Un bunker (quasi) inespugnabile più che una villa, la paranoia tipica del boss d’altri tempi, scettico della tecnologia, la capacità di incutere paura con la sola presenza. 

Nelle carte dell’inchiesta Gerbera della Dda di Catanzaro, la figura di Damiano Pepe, detto "Tripolino", viene descritta come quella di un patriarca carismatico e spietato, capace di attraversare trent'anni di guerre di 'ndrangheta mantenendo inalterata la propria caratura criminale. Già condannato per l'omicidio del 1993 di Luigi Lanzillotta (delitto che sancì il passaggio storico dal gruppo di Giuseppe Cirillo a quello di Santo Carelli), Pepe ha trascorso gran parte della sua vita in carcere, accumulando doti di 'ndrangheta persino durante la detenzione.

Il presente parla di un capo ferito, vittima di un agguato in cui ha perso la vita sua moglie, maturato pochi giorni prima del blitz che li avrebbe condotti entrambi in carcere.

Ma il recente passato racconta la figura di un uomo la cui sola presenza incuteva timore reverenziale. Lo ha messo a verbale con parole lapidarie il collaboratore di giustizia Ciro Nigro il 30 novembre 2021: «Nonostante lui fosse... quello che è. E infatti io... l’unica persona che di più, di più ho paura è proprio lui, però non per me, eh, ripeto... Paura che se lui deve fare qualcosa o deve dire qualcosa non è che dici che... magari se deve mandare qualcuno non lo manda, va lui direttamente perché lui è una persona che ti mette soggezione, ti fa paura».

Nonostante i lunghi anni di prigionia, la leadership di Pepe non è mai stata messa in discussione.

La dinastia familiare: il "gemellaggio" tra italiani e zingari

Il suo potere affonda le radici in una fitta rete parentale e strategica che ha fatto da cerniera tra la criminalità "italiana" e la cosca degli "zingari" di Lauropoli.

Alla fine degli anni 90, era stato il fratello minore di Damiano, Eduardo Pepe, a guidare congiuntamente la cosca dei cassanesi al fianco di Fioravante Abbruzzese ("Fiore"), fino al loro tragico assassinio nell'agguato del 3 ottobre 2002 ordinato da Tonino Forastefano "u diavolo".

A risaldare in maniera indissolubile il patto di sangue tra i due gruppi è stato poi il matrimonio tra Finizia Pepe (figlia di Damiano) e Nicola Abbruzzese alias "semiasse", ritenuto l'elemento di vertice degli "zingari". Un'unione familiare che nel dicembre 2016 veniva commentata con preoccupazione persino da un vecchio boss del territorio, come Luigi Maritato: «Al comando di Cassano all’Ionio e Corigliano c’è già 'tripolino', in quanto 'è zingaro' e, più precisamente, 'ha il genero zingaro!' [...] quest'ultimo è uscito con la testa malata, ecco!... sì, ma sono traditori».

Accanto al boss avrebbe operato una vera e propria "corte" di strettissimi congiunti: la compagna convivente Silvana Sibarelli (uccisa nell’agguato del 23 ottobre scorso), incaricata – secondo l’accusa – di ricevere il denaro delle estorsioni e di gestire i messaggi per i latitanti; il cognato e "braccio destro" Vincenzo Sibarella ("Mario"), autista fiduciario e scorta personale; e il parente Marcello Pepe, presunto coadiutore negli affari finanziari del gruppo.

La villa-bunker di Lattughelle e il "pellegrinaggio" dei boss

Dopo la sua scarcerazione all'inizio del 2022, Damiano Pepe stabilisce il suo quartier generale nella villa di contrada Lattughelle, nell'agro di Cassano allo Ionio, davanti alla quale si scatenerà la pioggia di piombo dei sicari in attesa che la coppia Pepe-Sibarelli rientrasse.

L'abitazione viene trasformata in una fortezza protetta da tre cancelli automatici e da un capillare impianto di videosorveglianza.

L'ossessione per la sicurezza e la fobia delle cimici portano Pepe a rifiutare l'uso dei telefoni cellulari e a pretendere che i summit si tengano solo all'interno della sua proprietà.

I servizi di osservazione del Ros dei Carabinieri (Servizio Speciale 208/22) hanno documentato un vero e proprio "pellegrinaggio" di esponenti di spicco della criminalità locale alle porte di Lattughelle.

Un uomo considerato il vertice di Contrada Apollinara, viene censito per ben 76 volte alla porta del boss. Una figura chiave del centro storico di Corigliano, viene ripreso per 61 volte. Il presunto referente di Schiavonea, è registrato 13 volte mentre si sarebbe recato a ritirare somme di denaro o partite di droga.

Le telecamere degli investigatori riprendono le auto arrivare, il citofono suonare e i cancelli aprirsi solo dopo che Pepe, dagli schermi interni, aveva riconosciuto i veicoli della cerchia ristretta.

I soldi del "pizzo" e il ruolo di giudice del territorio

A Lattughelle si andava anche per portare i "regali di Natale", saldare le quote estorsive e chiedere l'intercessione del boss per questioni di lavoro o controversie private.

Il 27 dicembre 2023, i microfoni dell'antimafia captano il fruscìo di mazzette di banconote consegnate da Aldo Abbruzzese a Damiano Pepe, il quale rivendica di aver provveduto di tasca propria al mantenimento dei detenuti e degli avvocati per l'area coriglianese.

Allo stesso modo, un  imprenditore dei rifiuti si reca al citofono di Pepe per sollecitare il rinnovo del proprio contratto di lavoro. Tutto accade nel perimetro o nelle vicinanze di una villa che Pepe considerava il suo salvavita. Lo è stata davvero, in qualche modo, perché il boss l’ha raggiunta dopo essere stato colpito dal fuoco dei killer. Per sua moglie Silvana, invece, non c’è stato scampo.