Centootto padri e madri di famiglia vivono ogni giorno su un filo sottile di incertezza, con la paura di perdere da un giorno all'altro il proprio lavoro. Una paura che rischia di diventare realtà nelle prossime settimane, con le lettere di licenziamento già pronte a partire. Mi domando come un amministratore pubblico di questo Comune e di questa Regione oggi riesca ad andare a dormire tranquillo, sapendo che la vita di queste famiglie dipende dalla volontà politica di salvarle. In un periodo di prezzi alle stelle, crisi generalizzate e difficoltà strutturali che già portano i cittadini ad arrivare a fatica a fine mese, non ci si può prendere il lusso di non garantire a centootto famiglie uno stipendio.

Non voglio parlare di chi ha agito bene e di chi ha agito male, perché su questa vicenda non si può più parlare di destra o di sinistra, di maggioranza o di opposizione. C'è bisogno solo di amministratori che ricomincino a fare POLITICA, nel senso vero: mettersi al servizio del cittadino prima delle bandiere, immaginando e facendo proprio il disagio che queste famiglie stanno vivendo in questo momento.

La vicenda Amaco si trascina da anni tra rinvii, promesse e tavoli mai davvero conclusi. Il tempo, oggi, non lascia più spazio a percorsi burocratici. Ogni giorno che passa senza una decisione chiara è un giorno tolto a chi aspetta di sapere se domani avrà ancora un lavoro. Davanti a questo, credo che nessuna forza politica, di nessuno schieramento, possa permettersi il lusso dell'attendismo o del tornaconto elettorale.

È per questo che sento il dovere di rivolgere un appello diretto a chi oggi ha responsabilità istituzionali: al Consiglio comunale di Cosenza e alla Regione Calabria. La vicenda Amaco non può concludersi con il licenziamento di centootto dipendenti. Le istituzioni hanno il compito di confrontarsi con serietà per arrivare a una soluzione di questa drammatica vicenda. L'unico obiettivo deve essere salvare i posti di lavoro oggi messi in discussione. Se la politica non riesce a proteggere chi rischia di restare senza lavoro, allora ha fallito nel suo compito più elementare.