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Un boss latitante, ma con in tasca i documenti utili per potersi recare anche all’estero. Una gentile concessione che, nel 2006, il Comune di Cosenza avrebbe operato in favore di Michele Bruni alias “Bella bella”, allora capo dell’omonima famiglia di ’ndrangheta e poi deceduto nel 2011 per via di un male incurabile. E non solo. Sempre in quel periodo, lo stesso Bruni si sarebbe recato personalmente negli uffici del Municipio per registrare la nascita del proprio figlioletto in compagnia di sua moglie Edyta Kopaczynska.
A riferire questi dettagli inediti del suo passato criminale e coniugale è stata proprio lei, la vedova polacca di Bruni che dal 2012 collabora con la giustizia. La registrazione del bimbo, a suo dire, sarebbe avvenuta con la complicità di un funzionario di Palazzo dei Bruzi, che avrebbe consentito al boss di presenziare all’evento, nonostante in quei giorni fosse inserito nella lista dei cento ricercati più pericolosi di tutt’Italia.
La nascita del suo unico figlio è legata anche a un altro episodio surreale, avvenuto stavolta in ospedale. In quel caso, a presentarsi al fianco di Edyta per rivendicare la paternità del neonato, sarebbe stato il cognato Luca Bruni, spacciatosi con successo per suo fratello Michele: stavolta, però, niente collusioni, ma solo superficialità dell’operatrice sanitaria di turno.
È sempre Edyta a precisarlo in un interrogatorio tenuto al cospetto dei magistrati della Dda. Un colloquio durante il quale ha ricordato come suo marito, pur se gravato dalla misura della sorveglianza speciale, era riuscito a ottenere, sempre con il placet comunale, una carta d’identità valida ai fini dell’espatrio. La pentita, sempre con riferimento alle aderenze “istituzionali” del coniuge, ha fatto riferimento anche a una donna che, in cambio di denaro, lo favoriva nel disbrigo di pratiche quali, ad esempio, l’apertura di un bar che il defunto “Bella bella” aveva allora in animo di realizzare.
La Kopaczynska non era semplicemente la moglie polacca vissuta all’ombra del marito-boss. Del gruppo criminale di cui faceva parte, infatti, la donna rappresentava un vero e proprio quadro dirigenziale, arrivando addirittura ad assumerne il comando dopo la scomparsa prematura del coniuge, stroncato da una malattia fulminante all’età di 39 anni. «Il mio intendimento di collaborare è maturato proprio dopo la morte di Michele – ha spiegato lei stessi ai magistrati – e soprattutto dopo la scomparsa di mio cognato Luca Bruni».
Fino a quel giorno, lei percepiva dal gruppo uno stipendio mensile di 1800 euro, più altri mille euro che le venivano versati come bonus in virtù del suo status di moglie del capo. Altre entrate, invece, provenivano dalle attività usuraie che aveva messo in piedi autonomamente con l’aiuto di un cugino del marito. Nulla di tutto ciò, però, era sopravvissuto agli scossoni di quel biennio 2011-2012: la scomparsa del marito e l’eliminazione del cognato hanno portato ben presto alla sua emarginazione. «Da allora non ricevo più alcun sussidio economico. Erano tutti contrari al fatto che continuassi a dirigere io il clan».
Tutt’altra cosa rispetto ai giorni in cui da ragazza timida, giunta in Italia proveniente da una zona rurale della Polonia, la Kopaczynska era arrivata a diventare quasi la reggente di una cosca. Per il pentito Giuliano Serpa. «Il capo si può dire che era lei e non Michele». E ancora: «Alla mancanza del marito, era lei che ne faceva le veci con persone che appartenevano al loro gruppo». Un atteggiamento, quello di Edyta, che Serpa definiva «da malandrina». E per farsi capire da tutti aveva persino imparato a masticare il dialetto cosentino.

