Marcello Fiore lascia dopo decenni la guida dei laureati Unical e passa il testimone a Giovambattista Nicoletti. Una transizione che riapre il dibattito sulla fuga dei giovani e sul futuro della Calabria
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C’era una volta una collina di fango e di scommesse, ad Arcavacata, dove i primi fogli di carta millimetrata si mescolavano alla polvere dei cantieri per edificare l’Unical. Erano i primi anni Settanta. Oggi, nei locali del Cus, l’aria sa di disinfettante, gomma e uffici amministrativi, ma sotto il linoleum pulsa ancora la stessa ostinazione. Marcello Fiore si alza, fa un passo di lato. Non è un semplice cambio di organigramma, ma il collasso controllato di un’epoca. Per decenni Fiore è stato il custode di un fuoco strano, l’uomo che ha tradotto probabilmente parte dell’utopia dei padri fondatori - i professori Aiello, Frega e Latorre - in contratti a tempo determinato, seminari, treni presi per Milano con una cartella piena di curricula.
L’assemblea, adesso, ha scelto Giovambattista Nicoletti, ingegnere. Unanimità. Dietro di lui, un direttivo che sembra una mappa di resistenze locali: Maradei, Graziadio, Sposato, Oliverio, Regasto, De Luca, Nigro, Russo. Nomi che nelle geografie calabresi pesano come pietre d’angolo. Al loro fianco, i revisori Vizzari, Talarico e Greco, a far di conto su un’idea che non si compra.
Il passaggio di consegne è un fatto d’osservazione pura. Se si stringe l’obiettivo sui volti, si nota il paradosso profondo della restanza. Quell’andarsene restando, o quel tornare per non cedere il passo al vuoto. L’Associazione Laureati dell’Università della Calabria ha passato trent’anni a inventare fiere del lavoro e ponti con le ambasciate del Mediterraneo, muovendosi in quella terra di mezzo tra l’eccellenza accademica e la fame atavica di un territorio che espelle i suoi figli con la regolarità di un respiro polmonare. Hanno portato le multinazionali in trincea. Hanno strappato patrocini alla Presidenza della Repubblica come fonte d'orgoglio, non per vanità.
Ora la palla passa a Nicoletti, che dovrà salire le scale del rettorato per incontrare il Professor Gianluigi Greco. Sarà un colloquio denso. Non si parlerà solo di protocolli d'intesa o di stanziamenti per l'orientamento. Sul tavolo c'è lo scheletro culturale dell'ateneo. Il tempo stringe, perché il 17 luglio è dietro l'angolo. Cinquant’anni dalle prime lauree. Mezzo secolo da quando il primo studente di questa terra ha stretto in mano un pezzo di carta che prometteva la fine della sottomissione feudale alla terra o all'emigrazione con la valigia di cartone. Quello che una certa dirigenza venuta dal Nord non ha mai potuto capire fino in fondo.
È qui che l'indagine antropologica si fa potente. Cosa sono diventati quei cinquant'anni di titoli accademici? Una parte è rimasta a fare argine. Un’altra, enorme, ha nutrito i laboratori del Nord, i ministeri romani, le cattedre straniere. L'Unical ha funzionato come una straordinaria pompa di calore intellettuale, capace di estrarre energia dal profondo Sud per irradiarla altrove, lasciando spesso l'ambiente circostante al freddo. La sfida del nuovo direttivo, con Marcello Fiore sullo sfondo a fare da memoria storica vivente come Presidente Onorario, non è amministrativa. È politica nel senso più alto e antropologico del termine. Si tratta di capire se l'Associazione saprà essere ancora un magnete o se diventerà l'archivio nostalgico di una diaspora permanente.
Il 17 luglio le luci si accenderanno su cinquant'anni di sguardi. Vecchi ragazzi con i capelli bianchi e neolaureati con l'ansia del domani nello smartphone. Si guarderanno allo specchio. E in quello specchio si vedrà se la scommessa della collina di Arcavacata è stata vinta, o se stiamo solo celebrando la gloriosa gestione di una magnifica, dolorosa emorragia.
*Documentarista

