Per decenni si è creduto che appartenesse a Tsewang Paljor, ma un documento dell’Indo-Tibetan Border Police lo identifica come Dorje Morup. Il corpo, diventato un macabro punto di riferimento per gli alpinisti a 8.500 metri, potrebbe essere riportato a valle
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A 8.500 metri non esiste più un confine netto tra il sonno e la morte. Il corpo smette di produrre calore, i pensieri si fanno lenti, ogni passo domanda uno sforzo sproporzionato. In quella parte dell’Everest, appena 350 metri sotto la vetta, l’aria contiene circa un terzo dell’ossigeno disponibile al livello del mare. Gli alpinisti la chiamano “zona della morte” perché nessun essere umano può restarvi a lungo senza cominciare a spegnersi.
È lì, in una piccola nicchia di roccia lungo la cresta nord-est, che per quasi trent’anni ha atteso Green Boots. Rannicchiato su un fianco, il volto nascosto da un indumento rosso, sembrava essersi fermato soltanto per riposare. Dai pantaloni spuntavano due scarponi Koflach color verde brillante. Non aveva più un nome, una storia o una famiglia. Era diventato un punto della montagna.
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