Dalle piantagioni di mandarini abbattute ai sabotaggi dell'irrigazione per devastare i raccolti. Come i clan della Sibaridite imponevano i propri "guardiani" nella Piana e punivano chi diceva no. Il calvario di un carabiniere in pensione e le ritorsioni a chi non si piegava: «Gli buttiamo una fucilata alla macchina»
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Nella Piana di Sibari e nell'agro urbano di Corigliano-Rossano, i cosiddetti "giardini" — le estese piantagioni coltivate ad agrumi che circondano i centri abitati — rappresentano una delle principali fonti di ricchezza dell'economia locale, garantendo lauti guadagni anche grazie ai contributi e ai sussidi dell'Unione Europea. Fin dai primi anni 90, la 'ndrangheta ha trasformato questo polmone agricolo in un bancomat privato attraverso l'imposizione sistematica della "guardiania".
Il meccanismo è noto e strutturato con precisione militare: il clan recluta e impone propri emissari - i "guardiani" - i quali esigono dai proprietari terrieri e dai titolari di seconde case una somma periodica a titolo di presunta protezione da furti e danneggiamenti. Il denaro raccolto, detratto lo "stipendio" per il guardiano, confluisce direttamente nella cassa comune della cosca, la cosiddetta "bacinella".
Come si legge nelle ricostruzioni dell'ordinanza cautelare emessa dal gip del Tribunale di Catanzaro nell’inchiesta Ginestra, il sistema estorsivo si fonda su un'intimidazione capillare e spietata: «I collaboratori raccontavano i danneggiamenti clamorosi volti a “fare capire” a tutti gli imprenditori agricoli quale fosse il “costo” del rifiuto del guardiano (per esempio il taglio di intere piantagioni di mandarini, oppure il furto di utensili per l'irrigazione nel periodo della tarda primavera allorché gli agrumi hanno maggiormente bisogno di acqua)... In ogni zona la famiglia “piazza” il proprio guardiano che raccoglie il danaro da tutti gli imprenditori agricoli per poi versarlo in bacinella trattenendo per sé una sorta di salario».
Il calvario del carabiniere in pensione
L'emblema di questa forma di sopraffazione emerge nitidamente dalle pagine dell'ordinanza che ricostruiscono il tentativo di estorsione subito da un carabiniere in pensione che gestiva un fondo agricolo adibito ad agrumeto in contrada Apollinara di Corigliano-Rossano.
A marzo del 2018, mentre è intento a concimare il terreno, Aiello riceve la visita di un giovane, figlio dello storico guardiano di zona deceduto poco tempo prima.
Questo il racconto della vittima: «Si presentava nel terreno un ragazzo che mi diceva testualmente: 'Io sono il figlio del guardiano e mi occupo della sorveglianza dei giardini'. Ovviamente una tale affermazione mi faceva intuire che il ragazzo volesse del denaro... La mia risposta era secca e decisa: 'Faccio il guardiano da trent'anni e quindi non mi serve un guardiano'».
Il rifiuto della vittima attiva subito l'intervento del vertice criminale di zona. Soltanto un'ora dopo, il giovane si ripresenta nel fondo accompagnato dal boss Rocco Azzaro.
«Rocco Azzaro – continua il verbale – mi disse testualmente: 'Abbiamo messo 'sto ragazzo come guardiano'. Feci presente che non ero interessato... Per mostrare tutta la mia decisione dissi anche che se avessero voluto, avrei lasciato il cancello aperto e la motosega a portata di mano, in modo che avrebbero potuto tagliare tutti gli alberi; Rocco Azzaro mi rispose: 'Noo! Per amor di Dio... le piante sono sacre!'. I due poi si allontanarono».
Dalla "proposta" di acquisto alla strategia della terra bruciata
Le ritorsioni per quel rifiuto non tardano ad arrivare, intrecciandosi con le mire espansionistiche della famiglia Azzaro, proprietaria di terreni confinanti. Ad agosto del 2020 si presenta nel fondo un congiunto del boss, il quale affronta l'ex carabiniere con toni perentori per costringerlo a cedere la proprietà: «Si presentò al terreno ed iniziò a parlare delle sue proprietà... Poi, con aria boriosa, mi disse letteralmente: 'Ma tu sei fatto vecchio! Perché non mi vendi 'sto cazzo di terreno? Così lo unisco ai miei e ci faccio una strada per arrivare all'argine!'. Come avevo fatto con il padre, gli comunicai che non avevo alcuna intenzione di aderire alle sue richieste...».
Di fronte al fermo divieto di Aiello, scatta una sequenza chirurgica di attentati e danneggiamenti commessi tra settembre 2020 e febbraio 2021: lo scasso del cancello e la distruzione dell’impianto di irrigazione, un incendio doloso del ricovero attrezzi con la distruzione di 400 cassette di plastica e delle pompe di irrigazione (danni per 7mila euro), alberi di noce e mandarino distrutti.
Attorno al fondo del pensionato viene creata una vera e propria bolla di isolamento mafioso. Nell'aprile 2022, quando la vittima prova a ingaggiare un trattorista di zona per fresare il terreno, l'operaio si tira indietro inventando scuse sul carburante mancante: «Nel vicinato circolava la voce secondo cui dietro il rifiuto di quell'uomo vi era la precisa volontà di far “seccare” gli alberi del terreno... la famiglia con la quale avevo avuto dissapori abbia imposto una simile situazione».
I fratelli Chiaradia a Contrada Fabrizio: «Ora gli buttiamo una fucilata alla macchina»
Il controllo e il drenaggio delle estorsioni negli agrumeti si estendono capillarmente in tutte le contrade. Nell'area di Contrada Fabrizio, il monopolio della guardiania sarebbe stato gestito dai fratelli Giovanni e Piero Francesco Chiaradia.
L'8 maggio 2022, i microfoni dell'antimafia captano una conversazione sull'incasso in contanti dei proventi della guardiania (quote fisse da 70 o 100 euro imposte ai proprietari di case e terreni).
Quando un cittadino o un piccolo coltivatore manifesta esitazioni nel saldare la quota o accenna a proteste, la reazione di Giovanni Chiaradia, intercettata il 6 marzo 2022, non lascia spazio ad interpretazioni: «Ora gli buttiamo una fucilata alla macchina...».
Se invece nei terreni "sotto protezione" si verificano intrusioni o furti non autorizzati, il referente di zona interviene direttamente per riaffermare l'egemonia della cosca. Il 25 aprile 2022, rassicurando un conoscente che segnalava il taglio di recinzioni e il furto di arance in un fondo, Giovanni Chiaradia risponde lapidario: «Va bene dai, me la vedo io».



