Nella ricostruzione del processo Reset, uno dei segmenti territoriali e criminali più rilevanti è quello riconducibile al gruppo Presta, operante tra Roggiano Gravina e l’ampia area della Valle dell’Esaro. La Corte, composta dai giudici Ciarcia, Granata e Vigna, individua in questa articolazione una componente storica e strutturata della confederazione mafiosa, in continuità con l’originario sodalizio Cicero-Lanzino.

I giudici affermano che i «numerosi elementi di prova acquisiti durante il contraddittorio dibattimentale hanno consentito di ritenere accertata l’esistenza di un sodalizio con le caratteristiche di cui all’art. 416 bis c.p., operante nel comune di Roggiano Gravina e sull’ampio territorio limitrofo (cd Valle dell’Esaro, comprendente anche i comuni di Tarsia, San Marco Argentano, San Lorenzo del Vallo e Acri)».

Il capo storico: Franco Presta 

Il punto di partenza dell’analisi è la figura di Franco Presta, già condannato in via definitiva per associazione mafiosa e detenuto in regime di 41 bis. Secondo la Corte, egli resta il riferimento dell’organizzazione anche dopo la carcerazione: «Il gruppo criminale si identifica ancora oggi nel capo storico Presta Francesco, tuttora riconosciuto dai componenti quale loro “capo” indiscusso». Dopo l’arresto e la successiva latitanza conclusasi nel 2012, la direzione operativa del gruppo viene assunta da Antonio Presta, indicato come reggente: «Dopo la carcerazione di Presta Franco, il ruolo di direzione è stato assunto da Presta Antonio (“Tonino”)».

Il nuovo assetto non interrompe, secondo i giudici, la continuità dell’organizzazione, che continua ad operare nel traffico di stupefacenti e nelle estorsioni.

Le dichiarazioni dei collaboratori

La Corte fonda la ricostruzione del gruppo Presta su un ampio patrimonio dichiarativo. Ivan Barone, Francesco Galdi, Nicola Acri, Franco Bruzzese, Luciano Impieri, Ernesto Foggetti e Adolfo Foggetti delineano un quadro convergente.

Barone definisce Franco Presta come «uomo a capo dell’organizzazione di Roggiano», inserito in un contesto unitario con i principali esponenti cosentini:

«Giocavano tutti insieme, Mario Gatto, tutte queste persone qua, dottò. Sì, erano tutti tra di loro, Gianfranco Ruà». Particolarmente dettagliate sono le dichiarazioni di Galdi Francesco, che ricostruisce l’esistenza di una ’ndrina a Tarsia già tra il 1999 e il 2000: «Dell’esistenza di una ’ndrina di Tarsia, cui erano preposti Franco Presta, Giuseppe Perri e Costantino Scorza, ebbi notizia fra la fine del 1999 e l’inizio del 2000».

Galdi riferisce che la cosca di Tarsia gestiva estorsioni autonome di modesto importo, mentre partecipava «con i cosentini delle estorsioni più importanti», ed era stabilmente inserita nel sistema degli stipendi: «Franco Presta, Giuseppe Perri e Costantino Scorza erano regolarmente stipendiati dai cosentini».

Il sistema delle estorsioni e della bacinella

Il gruppo Presta, secondo la Corte, operava in piena sinergia con la confederazione. Le estorsioni più rilevanti venivano condivise, e i proventi confluivano nella cassa comune. Bruzzese ricorda una riunione del 2011 in cui si stabilì che «tutti i proventi che rientravano, sia estorsione, sia droga e quant’altro, venivano messi tutti quanti nella stessa bacinella».

Anche Adolfo Foggetti conferma che tra il 2010 e il 2014 «qualsiasi intento criminoso era condiviso e concordato tra gli esponenti di maggior spicco», con stipendi fissi agli affiliati e sostegno economico ai detenuti.

Il controllo del territorio

La Corte attribuisce al gruppo Presta una competenza territoriale ben definita. Mattia Pulicanò riferisce che «la zona di Roggiano Gravina e di San Lorenzo del Vallo era il capo di quella zona lì», con una percentuale delle estorsioni destinata alla bacinella comune.

Diego Zappia conferma che il controllo del territorio si estendeva «da Rende fino a Lauria tramite i Presta». Anche Acri Nicola evidenzia che, nonostante la detenzione, Presta Franco continuava a dirigere il gruppo: «Egli, ancorché detenuto, continua a gestire il suo gruppo criminale che opera tra le zone di Roggiano Gravina e Tarsia».

Il ruolo dei familiari

Le motivazioni mettono in evidenza il ruolo centrale dei legami familiari. Durante la detenzione di Franco Presta, i rapporti con l’esterno erano garantiti da moglie, figli e generi. Galdi riferisce che «la moglie, la figlia e il figlio di Franco Presta portavano le ’mbasciate del padre». Il genero Francesco Ciliberti assume un ruolo operativo di primo piano, mentre Roberto Presta, divenuto collaboratore, descrive l’organizzazione interna: «C’era mio fratello, che lui diciamo era il capo in assenza di Franco. Poi c’era il figlio Giuseppe Presta. Poi c’ero io e c’era pure Ciliberti».

Il collegamento con Cosenza

Il gruppo Presta non opera in autonomia. Il pentito Roberto Presta afferma che una parte delle estorsioni riscosse nella Valle dell’Esaro veniva girata ai vertici cosentini: «Se c’era qualche ditta dalle nostre parti e chiedevamo un’estorsione, una parte andava pure a Cosenza e la consegnavamo o a Patitucci o in assenza sua a Piromallo o Mario Gatto».

Secondo la Corte, questo dimostra che il gruppo Presta «era parte integrante di un sistema unitario», non un’articolazione isolata.

La valutazione dei giudici

Le dichiarazioni dei collaboratori, corroborate da intercettazioni, servizi di osservazione e riscontri documentali, consentono alla Corte di ritenere provata «la stabile operatività del gruppo Presta quale articolazione territoriale della confederazione mafiosa».

Il sodalizio della Valle dell’Esaro viene così inquadrato come uno dei pilastri della struttura contestata nel processo Reset, capace di garantire controllo dell’entroterra, gestione delle estorsioni e traffici di droga, in collegamento costante con i vertici cosentini. (quarta parte)