Si è aperto un ampio, anche troppo indefinito, dibattito dopo le parole di Giuseppe Conte, che dichiarava conclusa pure in Italia la stagione del woke a sinistra. Il leader del partito forse oggi più antiatlantico dell’arco costituzionale ripropone però il fondamentale americanismo culturale delle nostre classi dirigenti. In effetti, Conte riprendeva la polemica statunitense aperta da Alexandria Ocasio-Cortez (l’eterna promessa tra i democratici americani) contro la deriva liberal per almeno due decenni imboccata dal suo partito. Un partito molto concentrato sulla pulizia linguistica formale, e fondamentalmente dimentico di luoghi del conflitto e del disagio. In America, la questione ha un senso e una declinazione molto diverse.

Quel partito è attraversato da una corrente di minoranza che sta prendendo piede per spostare l’asse interno verso posizioni socialiste democratiche. I socialisti tra i dem americani puntano al lavoro, all’economia statale, all’intervento pubblico e alle prestazioni sociali. La Ocasio-Cortez, che viene dalla sinistra democratica, non poteva ignorare il vento riformista né lasciar tutto il campo ai nuovi arrivati che ambisce a rappresentare. È però da dire che né i socialisti democratici né i liberal di ferro o i centristi cattolici negli Stati Uniti si pensano fuori da un sistema pienamente e totalmente di libero scambio e di economia capitalistica.

La presenza dello Stato è di redistribuzione pedagogico-conservativa: non è per forza una trasformazione epocale. L’Obamacare, la riforma sanitaria dell’ultimo democratico a Washington di un qualche consenso personale, ha, sì, consentito prime cure ad alcune centinaia di migliaia di statunitensi, ma sempre riforma del suo sistema restava. Mediazione del lobbying e dei corpi intermedi, tutela dell’interesse produttivo, presenza capillare (non solo complementare) di assistenza sanitaria privata.

In Italia si è giocato a vivere la polemica contro il woke - ci si gioca da circa un decennio: ben svegliati! - come supremazia della legislazione sociale contro le libertà civili. Ovviamente, non è affatto così. Il woke non è stato uno strumento né della sinistra, né della trasformazione, né tantomeno delle minoranze. Ha agito essenzialmente linguaggi di potere. Si è pensato, in altre parole, che l’unico modo di non scontentare le differenze fosse quello di non menzionarle. Non si fa indagine socio-culturale sulle dipendenze; non si affronta il tema della sessualità nelle comunità separate; ci si limita a non usare le espressioni più truci del senso comune per distinguere componenti sgradite del medesimo contesto civile. Così concepito e vissuto, il politicamente corretto non è stato affatto un alleato delle battaglie di minoranza o del diritto al dissenso: è stata la bestia confusa che gli si è scagliata contro. L’autocensura è da sempre una efficacissima forma di censura universale.

I movimenti di base in Italia non hanno da abbandonare un woke che non hanno mai praticato. Si può certo trovare stucchevole l’accapigliarsi su apostrofi e asterischi, il pretendere declinazioni neutre e femminili che a volte stanno tra l’insistenza, l’ortografia e la cacofonia. Ciò non toglie che in questo Paese i diritti civili non sono mai cresciuti senza i diritti sociali e senza l’esercizio delle libertà politiche: il gioco dei quattro cantoni che ferma gli uni o le altre a turno, pretendendo così di tutelare il resto, è perfettamente costruzione semantica di preservazione del potere.

A sinistra e a destra c’è sempre stata una finanche condivisibile ossessione simbolica di austerità puritana, anche a costo di grandi abbagli: Gramsci che fa a pezzi la Scapigliatura (che era d’indole anarco-socialista), Togliatti che chiama Gide e Sartre invertiti (due intellettuali dell’eurocomunismo novecentesco). Sul campo opposto, Montanelli che professa a parole stima per Martinazzoli e poi non prende le distanze dal colonialismo sciagurato delle sghembe ambizioni imperiali fasciste. Almirante rassicura le piazze: i ladri in galera e, se sono dei nostri, la forca!

Tutto ciò non c’entra molto con come utilizziamo inconsapevolmente gli argomenti di discussione per obbedire alla distruzione e non per favorire la costruzione. Questo bagno di presunto “concretismo” (parliamo di salari, che si badi è assai diverso da “alziamo i salari”) sembra più che altro una maschera per preparare l’ulteriore riduzione di diritti acquisiti. Che ci importa dei morti di caldo, che ci importa dei giovani bullizzati per le incertezze sulla fenomenologia del loro comportamento sessuale, che ce ne frega dei migranti annegati nel canale di Sicilia? Dobbiamo tornare a parlare di questione sociale. Ecco.

Andiamo appresso ai luoghi comuni e ci compiace di schierarci su di essi, quando invece ci schieriamo “dentro” di essi. Siamo passati dal granchio blu all’oro alimentare, andando per il tartufo nero e ora la carne wagyu … ma per noi Pulcinella sempre “guegué” sbotta e dice quando entra in scena.

PS: non stupisce che questo presunto ritorno a Canossa sia guidato da forze che non hanno mai accettato la parola sinistra, e che hanno unito gli umori, pur più che legittimi, del disfattismo e della contrarietà. Poi, però, pudichi a confermare l’impegno sulle libertà fondamentali degli esclusi. Il Generale Vannacci, grande alfiere da destra della crociata antiwoke usata come veicolo comunicativo per parlare spesso di tutt’altro, da settimane in ogni intervista fa estenuanti considerazioni sulle definizioni del vocabolario e sulla loro tecnica appropriatezza. Che così lo farebbe indenne da accuse di razzismo, xenofobia, islamofobia, antisemitismo e così via... accidenti, ma non aveva dichiarato di volerla fare finita col linguaggio di buone maniere?