Lo scrittore di Africo ha presentato a Cosenza il nuovo romanzo “Dove canta il cuculo”, un viaggio tra Calabria, Canada e destino dentro la grande tragedia delle radici spezzate
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Uomo, destino, colpa. I tre elementi dell’antica tragedia, figlia di una liturgia confortevole nella sua crudeltà e diventata poi arte, sono elettroni che girano intorno al nucleo della vita. Gioacchino Criaco conosce l’alchimia delle storie ed è tornato, anche senza mai partire, nei luoghi che gli sono cari con “Dove canta il cuculo” (Piemme), presentato a Cosenza in un incontro moderato da Eva Catizone con gli interventi dell’avvocato Franco Sammarco.
Nel romanzo di Criaco, il cuculo è un simbolo dalla profonda valenza arcaica e antropologica. È metafora di un intruso che occupa i nidi degli altri, li altera e contamina. È un animale che vive attraverso una sostituzione violenta dell’identità.
Ed è esattamente ciò che accade a Gino, il protagonista che, al pari del cuculo, non abita un suo nido perché nasce in Calabria, ma viene strappato al suo Aspromonte e portato nel lontanissimo Canada e lì costretto ad adattarsi ad altre prospettive, altre abitudine, a un’altra famiglia in cui resta, nonostante tutto, un corpo estraneo espunto dal luogo d’origine a cui sembra comunque appartenere.
Qualcuno ha definito il romanzo un thriller, ma il luogo di definizione è quello della tragedia. Quella che aveva ammantato “Anime nere” i cui venti spettinano ancora i capelli, quella delle colpe dei padri, del destino amaro come una foglia di tarassaco, degli Edipo Re che nulla possono fare contro la giustizia divina che colpisce senza alcuna pietà.
Il cuculo di Criaco è una figura archetipica: canta nei luoghi dove la genealogia si divide, la lingua si inquina, l’identità diventa sfumata e un coro canta di neri presagi.
«Il cuculo nasce ed è già orfano, geneticamente orfano, perché viene concepito per essere abbandonato e deposto nel nido degli altri». Una metafora che diventa chiave narrativa dell’intero romanzo e dei suoi protagonisti: «Sono molto carini a vederli, sono tutti canterini, però sono spietati come il cuculo. E sono anch’essi addolorati, abbandonati».
Criaco definisce il libro «un nuovo viaggio delle Anime nere», richiamando direttamente il suo romanzo più noto, Anime nere, da cui è stato tratto l’omonimo film di Francesco Munzi. Stavolta però il viaggio attraversa il mondo: «Parte da una serie di omicidi in Messico, ad Acapulco, poi passa per il Canada, viene in Europa, va a Milano, va in Calabria, va in Aspromonte».
Al centro del racconto ci sono i “cattivi”, osservati però dall’interno della loro visione del mondo. «Vivono nel grembo del vizio, nell’anima del peccato» spiega lo scrittore, convinto che quella prospettiva sia fondamentale «per comprendere quello che ci circonda».
Criaco insiste soprattutto sulla natura tragica della sua narrativa: «Io non so scrivere altre cose se non tragedie». Ma non si tratta di tragedia greca nel senso classico: «Sono tragedie pregreche, quelle che vengono dall’Aspromonte».
Nel romanzo compare apertamente anche la ’ndrangheta, affrontata questa volta in maniera più diretta rispetto ai lavori precedenti. «Mi è sempre stata chiesta, non ne avevo mai scritto davvero. Stavolta ne ho scritto sul serio».
Ma accanto alla dimensione criminale emergono soprattutto i rapporti umani e familiari, in particolare la frattura tra uomini e donne. «Le donne credono che non sia più possibile salvare questa prospettiva maschile, che è una prospettiva distruttiva, e scelgono di salvare solo le femmine».
“Dove canta il cuculo” diventa così anche «un libro sugli orfani» e sulla mancanza paterna. «Quasi sempre ci si immagina come triste il destino di chi perde la madre, ma anche la mancanza del padre è un fatto traumatico e determinante. I miei protagonisti sono tutti orfani, sono tutti cuculi».

