C’erano i funghi di primavera sul tavolo di un ristorante famoso di Camigliatello. Quelli dei re e dei papi, dicevano. Accanto a me c’era Ottavio Cavalcanti, con quella sua antica maestria nel decifrare la memoria e la materia del Sud, e poi c’era lui, Ennio Simeone. Tra una portata e l’altra, nel brusio ovattato della Sila, non servivano molte parole per capire chi ti sedeva di fronte. Bastava il modo in cui ascoltava, lo sguardo asciutto, la capacità quasi chirurgica di soppesare un’affermazione prima di lasciar cadere un commento.

Lì, lontano dalle redazioni urlanti e dal piombo dei tipografi, emergeva l’impronta inconfondibile del giornalista navigato. Uno di quei vecchi mestieranti che le notizie non le inseguivano ma le fiutavano, le analizzavano, le pretendevano pulite dai fronzoli.
La scomparsa di Ennio Simeone lascia un vuoto strano. Un vuoto pulito. Di quelli che non si riempiono con i coccodrilli di maniera o le celebrazioni di circostanza, perché lui per primo, probabilmente, li avrebbe stracciati e buttati nel cestino della carta straccia.

Capire la Calabria informativamente parlando è sempre stato un esercizio per stomaci forti. È una terra complessa, sfuggente, spesso raccontata con i soliti e stanchi stereotipi del folklore doloroso o del giudizio affrettato. Quando Simeone prese in mano la direzione del “Quotidiano della Calabria”, portò con sé il bagaglio pesante e rigoroso delle grandi testate nazionali, dalla scuola de “L’Unità” a “Paese Sera”, fino al “Tirreno”. Non era un uomo propenso alle concessioni diplomatiche. Non cercava l'applauso facile dei palazzi del potere locale, né tantomeno la compiacenza delle sagrestie politiche. Portò un'idea semplice quanto rivoluzionaria per questo territorio, ovvero il rispetto per il lettore attraverso la veridicità e il rigore dei fatti. Nient'altro.

Fare il giornale per lui, mi hanno raccontato, era un corpo a corpo quotidiano con la realtà. Ho avuto l’onore, episodicamente, di collaborare con la testata da lui diretta, toccando con mano la cifra del suo metodo. Niente era lasciato al caso. Ricordo ancora l’impressione che mi fece a quel tavolo: la nitidezza logica, l'assenza totale di pose accademiche o da prima donna. Aveva una cultura profonda, sedimentata, che non esibiva mai per vanità, ma usava come lente d'ingrandimento per leggere le pieghe dell'attualità. Un’ossessione quasi artigianale per la verifica, per l'aggettivo esatto, per la punteggiatura che segna il ritmo di una verità che non deve mai essere gridata, ma dimostrata.

In Calabria ha segnato un'epoca. Il suo “Quotidiano” è stato una palestra dura, severa, ma straordinariamente formativa per tanti e per chiunque vi gravitasse. Non faceva sconti. Se un pezzo non teneva, cadeva. Se un’inchiesta era zoppa, s’integrava o non usciva. In un'epoca in cui il giornalismo iniziava già a mostrare i primi segni di quel morbo che oggi lo divora - la fretta, la superficialità, la ricerca dell'indignazione a buon mercato - Simeone ha preteso la lentezza dell'osservazione, l'ostinazione della prova, la misura del linguaggio. Era una figura d'altri tempi, certo, ma nel senso più nobile e meno nostalgico del termine. Un uomo che conosceva il valore politico e sociale della parola stampata.

Guardando oggi al panorama dell'informazione, ci si rende conto di quanto manchino figure capaci di stare a tavola a parlare di funghi dei papi e dei re con la stessa attenzione e il medesimo rispetto con cui l'indomani avrebbero smontato la delibera di un comune o scritto un editoriale sulla questione meridionale. Senza boria. Senza scorciatoie. I funghi di primavera hanno stagioni brevi. Il giornalismo fatto di scarpe consumate e schiena dritta, invece, non dovrebbe avere scadenza. Resta la lezione di un direttore che non ha mai chiesto al lettore di fidarsi sulla parola, ma di giudicare dai fatti. Tutto il resto è rumore di fondo.

*Documentarista Unical