Il 14 luglio la maggioranza era andata sotto per un voto sulle preferenze. Il 15, i deputati di Fratelli d'Italia avevano votato per la prima volta insieme ai vannacciani, spaccando ancora la coalizione.

In mezzo a questa sequenza di scontri, quasi in controtendenza, l'Aula ha approvato all'unanimità — 353 sì, nessun contrario, parere favorevole del governo — l'emendamento che introduce il voto per i fuorisede. Primo firmatario Fabio Roscani, di Fratelli d'Italia. Contro, nessuno.

Vale la pena spiegare cosa cambia, perché la sostanza è più interessante della cronaca che l'ha circondata. Chi si trova, per motivi di studio, lavoro o cure mediche, domiciliato da almeno nove mesi in una Regione diversa da quella di residenza, potrà iscriversi a un elenco ad hoc e votare per i candidati del collegio dove vive davvero, non per quello da cui è partito. Varrà per le elezioni politiche, per le europee, per i referendum. Non per le comunali o le regionali, dove il legame con il territorio di residenza resta il criterio. Ogni seggio potrà accogliere fuorisede fino a un massimo del 10% degli iscritti già presenti, per non creare ingorghi il giorno del voto. Il Comune di domicilio dovrà rilasciare, anche online, un'attestazione con sezione e indirizzo.

È una norma tecnica, ma il problema che risolve non lo è. In Italia si stima che quasi cinque milioni di persone vivano, per periodi prolungati, lontano dal proprio Comune di residenza: universitari, lavoratori stagionali, chi si sposta per una terapia. Fino a oggi, per votare, dovevano tornare — con un costo, un permesso dal lavoro, una rinuncia. Molti, semplicemente, non tornavano. Non è un dettaglio da poco per un Paese che alle ultime consultazioni ha visto l'affluenza scendere sotto soglie che vent'anni fa sarebbero state uno scandalo.

Il filosofo del diritto Norberto Bobbio, quando si interrogava su cosa distingue una democrazia da una sua imitazione, insisteva su un punto elementare: non basta che le regole prevedano il diritto di scegliere, se poi l'esercizio concreto di quel diritto è reso difficile per chi ha meno mezzi o meno tempo. Una regola scritta bene ma inapplicabile per una fetta consistente della popolazione non è una regola democratica fino in fondo, è una sua promessa non mantenuta. Il voto fuorisede era esattamente questo: un diritto che esisteva sulla carta e si scontrava, nella pratica, con un treno da prendere o un turno da coprire.

C'è un secondo punto, meno tecnico, che riguarda l'identità di chi vive fuori sede. Simone Weil scriveva che l'essere umano ha bisogno di radici, e che l'appartenenza a un luogo — una comunità, un lavoro, una città — è una delle condizioni della sua dignità.

I fuorisede italiani vivono da anni in una condizione di doppia appartenenza mai riconosciuta fino in fondo: pagano le tasse dove sono nati, si curano dove studiano, lavorano lontano da dove sono registrati, e fino a ieri votavano — se votavano — in un posto che non era più, a tutti gli effetti, il centro della loro vita quotidiana. La norma approvata non risolve questa doppia appartenenza, ma la riconosce. Che voti per il collegio dove vive, non per quello da cui è partito, è un modo per dire che la sua vita reale, quella di tutti i giorni, ha peso politico.

Bisogna dirlo con onestà: il testo finale è meno ampio della prima versione discussa in commissione, che consentiva di votare a chi si trovasse in una provincia diversa. La versione approvata alza l'asticella a una Regione diversa, restringendo la platea di chi potrà usufruirne: resta escluso, per dire, uno studente che si sposta da Frosinone a Roma, o da Bergamo a Milano, pur vivendo la stessa condizione di distanza dalla propria vita quotidiana di residenza. È un compromesso, non la soluzione integrale che alcune associazioni chiedevano da anni. Ma resta un compromesso che allarga i diritti, non che li restringe, ed è già più di quanto l'Italia abbia fatto in due decenni di promesse elettorali sull'argomento.

Piero Calamandrei, che alla scrittura della Costituzione lavorò da protagonista, diceva ai giovani che la libertà si difende partecipando, non restando a guardare. È una frase che suona quasi ovvia, finché non si guarda quanti, negli ultimi anni, non hanno partecipato non per disinteresse ma per impossibilità materiale. Il voto fuorisede attacca proprio quella soglia: non cambia le opinioni di nessuno, ma toglie una scusa strutturale a chi voleva votare e non poteva.

Resta da vedere se la norma sopravvivrà intatta al resto dell'iter, visto che la legge elettorale nel suo complesso è tutt'altro che al riparo da modifiche, contestazioni e probabilmente da un passaggio davanti alla Corte costituzionale. Ma la giornata del 15 luglio merita di essere raccontata per quello che è stata: il giorno in cui, dentro un Parlamento che su quasi tutto si è diviso, un pezzo di riforma ha messo d'accordo maggioranza e opposizioni e ha allargato — anche se non quanto si poteva — il perimetro di chi in questo Paese può dire davvero la propria.