Tra Quattromiglia e Arcavacata i canoni raddoppiano in pochi anni: una stanza pesa come uno stipendio e il vantaggio di studiare al Sud si assottiglia
Tutti gli articoli di Società
PHOTO
Lungo il crinale urbano che da Quattromiglia conduce ad Arcavacata, l’economia non si percepisce nelle vetrine, ma negli appartamenti. Siamo a febbraio, presto ripartirà la campagna affitti che vede coinvolti, ogni anno, centinaia e centinaia di studenti. L’Università della Calabria, con la sua cittadella lineare sospesa tra le colline, ha prodotto negli anni un fenomeno singolare: una città che non vive dell’ateneo, ma vive per l’ateneo. L’alloggio, in questo tratto di Rende, è diventato la principale infrastruttura economica.
Negli ultimi anni il mercato degli affitti ha conosciuto un incremento costante. Non si tratta di cifre metropolitane, e proprio per questo il fenomeno rimane ai margini delle cronache nazionali. Tuttavia, rapportato ai redditi locali, il peso cambia radicalmente. Una stanza singola può arrivare a incidere quanto un piccolo stipendio part-time, un bilocale supera soglie che fino a poco tempo fa appartenevano agli appartamenti familiari.
L’aumento non è improvviso, bensì progressivo, quasi silenzioso. Ed è proprio questa gradualità ad averlo reso inevitabile. Fino a 5 anni fa una stanza singola a Quattromiglia costava 210 euro, oggi una singola arriva a costare 400 euro. La spiegazione immediata — troppi studenti — è solo parziale. L’università dispone di residenze interne e di migliaia di posti alloggio.
A prima vista dovrebbe bastare a contenere il mercato privato. Tuttavia, gli alloggi universitari assorbono chi ha redditi più bassi. Il mercato privato resta alla fascia intermedia, la più ampia e anche la più affidabile per i proprietari. Così il prezzo non nasce più dalla contrattazione ma dalla scelta dell’inquilino. La maggior parte delle case non appartiene a società immobiliari né a investitori esterni, ma a famiglie locali: pensionati, dipendenti, piccoli risparmiatori che hanno acquistato o ereditato un appartamento negli anni dell’espansione universitaria. Il canone non è sempre un guadagno: spesso è un adeguamento. Quando nello stesso palazzo si affitta a una cifra più alta, mantenere un prezzo inferiore significa svalutare il proprio bene. L’aumento diventa difensivo. Il mercato cresce per imitazione. Cinque minuti a piedi possono valere centinaia di euro al mese. L’università ha sostituito il centro urbano: la geografia economica coincide con quella accademica. Il problema più serio, però, riguarda ciò che accade fuori da questo equilibrio.
La fascia intermedia - studenti senza requisiti per le residenze e famiglie normali - è quella che paga davvero. Non abbastanza fragile per ricevere sostegni, non abbastanza forte per assorbire i prezzi. È una condizione sempre più diffusa: possedere una casa altrove e, allo stesso tempo, non potersi permettere l’università sotto casa. Ed è qui che la questione locale diventa meridionale. Con canoni economici ormai vicini — talvolta sorprendentemente simili — a quelli di città universitarie come Pisa, il vantaggio competitivo dello studiare al Sud si assottiglia fino quasi a scomparire. Se la spesa abitativa è comparabile ma le opportunità lavorative restano inferiori, la scelta razionale torna a essere la partenza. L’aumento degli affitti non allontana solo studenti poveri: scoraggia proprio quella fascia che potrebbe restare, laurearsi e radicarsi sul territorio. Rende rischia così un paradosso: una città costruita intorno all’università che contribuisce, indirettamente, alla fuga dei suoi futuri laureati.
Nel frattempo la vita urbana continua a seguire il calendario accademico: i quartieri si svuotano in estate e si riempiono a settembre, i bar aprono prima degli esami e chiudono dopo le sessioni. Non esiste un colpevole evidente — studenti, proprietari, ateneo agiscono tutti secondo logiche comprensibili — ma l’effetto complessivo è chiaro: la prossimità al sapere è diventata un costo selettivo. L’invito ai proprietari, allora, è alla misura prima ancora che alla rinuncia: comprendere che una crescita continua dei canoni, svincolata dalla realtà economica del territorio, finisce per erodere lo stesso bacino da cui trae sostentamento. Perché se abitare a Rende costa quanto — o quasi quanto — studiare in città universitarie storicamente più attrattive, lo studente non sceglierà più la prossimità geografica, ma l’orizzonte delle opportunità. Il rischio non è immediato, ma progressivo: meno matricole locali, più partenze definitive, appartamenti vuoti nei mesi invernali, contratti sempre più brevi e instabili. La rendita, oggi difesa con piccoli rialzi successivi, potrebbe domani ritrovarsi senza domanda stabile.

