
«A Cosenza non c'è la mafia, ci sono solo bravi ragazzi»

«A Cosenza non c'è la mafia, ci sono solo bravi ragazzi»

«A Cosenza non c'è la mafia, ci sono solo bravi ragazzi»
Negare l’evidenza, sempre. Perché la mafia non esiste. E anche ammesso che esista, «con quella io non c’ho niente a che fare». I boss della vecchia scuola si difendono ancora così nei tribunali. Per loro la parola d’ordine è una sola: negare a oltranza. Lo fanno sempre, anche quando non ve ne sarebbe alcun bisogno. E pure se una mezza ammissione servisse a qualcosa, anche a costo di scontrarsi con la cronaca giudiziaria, con la storia, talvolta con la logica e il buonsenso, il risultato non cambierebbe comunque. Perché se per gli altri «sentinella d’omertà» è una formula vuota da recitare al momento del battesimo, per loro «sentinella d’omertà» è uno stile di vita.
A Cosenza, il primo a negare platealmente l’esistenza della mafia è forse il boss Antonio Sena, il 23 ottobre del 1996, durante un’udienza del maxiprocesso “Garden”, l’antenato di “Reset”. Lo fa in modo sottile, sintonizzandosi – non sappiamo quanto volontariamente – con il pensiero dello studioso Pino Arlacchi che, al principio degli anni Ottanta, pubblica un pamphlet in cui sostiene che nella città dei Bruzi non c’è una mafia propriamente intesa, ma ci sono bande di gangster non meno sanguinarie, assimilabili a quelle che terrorizzavano Chicago negli anni Venti del Novecento.
Durante il suo esame in aula, Sena associa il contesto criminale che lo riguarda a quello dei «Bravi ragazzi», forse perché ha visto il film di Scorsese uscito sei anni prima, e giacché c’è, propone un ragionamento articolato sul perché lui e gli altri imputati non possono essere considerati mafiosi. In conclusione, dice ai giudici: attenzione, se ci condannate per mafia, rischiate di creare «allarme sociale». Il risultato è un’autodifesa a modo suo memorabile, a tratti epocale. Di seguito, i passaggi più significativi. (clicca su avanti per continuare)

«….Qui abbiamo una serie di ragazzi che sono “bravi ragazzi”. Non li voglio discriminare, ma portano il cognome della madre, non portano il cognome del padre. (…) Ora, Cosenza non è la provincia di Reggio e non osiamo discriminare nessuno: uno lo conosce, è un bravo ragazzo… lo frequenta, ma come caratteristica per essere mafiosi non ci sono. Ciò non toglie che i reati si possono anche commettere, non è che uno deve avere il sangue blu per andare a fare un reato, i reati li commettono tutti, però essere definito uomo d’onore… io credo che l’onore uno lo deve avere. Se non ce l’ha l’onore, non è che si può andare a comprare al supermercato».
«A Cosenza, non è che lo dico io, non c’è una tradizione. Qua, indipendentemente dalla mia posizione e anche da quella degli altri, i nostri familiari sono tutte persone per bene… non siamo una tradizione di delinquenti… sono tutte 243 persone… onesti lavoratori, commercianti, impiegati. Come cittadino, io mi auguro che non venga sposata questa tesi di mafiosità, perché allora in questo caso se si riconoscerebbe che a Cosenza esiste la mafia, questo potrebbe essere il primo mattone per il futuro che altri che poi avendo caratteristiche, diciamo, idonee, potrebbero incentivarsi a fare i mafiosi, questo credo che è un problema serio da affrontare».
«Ripeto, i reati ci sono stati, e non è che si possono negare. I reati però li possono commettere chiunque, ma parlare di mafioso incomincia a essere un discorso molto delicato, perché a Cosenza mafia non ve ne era. E mi auguro che non si crei questa psicosi di mafia perché altrimenti il giovane che… ne stanno arrestando tanti che sono incensurati… non hanno fatto mai i magnacci, non sono figli di n.n., hanno quelle caratteristiche proprie che potrebbero inserirsi in un contesto mafioso e potrebbero essere accettati, appunto perché sono persone idonee per quel tipo di reato e nello stesso tempo si creerebbe un allarme sociale …. la gente ha paura, invece, conoscendo come un delinquente comune, magari lo denuncia, non ha timore. Ecco perché io credo che sul punto è importante che si pondera bene la cosa». (clicca su avanti per continuare)

