Negli insediamenti preistorici scoperti sulle sponde dell’attuale lago sono emerse lame di vetro vulcanico proveniente da Lipari. Agricoltori, allevatori e pescatori vivevano sull’altopiano tra il Neolitico finale e l’Età del Rame, inseriti in una rete di scambi molto più ampia di quanto si potesse immaginare
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Prima delle strade, prima dei Romani, prima ancora delle città della Magna Graecia, qualcosa viaggiava dalle isole Eolie fino nel cuore della Sila. Era nero, lucido, tagliente quasi come una lama. Ed era prezioso. Parliamo di Ossidiana.
I frammenti ritrovati dagli archeologi nell'area dell'attuale lago Cecita raccontano una storia sorprendente: oltre cinquemila anni fa le comunità che abitavano l'altopiano silano utilizzavano un materiale vulcanico che proveniva da molto lontano, dalle isole Eolie e in particolare da Lipari.
È un dettaglio apparentemente piccolo. In realtà cambia il modo in cui possiamo immaginare la Sila preistorica. Quella montagna che per secoli abbiamo pensato soprattutto come foresta, territorio impervio e luogo separato dalle grandi direttrici del Mediterraneo era già attraversata, nel Neolitico, da uomini, merci e conoscenze.
Le testimonianze più significative sono emerse nella zona del Cecita. Naturalmente il lago che vediamo oggi non esisteva: è un bacino artificiale realizzato nel Novecento attraverso lo sbarramento del Mucone. Ma nella stessa valle, migliaia di anni prima, esistevano corsi d'acqua, aree coltivabili e spazi nei quali gruppi umani avevano costruito i propri insediamenti. Il Parco Nazionale della Sila colloca le più antiche testimonianze di questo villaggio almeno intorno al 3500 avanti Cristo.
Le indagini archeologiche permettono oggi di essere ancora più precisi. I siti individuati a Piano di Cecita-Cuponello, Campo San Lorenzo e in altre zone attorno al bacino documentano una frequentazione compresa, nelle sue fasi preistoriche principali, tra il Neolitico finale, circa 3800-3600 a.C., e l'inizio dell'Eneolitico, l'Età del Rame.
Non erano semplicemente uomini di passaggio.
A Piano di Cecita gli archeologi hanno riconosciuto le tracce di capanne costruite in legno, individuate grazie alle buche lasciate dai pali nel terreno. Sono state trovate ceramiche, asce e macine di pietra, lame e punte di freccia in selce, pesi utilizzati probabilmente per le reti da pesca e persino elementi collegati alla filatura. Le comunità che vivevano qui coltivavano la terra, allevavano animali, cacciavano, pescavano e utilizzavano il legname della foresta.
E poi c'è l'ossidiana.
Un vetro naturale prodotto dal rapido raffreddamento della lava, capace di generare schegge con margini estremamente affilati. Prima della diffusione dei metalli era una materia prima particolarmente ricercata per realizzare lame e altri strumenti da taglio.
Ma in Sila non esistono giacimenti di ossidiana.
Quella ritrovata negli insediamenti silani era arrivata da Lipari. L'archeologo Domenico Marino, che ha diretto le ricerche della Soprintendenza nell'area, descrive un sistema nel quale l'ossidiana eoliana raggiungeva le coste calabresi e, attraverso le valli fluviali e i passaggi interni, penetrava nell'altopiano.
Non dobbiamo immaginare necessariamente un abitante del Cecita che prende una rudimentale imbarcazione e parte personalmente per Lipari. Il dato archeologico racconta qualcosa di più interessante: l'esistenza di una rete di circolazione e di scambio.
L'ossidiana passava di comunità in comunità, attraversava il mare, raggiungeva le coste e risaliva verso l'interno. E una parte di quel viaggio terminava a più di mille metri di quota, nel cuore della Calabria.
È proprio questa la sorpresa.
Le ricerche archeologiche hanno progressivamente modificato l'idea di una Sila preistorica sostanzialmente vuota. Tra il 2005 e il 2008 le campagne promosse dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici della Calabria hanno documentato insediamenti stabili nell'area del Cecita e mostrato un paesaggio già profondamente utilizzato dall'uomo. Le analisi archeobotaniche hanno individuato anche tracce di cereali e un ambiente in parte liberato dagli alberi per creare spazi destinati agli abitati, alle coltivazioni e all'allevamento.
La montagna, dunque, non era ai margini del mondo.
Era collegata alle coste ioniche e tirreniche e, attraverso quelle coste, al sistema di relazioni del Mediterraneo preistorico. L'ossidiana rappresenta la prova materiale di questi contatti: un piccolo frammento nero capace di raccontare un viaggio avvenuto migliaia di anni prima della nascita delle nostre strade. E c'è forse un paradosso suggestivo in questa storia.
Oggi percorriamo la Sila pensando di attraversare uno dei grandi spazi naturali della Calabria. Cinquemilacinquecento anni fa, lungo quelle stesse vallate, qualcuno teneva tra le mani una lama ricavata da una pietra vulcanica nata a Lipari.
Il Mediterraneo era lontano. Ma evidentemente non così lontano.

