Le urne restituiscono un governatore indebolito (anche) dopo la dura polemica contro Gratteri che gli ha risposto sul piano politico. Nella sua Cosenza il No stravince (63%) mentre nella coalizione gli scricchiolii sono evidenti, soprattutto dalle parti di Fratelli d'Italia
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Certo le premesse non erano state proprio di buon augurio. In fila al suo seggio di via Negroni, Roberto Occhiuto, è stato aggredito verbalmente (e civilmente) da una signora anche lei in coda per votare. «Hai rovinato la sanità, vergogna!», ha gridato la donna al presidente.
Da lì Occhiuto avrebbe dovuto capire che il referendum non era proprio preso bene per lui e il suo partito. In Calabria la vittoria del No è stata netta. di quasi sette punti percentuale in più rispetto al Sì (53,10 contro il 46,90). Non solo ma i contrari alla riforma hanno vinto ovunque in Calabria, tranne nella provincia di Reggio Calabria.
Se allora il voto ha un senso politico, come dimostra l'alta affluenza, questo non può che essere negativo per il presidente della giunta regionale, Roberto Occhiuto, e il suo partito Forza Italia . Del resto il presidente si è speso molto in questa campagna elettorale, pur non avendo partecipazione ad alcuna iniziativa pubblica. Lui stesso, quando tentava la scalata al partito nazionale, molto ha insistito sui temi dei diritti civili parlando della riforma della giustizia come uno dei principali. Soprattutto in campagna elettorale ha rilanciato le dichiarazioni di Marina Berlusconi che diceva come questa riforma fosse la realizzazione del papà Silvio. Tutti sanno, poi, che il patto di governo del centrodestra si basava soprattutto su tre punti: l'autonomia differenziata per la Lega, il premierato per FdI e la giustizia per Forza Italia. In realtà nessuno dei tre è arrivato a maturazione.
Tornando ad Occhiuto alla campagna elettorale gli ha anche, sotto certi aspetti, preso la mano. E' stato infatti protagonista, fra le altre cose, di un violento diverbio con il Procuratore capo di Napoli, Nicola Gratteri, quando ha detto che il magistrato avrebbe dovuto chiedere scusa ai calabresi per le sue dichiarazioni (quelle in cui sosteneva che per il Si votavano sostanzialmente inquisiti, mafiosi e altra gente di questo tipo). Gratteri, piccato per le dichiarazioni del Governatore, ha fornito ad Occhiuto una risposta tutt'altro che tecnica, anzi preminentemente politica : «Io devo chiedere scusa - ha chiesto retoricamente - o chi non spende i soldi nemmeno per arginare le fiumare? Ogni volta che piove due giorni di seguito ci sono danni incredibili in Calabria. Su questo tema potremmo parlare per una settimana».
La sconfitta, poi, brucia ancora di più se guardiamo l'andamento del voto nelle province calabresi. A Cosenza, che è la città del Governatore, il No sfonda al 63,74% una delle percentuali più alte d'Italia.
Il Sì vince solo a Reggio Calabria. Merito del coordinatore regionale di Forza Italia e deputato Francesco Cannizzaro. Per lui il voto impone qualche riflessione in più. Secondo alcuni analisti a questo punto il deputato reggino potrebbe davvero pensare di candidarsi sindaco a Reggio Calabria. La netta vittoria del No è un brutto segnale politico per il centrodestra. Indipendentemente da cosa farà Giorgia Meloni, il rischio di diventare deputato di minoranza in autunno o fra un anno, è forte.
Questo introduce un altro elemento sullo scenario calabrese ovvero la debolezza di Fratelli d'Italia. I meloniani si sono impegnati a testa bassa in questa competizione referendaria, organizzando quasi ogni giorno una iniziativa. Hanno fatto scendere anche i leader nazionali del partito come il capogruppo alla Camera, Galeazzo Bignami o il responsabile nazionale dell'organizzazione del partito, Giovanni Donzelli. Niente da fare. Per la sottosegretaria agli Interni, Wanda Ferro e il senatore Fausto Orsomarso il risultato è stato deludente in linea con le ultime regionali in cui il partito si è fermato all'11% con la clamorosa mancata elezione proprio della Ferro.
Insomma il centrodestra in Calabria sembra scricchiolare come dimostrano anche le ultime Provinciali a Cosenza dove il candidato del campo avverso, Franz Caruso, ha ottenuto circa 8000 voti in più ponderati (che non sono pochi) rispetto alle liste. Segno evidente che nell'alleanza che governa la Regione c'è stato fuoco amico.
Altro elemento da mettere nel conto, poi, sono i rapporti fra il Governo nazionale e la magistratura. Certo non si può immaginare una ritorsione, ma sicuramente non è che siano proprio idilliaci.
Tornando a Cannizzaro allora se questo è il quadro forse per lui è meglio diventare sindaco della città più grande della Calabria piuttosto che avere un ruolo a Montecitorio senza potere concreto. Di più, se Roberto Occhiuto andrà a Bruxelles prima della scadenza della legislatura regionale e Gianluca Gallo a Roma, Cannizzaro resterebbe leader incontrastato del centrodestra in Calabria.
Il punto vero è adesso capire cosa farà il famoso campo progressista. Quella del referendum è la prima vittoria sul centrodestra in Italia da vent'anni a questa parte. L'ultima, escluso il sostanziale pareggio del 2020 fra M5s e centrodestra, risale al 2006, ai tempi di Romano Prodi. Il problema adesso è capitalizzare questo risultato che è composto soprattutto del voto dei più giovani, anche in Calabria. Il referendum ha messo a nudo i limiti di una classe dirigente che si era spesa per il Si evidentemente senza riuscire ad interpretare quello che gli girava intorno.
Adesso però questo vantaggio bisogna capitalizzarlo, a partire dalle elezioni di Reggio Calabria dove il viatico quello giusto con la scelta del candidato sindaco avvenuta tramite le primarie che hanno sembra messo di nuovo al centro la partecipazione della gente e non le alchimie dei salotti. Nicola Irto, segretario regionale del Pd, è chiamato ad un surplus di iniziativa. Deve usare la clava per pacificare la rissosa federazione di Cosenza, deve sporcarsi le mani non solo nella sua città ma anche negli altri centri in cui si vota come Crotone, deve cucire pazientemente con i 5 Stelle. Infine per riconquistare la Regione tutto il campo largo deve abbandonare i casting cui ci ha abituati negli ultimi cinque anni e costruire un percorso che parta da lontano e sia condiviso dalla base.



