L'ex carabiniere calabrese che sparò durante gli scontri: «Non mi sono mai sentito nemico di Carlo Giuliani. Lo Stato ci ha messo uno contro l'altro e poi mi ha lasciato solo. Non credo alla ricostruzione del processo, i carabinieri mi hanno nascosto molte cose»
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«Un po' sono morto anch'io quel giorno». A venticinque anni dal G8 di Genova, Mario Placanica torna a parlare del pomeriggio del 20 luglio 2001, quando un colpo esploso dalla sua pistola durante gli scontri di piazza Alimonda raggiunse Carlo Giuliani, il manifestante ventitreenne che perse la vita pochi istanti dopo. Lo fa in un’intervista all’inviato di Repubblica Corrado Zunino.
Placanica aveva appena vent'anni. Era un carabiniere ausiliario in servizio di leva. Oggi ne ha 45 e vive a Siano, frazione di Catanzaro, nella casa della madre. Da anni convive con problemi psichici riconosciuti come dipendenti da causa di servizio, una pensione d'invalidità e una vita che descrive come segnata dall'isolamento.
«Ho servito lo Stato, ma lo Stato mi ha lasciato solo», racconta.
Il ricordo del G8: «Avevo vent'anni, ero un carabiniere inesperto»
Il ricordo di quei giorni è ancora vivido: «Ricordo ogni istante. Avevo vent'anni». Placanica era in servizio da meno di un anno. Si definisce senza esitazioni «un pessimo tiratore» e racconta di avere già riportato un infortunio durante un servizio allo stadio di Messina, dove era stato colpito da una bomba carta.
A Genova il suo reparto era impiegato nei pattugliamenti cittadini. «Fino al 19 luglio era tutto tranquillo. Genova mi sembrava una città bellissima, romantica». Poi arrivò il venerdì degli scontri.
Piazza Alimonda: «Eravamo assediati»
Secondo il suo racconto, tutto precipitò quando il Battaglione Lombardia dei carabinieri intervenne contro il corteo delle Tute Bianche.
«Esplose la guerra. I lacrimogeni avevano un potenziale urticante fortissimo. Li passavo al maggiore che li sparava e rimasi anch'io intossicato».
Ferito alla testa insieme all'altro ausiliario Dario Raffone, Placanica si trovava a bordo della Defender rimasta bloccata in piazza Alimonda mentre veniva circondata da decine di manifestanti.
Tra loro c'era anche Carlo Giuliani, che stava sollevando un estintore. «Io e Raffone sanguinavamo. Urlavo: "Finitela, andatevene"».
Lo sparo e il processo
Fu in quei secondi che estrasse la Beretta d'ordinanza.
«Ho sparato due colpi per allontanarli. Più in alto possibile. Non ho preso la mira».
La ricostruzione giudiziaria ha stabilito che uno dei proiettili, dopo avere colpito un oggetto duro, venne deviato e raggiunse Giuliani al volto.
Placanica fu indagato per omicidio, ma venne successivamente prosciolto perché fu riconosciuto l'uso legittimo delle armi e la legittima difesa.
«Il processo non ha chiarito tutto»
Pur dicendo di accettare la ricostruzione processuale, l'ex carabiniere sostiene che restino ancora interrogativi irrisolti.
«Ci credo, ma non penso dica tutto. Il processo non ha risposto a troppe domande».
Aggiunge di essere convinto che «i carabinieri mi abbiano nascosto molte cose» e ricorda l'incontro avuto anni dopo con Giuliano Giuliani, padre di Carlo.
L'incontro con il padre di Carlo Giuliani
L'incontro avvenne, racconta sempre a Repubblica, alla stazione Termini di Roma. «Gli ho stretto la mano e gli ho detto che avevano rovinato tutti e due, me e Carlo». Placanica insiste su un punto.
«Non mi sono mai sentito un avversario di Carlo. Era un ragazzo di vent'anni, come me. Aveva le sue idee. Lo Stato ci ha messi uno contro l'altro».
Secondo il suo racconto, Giuliano Giuliani gli mostrò alcune fotografie e gli ripeté più volte una sola parola. «Mi disse quattro volte: "Ricorda"».
I dubbi sulla dinamica
Nel corso dell'intervista Placanica esprime convinzioni personali che non trovano conferma nelle sentenze definitive e che si discostano dalla ricostruzione giudiziaria.
Sostiene, infatti, di non credere che il proiettile partito dalla sua arma sia stato la causa diretta della morte di Giuliani e ipotizza che altri eventi possano avere avuto un ruolo determinante.
Si tratta di affermazioni che non risultano accertate in sede giudiziaria e che sono state oggetto di valutazioni già affrontate nei procedimenti sull'uccisione del manifestante.
«Oggi sono contrario alle armi»
Il rapporto con l'Arma è definitivamente finito il 6 aprile 2005, quando venne giudicato non idoneo al servizio. Gli furono riconosciuti disturbi d'ansia e alterazioni del pensiero come conseguenza del servizio svolto. «Oggi sono contrario alle armi. Però avrei voluto continuare a essere considerato uno di loro».
Racconta invece di sentirsi dimenticato. «Non ho nemmeno un tesserino da ex appartenente all'Arma. Nessun collega mi chiama da vent'anni».
Una vita difficile
La sua quotidianità è scandita soprattutto dalle difficoltà economiche. Vive grazie alla pensione di invalidità, che definisce insufficiente. «Non arrivo alla fine del mese».
Dice di contribuire al mantenimento dei figli, di avere dovuto vendere la casa di Sellia Marina e di non riuscire neppure a ottenere un piccolo affidamento bancario. «Non ho i soldi nemmeno per andare al mare».
Per questo lancia anche un appello. «Vorrei lavorare. Non mi vergogno di chiedere un aiuto».
«Sono in cura, ma non sono il mostro che raccontano»
Placanica racconta di essere seguito dal Centro di salute mentale di Catanzaro. Ammette di soffrire di gravi problemi psicologici.
«Sento delle voci. Forse lo sparo è partito troppo vicino al mio orecchio».
Poi aggiunge: «Oggi ho il cervello morto. Se rimango in silenzio non riesco neanche a formulare un pensiero».
Respinge però l'idea di essere semplicemente un uomo "pazzo".
«I carabinieri hanno cercato di farmi passare per tale. Io sono soltanto un uomo distrutto dalla vita che ha vissuto».
«Genova mi ha devastato»
Le sue giornate scorrono tra il bar del quartiere, qualche giocata alle slot machine e una solitudine che descrive come totale.
«Non ho amici. Mi hanno abbandonato tutti: le fidanzate, mia moglie, tante persone». Il ricordo di quel 20 luglio continua a occupare ogni spazio della sua vita.
«Il G8 di Genova mi ha devastato. Ho servito lo Stato. Non meritavo questo inferno».

