come significativa risale al 6 dicembre 2016, meno di un mese dopo la scarcerazione. Portoraro ascolta un interlocutore descrivere le intenzioni attribuite a Pepe, che avrebbe parlato della necessità di mettere «le cose a posto».

Leonardo Portoraro ucciso nel giugno del 2018 a Villapiana

Nel dialogo ricorre la distinzione tra Corigliano e Cassano: secondo l’interlocutore, Pepe avrebbe dovuto avanzare le proprie rivendicazioni nel territorio coriglianese, per il quale aveva commesso il delitto che lo aveva portato in carcere.

Portoraro manifesta apertamente l’ostilità legata al passato, definendolo un traditore. Si domanda però se la lunga detenzione non ne abbia modificato l’atteggiamento: «Comunque penso dopo vent’anni di galera, dovrebbe stare… ragionare diverso no?».

Nella stessa conversazione vengono riferiti progetti per un’attività commerciale destinata anche ai familiari. Il discorso si sposta poi sui rapporti con gli Abbruzzese e sulle possibilità che questi ultimi accettino o contrastino le iniziative di Pepe.

Le visite a Lattughelle e le telecamere

In una successiva conversazione di dicembre, Portoraro apprende che numerosi esponenti degli ambienti criminali sarebbero andati a trovare Pepe dopo il suo ritorno a Lattughelle. L’interlocutore gli riferisce che lui sarebbe rimasto tra le eccezioni.

Portoraro minimizza, ma continua a chiedere chi abbia partecipato alle visite. Il racconto comprende persone provenienti da Corigliano e Lauropoli, con un riferimento anche a “Semiasse”. Portoraro richiama allora il legame familiare: «Ha il genero che è zingaro».

È in questo contesto che viene descritta l’abitazione dotata di numerose telecamere. L’interlocutore interpreta il sistema di sorveglianza come un segnale di timore e racconta anche un episodio nel quale Pepe si sarebbe informato sull’identità di un giovane dopo una manovra stradale ritenuta sospetta.

La paura viene attribuita a Pepe da chi parla con Portoraro: la conversazione non ne accerta direttamente le ragioni. Alla domanda di Portoraro sul motivo di tanta apprensione, l’interlocutore risponde di non saperlo.

Il comando a Cassano e il riferimento a Luigi Abbruzzese

Tra la fine del 2016 e il gennaio 2017 altri dialoghi riportano la convinzione che gli Abbruzzese stessero favorendo l’ascesa di Pepe anche a Cassano.

Portoraro ribadisce invece che, se intende rivendicare un ruolo, dovrebbe farlo a Corigliano. Quando gli viene riferito un possibile riconoscimento cassanese, esprime scetticismo e richiama Luigi Abbruzzese (figlio di “Dentuzzo”), allora latitante: «Là c’è uno solo che comanda pure dentro là!».

Le conversazioni mostrano così le diverse rappresentazioni degli equilibri offerte dagli interlocutori. Per gli investigatori, costituiscono elementi utili a ricostruire il peso attribuito a Pepe e i rapporti con la famiglia Abbruzzese dopo la scarcerazione.

Gaetani, il progetto attribuito a “Semiasse” e i rapporti con i Forastefano

Nell’agosto 2017 è Giuseppe Gaetani, uomo di fiducia di Portoraro, a riferirgli alcune voci. Secondo quanto racconta, Nicola Abbruzzese avrebbe voluto sostituire Pasquale Forastefano con il suocero quale riferimento della componente definita nei dialoghi “italiana” del locale di Cassano. Luigi Abbruzzese, sempre secondo il racconto riportato da Gaetani, si sarebbe opposto.

Il provvedimento inserisce il passaggio nella storia del riconoscimento del locale cassanese da parte di Cirò e dell’alleanza tra gli Abbruzzese, di origine rom, e la famiglia Pepe. La proposta e il dissenso vengono riferiti da Gaetani come informazioni apprese, non registrati durante una discussione diretta tra i protagonisti.

Nel settembre successivo Gaetani racconta anche delle frequentazioni tra Pasquale Forastefano e Pepe a Lattughelle, descrivendo il superamento delle divisioni con l’espressione «ha fatto… il gemellaggio».

Portoraro prende le distanze: «Facesse che cazzo vuole!», dice, aggiungendo di volerli lontani. Nello stesso colloquio Gaetani attribuisce a Pepe richieste di denaro, mentre Portoraro sostiene che si stia muovendo soprattutto a Corigliano. Sono affermazioni intercettate che l’ordinanza colloca nella ricostruzione delle attività e degli equilibri dell’epoca.

