Dalle radici greche di “leukós” al latino “lucus”, un pezzo di territorio tra Tirreno e Ionio riscopre la sua storia: non periferia, ma crocevia culturale e paesaggistico nel cuore del Mezzogiorno
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C’è un tratto della Calabria settentrionale che, per lungo tempo, non è stato percepito come periferia, ma come parte integrante di un sistema territoriale più ampio, stratificato e ricco di significati. Nell'antichità, infatti, quest’area rientrava nella più estesa Lucania, una regione che si spingeva ben oltre i confini attuali della Basilicata, comprendendo territori che oggi appartengono anche alla Campania meridionale e al nord della Calabria.
Questo ampio sistema, che dalle sponde del Sele, sotto Eboli, arriva fino all’area di Sibari e si sporge verso l’entroterra che guarda al Vallo di Diano, partecipava pienamente alla medesima identità. Non si trattava soltanto di una delimitazione geografica, ma di una vera e propria appartenenza culturale, che si rifletteva nel modo in cui Greci e Romani interpretavano e nominavano questi luoghi.
I Greci avrebbero associato la denominazione di questa terra a un’idea di luminosità intensa, riconducibile al termine leukós, che indica una luce chiara, splendente. Non è difficile immaginare come questa percezione potesse nascere dall’osservazione del paesaggio: la luce che si riflette sulle alture, la trasparenza dell’aria, il contrasto tra le zone costiere e i rilievi interni. In questo senso, la Calabria settentrionale, affacciata su uno dei tratti più suggestivi del Tirreno e dello Jonio e al tempo stesso attraversata da corridoi naturali verso l’interno, si configurava come uno spazio di passaggio e di irradiazione.
Questa dimensione luminosa si intreccia, nella tradizione successiva, con un’altra immagine, quella del bosco. Attraverso la mediazione etrusca, l’originaria radice greca sarebbe stata reinterpretata fino a confluire nel latino lucus, termine che indica il bosco, luogo spesso dotato di una connotazione sacra. Il passaggio non è privo di suggestione: dalla luce come fenomeno naturale alla luce che filtra tra gli alberi, fino a definire un luogo che non è soltanto fisico, ma anche simbolico.
In questa prospettiva, la Calabria settentrionale appare come un territorio segnato da una doppia appartenenza: da un lato, la luminosità, dall’altro, la dimensione silvestre. Gli abitanti stessi, identificati come Lucani, venivano così associati a un paesaggio di boschi e chiarori, di ombre e aperture luminose. Ciò significa che il territorio in questione è stato parte di un orizzonte più ampio, in cui la natura non era soltanto sfondo, ma elemento generativo di identità.
Nelle aree che si estendono verso Sibari e che risalgono verso l’interno, la memoria di una terra di luce e di boschi prova a sopravvivere. È una memoria che invita a considerare la Calabria settentrionale non come margine, ma come punto di intersezione tra visioni diverse, capaci di convergere in un’unica, complessa immagine di paesaggio e di identità.
Quando accetteremo questo invito?