Hanno entrambi i capelli bianchi e portano lo stesso nome di battesimo. Pure l’età è quella, così come il desiderio manifesto di non essere chiamati «boss». Franco Perna e Franco Muto lo rivendicano quasi all’unisono il 17 novembre del 2009, da imputati del processo “Missing”. Quel giorno, infatti, si sottopongono all’esame in aula l’uno dopo l’altro, in rapida successione. Un incrocio del destino unico, forse irripetibile.
«Io ho sempre lavorato – si difende il Cetrarese – e pure per questo sto perdendo l’uso delle gambe». Poi solleva i pantaloni della tuta e mostra ai giudici un ginocchio gonfio, conseguenza dell’ennesimo intervento chirurgico. «E’ da tre anni che sono in carcere per un crimine fasullo. E intanto non riesco neanche a infilarmi le calze. Devono aiutarmi i compagni di cella ». L’indice della mano destra puntato verso il pubblico, invece, è l’unica concessione emotiva di Perna, per il resto imperturbabile. Il suo dito si posa su due collaboratori di giustizia seduti tra i banchi: Francesco Saverio Vitelli e Franco Garofalo. Si rivolge a loro come avrebbe fatto Ulisse: «Sapete come mi chiamo io? Nessuno. I veri capi sono loro: due assassini. A me capo, mi c’hanno fatto diventare i pentiti».
Un concetto ripreso dallo stesso Muto, tanto per fare chiarezza sugli alias che, da sempre, ne accompagnano le gesta. «Mi chiamano il Re del pesce o il Capo dei capi. Non mi piace nessuno di questi soprannomi, ma se proprio devo scegliere allora preferisco il primo perché indica il mio lavoro ». In quel periodo si trova in carcere perché ritenuto coinvolto nell’omicidio di don Pippo Ricioppo, faccendiere di Cerzeto trucidato nel 1983. Alla fine ne uscirà assolto, ma prima del verdetto ci ha messo del suo: «Io non so neanche dov’è Cerzeto. E Ricioppo lo conoscevo dal 1970, ma solo perché faceva l’autista a un avvocato che, salute a noi, ora non c’è più».
Diverso il discorso che riguarda Perna, chiamato a rispondere di una decina di omicidi della guerra di mafia che gli varranno un ulteriore ergastolo dopo quello incassato a “Garden”. Nell’elenco luttuoso, figura anche il delitto “eccellente” di Sergio Cosmai. «I Notargiacomo mentono» tuona a processo in corso, puntando Dario e Nicola, i due fratelli pentiti e suoi grandi accusatori. «Non ho mai avuto a che fare con quelli come loro che vendevano la droga. A Cosmai l’ho visto una sola volta nel carcere di Crotone, ci siamo dati la mano».
Nessuno conosce nessuno. Entrambi concordano sul punto. E gli altri uomini come loro, già condannati per associazione mafiosa in “Garden”, sono solo «conoscenze passeggere», al più «paesani» o «gente incontrata in carcere». Più diretto Perna, quando il discorso scivola su Carlo Rotundo, colui il quale gli fu più vicino prima di restare ucciso nel 1981. «Sì, lui lo conoscevo » conferma con aria grave, quasi come un ricordo che ancora lo ferisce. Tiene ancora banco in aula mentre Garofalo si alza per andarsene. «Se n’è andato il signorino, forse si vergognava troppo». I pentiti sono il suo cruccio più grande. A loro, invece, il suo alter ego del Mare non dedica neanche mezza parola. Perna ricambierà riservando eguale trattamento a Franco Pino, l’arcinemico senza tempo e spazio.
E poi, ancora una volta, non chiamateli boss. «Io con le associazioni mafiose non ho nulla a che fare – commenta Muto – L’unica associazione che mi hanno caricato sapete qual è? Io, mia moglie e un operaio». La condanna per mafia, Franco Muto la incasserà solo nel 2023. All’epoca, invece, il suo omologo cosentino, c’è l’ha già sul groppone, ma il diretto interessato la imputa alle «bugie» dei pentiti come «Tedesco, Acri, Belmonte, Vitelli. Gli stessi che mi hanno accusato nei processi e poi l’epilogo è stato sempre lo stesso: condannato in primo grado e assolto in Appello».
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