Alla ‘ndrangheta fruttava 2.500 euro in nero, per ogni lavoratore straniero, la vendita del nulla osta per l'ingresso in Italia, senza che alla pratica seguisse mai un'assunzione reale. Era questo il meccanismo che, secondo la ricostruzione della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, alimentava gli affari della 'ndrangheta nella Sibaritide attraverso la manipolazione sistematica dei cosiddetti click day. Un business milionario – racconta l’inchiesta Ginestra – costruito sfruttando le procedure statali del Decreto Flussi e trasformando le domande di ingresso per lavoro in una fonte di guadagno per la cosca. Un sistema al centro del quale troviamo il boss Damiano Pepe, considerato elemento di spicco della mala nella Sibaritide rimasto ferito, appena cinque giorni fa, in un agguato di stampo mafioso nel quale la moglie è rimasta uccisa.

L’affare dei click day

Damiano Pepe rappresenta – sostiene la Distrettuale guidata da Salvatore Curcio – il vertice dell'organizzazione che avrebbe gestito il traffico illecito di nulla osta nella Piana di Sibari. A delinearne il ruolo sono gli atti giudiziari nei quali viene ricostruita la rete di uomini e collaboratori attraverso cui il boss avrebbe diretto l'attività. Al suo fianco il fratello Marcello Pepe, Vincenzo Sibarella, detto Mario, Rocco Azzaro e il figlio di quest'ultimo, Antonio. A dare una struttura operativa al meccanismo provvedeva, racconta l’ordinanza vergata dal gip Fabiana Giaccetti, Antonio Angiò, conosciuto come «il professore», al quale sarebbe stato affidato il compito di coordinare la raccolta dei documenti e l'inserimento delle istanze sulla piattaforma ministeriale.

«Mangiamo e mangiamo un po' per ciascuno»

Le intercettazioni ambientali e telefoniche restituiscono l'atmosfera che accompagnava le giornate decisive per l'invio delle domande, cosiddetti click day. La Dda ne ha monitorati tre: il 27 marzo e il 12 dicembre 2023 e il 25 marzo 2024. Erano momenti di attesa, ma soprattutto di aspettative economiche, scanditi dalla speranza di riuscire a ottenere il maggior numero possibile di nulla osta. In una conversazione registrata a bordo di un’auto, Rocco Azzaro riassume la filosofia della cosca: «Mangiamo e mangiamo un po' per ciascuno». Poi l'auspicio, affidato alla provvidenza, che tutto andasse per il verso giusto: «Speriamo a Dio e alla Madonna che subito subito... acchiappiamo».

Gli imprenditori compiacenti

Perché il sistema funzionasse, serviva però una rete di aziende disposte a comparire formalmente come datori di lavoro. A questo scopo, secondo l'accusa, sarebbero state utilizzate numerose imprese agricole e cooperative del territorio, anche prive della necessaria regolarità contributiva o di un'effettiva capacità operativa. La loro funzione era quella di dare una veste apparentemente legittima alle richieste di assunzione, facendo risultare la disponibilità di posti di lavoro che non sarebbero mai stati realmente coperti. Tra gli imprenditori indagati per il coinvolgimento nel meccanismo figurano Domenico Arcidiacono (cognato di Damiano Pepe), Luigi Benincasa, Walter Giovanni La Fauci, Giovanni Maulicino, Sandro Sibarelli e Santo Straface, tutti indagati. Attraverso questa rete sarebbero state inoltrate 1.254 domande fittizie, senza che alle pratiche seguissero la stipula di contratti effettivi o l'avvio di reali rapporti di lavoro.

La scappatoia: «Loro non vengono e io non li assumo»

Il rischio di essere scoperti, almeno nella ricostruzione degli investigatori, sembra non preoccupare particolarmente gli indagati. Durante un incontro nell'abitazione di Damiano Pepe, Vincenzo Sibarella spiega con disinvoltura come aggirare eventuali verifiche: «Fanno quieti, quieti con i passaporti per fare la domanda... perché tu non sono venuti ed io non li ho assunti! Ed è finita là». La scappatoia era semplice: una volta ottenuto il nulla osta, l'assenza del lavoratore e la mancata assunzione avrebbero consentito, nelle intenzioni del gruppo, di evitare ulteriori conseguenze. A rafforzare questa convinzione interviene lo stesso Damiano Pepe, che indica una possibile via d'uscita formale: «Dopo un mese puoi fare pure la disdetta».

Il prezzo per un nulla osta

Il guadagno, intanto, era tutt'altro che marginale. Ogni pratica andata a buon fine avrebbe garantito circa 2.500 euro in nero, alimentando un flusso di denaro che, secondo gli inquirenti, finiva nelle disponibilità dell'organizzazione. Nel maggio 2023, mentre venivano esaminati i conteggi elaborati da Antonio Angiò, Marcello Pepe illustrava a Vincenzo Sibarella la portata dell'affare, esprimendo soddisfazione per le somme incassate: «Duemila e cinquecento euro che ci entrano a noi... ha fatto il massimo! Hai capito? Però ce li ha passati tutti».

«Ti ammazzo io!»

Quando, però, il denaro tardava ad arrivare, la cosca non lesinava violenza. È quanto sarebbe accaduto il 16 gennaio 2024 a Marina di Sibari, dove Damiano Pepe, insieme a Marcello Pepe e Vincenzo Sibarella, avrebbe affrontato e picchiato Antonio Angiò, accusato di non aver consegnato tempestivamente le somme raccolte dagli intermediari. Le microspie hanno registrato la rabbia del boss, che intimava al collaboratore di stare attento e arrivava a minacciarlo di morte: «Oggi hai portato le parole... stai attento tu! Tu stai attento!». «Ti ammazzo io! – è la minaccia finale – Va bene? ... Tu non sai con chi hai a che fare!». La violenza non sarebbe stata un episodio isolato, ma uno strumento per imporre il rispetto degli accordi. «È l'unico sistema questo qua», dice Sibarella per sintetizzare il concetto.

Profitti e potere

Dalle domande presentate online alle aziende utilizzate come copertura, fino alla riscossione delle somme e alle intimidazioni contro chi non rispettava gli accordi, le carte dell'inchiesta delineano un meccanismo nel quale le procedure pubbliche per l'ingresso dei lavoratori stranieri sarebbero state piegate agli interessi della criminalità organizzata. Un affare che avrebbe garantito alla cosca guidata da Damiano Pepe non soltanto ingenti profitti, ma anche un potente strumento di controllo e consolidamento del proprio potere nella Sibaritide.