Damiano Pepe, ritenuto il capo della presunta associazione mafiosa contestata a "Ginestra"

«Lui deve stare solo a Corigliano»

Il 3 gennaio 2018 Portoraro torna a parlare con Gaetani. Anche in questa occasione manifesta ostilità e diffidenza verso Pepe, ribadendo: «Lui deve stare solo a Corigliano e basta!».

Racconta inoltre di aver respinto un suo tentativo di contatto: «Mi voleva venire a salutare a me». Il rifiuto viene accompagnato da insulti e dal richiamo al precedente cambio di schieramento.

Portoraro si domanda infine perché, dopo il ritorno in libertà, Pepe non sia ancora stato nuovamente raggiunto da un’indagine per associazione mafiosa: «Io ancora mi faccio meraviglia di come mai non hanno fatto scattare un’associazione».

Il dialogo precede di alcuni mesi l’omicidio dello stesso Portoraro. Gaetani verrà assassinato nel dicembre 2020. Nell’estratto questi riferimenti temporali accompagnano la ricostruzione delle conversazioni, senza attribuire a Pepe responsabilità nei due delitti.

Gli incontri del 2018 e gli interessi economici

Le acquisizioni successive comprendono conversazioni alle quali partecipa direttamente Pepe. Il 9 aprile 2018, durante un incontro con Nicola Abbruzzese e altri presenti, vengono affrontate questioni solo parzialmente comprensibili.

In un passaggio “Semiasse” si offre di intervenire con Pasquale Forastefano, chiedendo al suocero di non esporsi: «Voi non dovete figurare!». Gli investigatori interpretano queste parole come una cautela per mantenere riservato il coinvolgimento di Pepe.

Il colloquio prosegue su somme da recuperare e denaro da dividere. Si parla di un debito di sessantasettemila euro, di una consegna di diecimila e degli introiti della vendita di una vettura. Il provvedimento valorizza il confronto come indicativo di interessi economici condivisi e del ruolo esercitato da Pepe nelle decisioni, pur rilevando che non tutti gli affari risultano chiariti.

Un’ulteriore conversazione del 2 maggio 2018 riguarda un appuntamento e un’operazione dalla quale gli interlocutori si aspettano di ricavare settantamila euro nell’immediato, oltre ad altre somme successive. Anche in questo caso, nell’estratto, la natura precisa dell’affare non viene definita.

Nicola Abbruzzese raccomanda al suocero di mostrarsi determinato durante l’incontro: «Fatevi vedere col sangue agli occhi!». Pepe risponde rivendicando quel tipo di atteggiamento. Si discute inoltre del compenso da destinare a una terza persona e della quota attribuita a Luigi Abbruzzese.

La condanna “Sybaris” e il ritorno in carcere

Nel maggio 2018 diventa definitiva la condanna di Pepe nel processo “Sybaris”. Il provvedimento richiama il riconoscimento del suo ruolo di promotore dell’associazione mafiosa con epicentro a Cassano per una contestazione riferita fino al luglio 2002, quando era già detenuto.

L’accertamento riguarda dunque un periodo precedente ai dialoghi del 2016-2018. Il principio ricavato da quella vicenda è che la detenzione non aveva impedito, nel periodo giudicato, il mantenimento di un ruolo apicale nell’organizzazione.

Pepe torna in carcere nel maggio 2018 per scontare sette anni e viene scarcerato l’11 gennaio 2022, dopo il riconoscimento della continuazione tra condanne.

Il racconto sui locali dopo l’arresto

Una conversazione dell’agosto 2018 viene utilizzata per ricostruire i rapporti che Pepe avrebbe mantenuto con alcuni gestori di locali prima dell’arresto e il successivo passaggio di interlocuzione a Nicola Abbruzzese.

A parlarne è Francesco Abbruzzese, che racconta di sei gestori intenzionati a lamentarsi delle persone che pretendevano consumazioni gratuite dichiarando legami con il gruppo. Secondo il suo racconto, quegli imprenditori avevano prima fatto riferimento a Pepe e, dopo la sua detenzione, avevano chiesto di incontrare “Semiasse”.

Nicola Abbruzzese avrebbe assicurato di rispondere soltanto per due nipoti, invitando a respingere le pretese degli altri. L’incontro, sempre secondo quanto riferito nella conversazione, si sarebbe svolto presso l’abitazione di Pepe.

I carabinieri, coordinati dalla Dda di Catanzaro, leggono il passaggio come un elemento sui rapporti di soggezione dei gestori e sulla continuità dei riferimenti del gruppo dopo l’arresto. Il quadro del periodo 2016-2018 viene così costruito attraverso fonti differenti: le parole dei collaboratori, i giudizi espressi da Portoraro e Gaetani, i colloqui diretti di Pepe e i racconti successivi degli Abbruzzese.