Chi siede nei consigli d’amministrazione con la dote della “Santa” in tasca non cercava efficienza, cercava il piccone contro l'autonomia. Voleva una magistratura distratta da tribunali disciplinari e carriere separate, affinché guardasse meno dentro le ville con piscina degli intoccabili
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Adesso che i seggi sono chiusi e il polverone si sta posando, possiamo dirlo con la freddezza dei numeri. Nicola Gratteri non aveva solo lanciato un grido d’allarme, aveva tracciato una mappa del conflitto. La sua lingua, fatta di pietre carsiche e spigoli vivi, non cercava il consenso dei salotti, ma la pancia di un Paese che, alla prova del voto, ha dimostrato di aver capito perfettamente la posta in gioco.
In quella vigilia febbrile, mentre la politica si accapigliava su separazione delle carriere e sorteggi per il CSM, la frase di Gratteri era risuonata come una frustata: «Per il No voteranno le persone perbene; per il Sì voteranno gli indagati, la massoneria deviata e i centri di potere». Il coro degli indignati gridò all’eversione, ma il risultato referendario ha restituito una realtà molto più complessa: il “No” non è stato un voto di conservazione, è stato l’autopsia del potere fatta dai cittadini.
Il punto, oggi lo vediamo chiaramente, non era dare del criminale al cittadino in buona fede che sogna tempi certi per la giustizia. Il punto era smascherare il beneficiario finale di una riforma che puntava a trasformare il Pubblico Ministero in un “burocrate dell’accusa”.
Le mafie e le logge non temono la legge, temono la prevedibilità. Un PM isolato dal giudice, attratto inevitabilmente nell'orbita del potere politico e privato della cultura della giurisdizione, è un PM più facile da addomesticare. Gratteri sapeva che se il controllo sulla magistratura scivola anche solo di un millimetro verso l’esecutivo, la massoneria deviata ha già vinto. I governi passano, ma i “sussurri” dei grandi architetti del sistema corruttivo restano lì, pronti a dettare le priorità a chi deve rispondere a un indirizzo politico.
La brutalità di Gratteri ha svelato la natura censitaria di quel progetto, una riforma per imputati ricchi. Il risultato del voto ha confermato che il Paese reale ha percepito il rischio per i potenti la delegittimazione del controllo e la frammentazione del sistema; mentre per i cittadini una giustizia meno indipendente e più permeabile alle pressioni.
Chi siede nei consigli d’amministrazione con la dote della “Santa” in tasca non cercava efficienza, cercava il piccone contro l'autonomia. Voleva una magistratura distratta da tribunali disciplinari e carriere separate, affinché guardasse meno dentro le ville con piscina degli intoccabili.
Non è stato un caso che figure come Nino Di Matteo siano corse a fargli scudo. La storia d'Italia è un cimitero di riforme nate sotto l'egida dell'efficienza e finite con il timbro del favore ai potenti. Gratteri ha solo tolto la maschera al ballo. Se la riforma piaceva così tanto a chi ha tutto da perdere da un processo serio, il problema non era il linguaggio del magistrato, ma il DNA della legge stessa.
Oggi, con il risultato acquisito, comprendiamo che la democrazia non è un ufficio postale dove conta solo che il pacco arrivi in orario. È un ecosistema fragile. Se per renderla veloce rompiamo gli argini che tengono fuori il fango, non otteniamo velocità, ma solo un’inondazione di impunità. Il “brutto carattere” di Gratteri si è rivelato, alla fine, l'ultima sentinella di un sistema che, nonostante tutto, ha deciso di non arrendersi.
*Documentarista


