«Era d’estate. Era d’estate…». Non è l’incipit della canzone di Sergio Endrigo, ma Nicola Notargiacomo che fruga nei cassetti nascosti della sua memoria. Il pubblico ministero gli ha appena chiesto se Giuseppe Graviano, ai tempi della loro amicizia, fosse mai andato a fargli visita a Cosenza. Notargiacomo ci pensa ancora un po’ finché il ricordo prende forma: «Nel 1988. Perché andammo in Sila. Sì… era nel periodo estivo». E’ una storia che il pentito cosentino ha tirato fuori di recente, arricchendola di particolari inediti, sulla scena del processo ‘Ndrangheta stragista da lui calcata come testimone. Nel contesto delle sue malefatte è solo un dettaglio, che però descrive perfettamente il livello criminale da lui raggiunto in quel periodo.

All’epoca, Nicola Notargiacomo è ancora un giovane gangster del clan Perna, uno degli assassini del direttore del carcere, Sergio Cosmai, ucciso nel 1985. Per quell’omicidio, lui e suo fratello Dario, unitamente a Stefano Bartolomeo, sono stati in carcere per tre anni, a Trani, condannati all’ergastolo in primo grado e poi assolti in Appello per insufficienza di prove. Durante la loro permanenza in Puglia hanno stretto amicizia con altri detenuti. E non si tratta di delinquenti comuni. «In quel momento a Trani c’era il gotha di Cosa nostra». I rapporti più stretti li allacciano con Pino Marchese e Giovanni Drago. Sarà proprio quest’ultimo a presentargli Madre natura.

Era soprannominato così Giuseppe Graviano per via del potere oscuro a lui riconosciuto dai suoi sottoposti: quello di dare e togliere la vita a suo piacimento. Boss del quartiere Brancaccio-Ciaculli di Palermo, vanta un curriculum criminale tristemente noto. Secondo diversi pentiti, quando in via D’Amelio furono sterminati Paolo Borsellino e la sua scorta, a premere il pulsante che azionò l’autobomba fu proprio lui. La strage di Capaci e l’uccisione del piccolo Giuseppe Di Matteo gli sono valsi due ergastoli, altri gli sono piovuti addosso per le bombe di Milano, Firenze e Roma. Insomma, il suo nome è associato alle pagine più buie della Repubblica scritte durante il biennio orribile ’92-’93.

In quel 1988, però, il Male non si è ancora manifestato in tutta la sua ferocia. Ciò nonostante, Graviano è già un potente padrino, pluriomicida e fedelissimo dei Corleonesi. Su di lui pende un mandato di cattura spiccato quattro anni prima dal giudice istruttore Giovanni Falcone. Giuseppe è latitante fin da allora, e proprio in quelle vesti si reca a Cosenza per una visita di cortesia all’amico Nicola.

Quel giorno, i due se ne vanno a passeggio nel centro della città. Nessuno li riconosce, passano inosservati agli occhi dei più e si limitano a un’accortezza, una soltanto. «Ci trovavamo in viale degli Alimena – racconta Notargiacomo in aula – e quando siamo arrivati in prossimità dell’area in cui nasce la questura di Cosenza, a un certo punto gli ho detto: “Giusé, allontanati. Adesso io mi allontano da te perché è meglio che qui non ci facciamo vedere insieme”. Perché io ero sotto l’attenzione delle forze dell’ordine. Lui era un ospite e avevo il dovere di tutelarlo».

E così si spostano in Sila, a mangiare «in uno o due posti». Rimangono lì, sull’altopiano, l’intero pomeriggio e parte della serata. «A lui piacque. E poi basta. Non restò molto a Cosenza: due giorni, forse tre». In seguito suo fratello Dario aggiungerà che quella gita silana aveva anche un’altra finalità: quella di trovare una villetta in grado di accogliere il capo dei capi, Totò Riina. Questa, però, è un’altra storia.

La cronaca, invece, racconta che di lì a poco, Notargiacomo e Bartolomeo entreranno in affari con i palermitani, rifornendoli di armi per ricevere in cambio cocaina ed eroina thailandese da spacciare in Calabria. Quell’amicizia torna loro utile nei mesi a venire, quando costituiscono un gruppo autonomo per muovere guerra al vecchio clan d’appartenenza. E’ la Terza guerra di mafia combattuta a Cosenza, ma l’epilogo non sarà favorevole agli scissionisti.

All’inizio del 1991, infatti, Stefano Bartolomeo e suo fratello Pino cadono in un’imboscata e i Notargiacomo, ormai sconfitti e isolati, si danno alla macchia. A dare loro la caccia non ci sono solo i nemici, ma anche gli “amici” siciliani che ora li giudicano inaffidabili. Resistono in clandestinità per un paio d’anni, ma alla fine del 1993 si consegnano ai carabinieri e cominciano a collaborare. Meno di un mese dopo, si conclude anche la latitanza di Giuseppe Graviano. I carabinieri lo arrestano in un ristorante siciliano mentre cena in compagnia di suo fratello Filippo e di altri amici arrivati da Palermo.