Un primo esperimento di macrofotografia tra i boschi autunnali della Sila, accompagnato dalle guide ambientali e dai ragazzi di un progetto scolastico. Muschi, licheni, funghi e foglie diventano un piccolo universo da esplorare, una lezione di natura e di lentezza
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Il mio primo tentativo di macro è nato in questi giorni d'autunno in Sila, camminando con Maria Sprovieri, Alfredo Bruno, Giuseppe Fulci e Ivan Vigna, guide ambientali, e con i ragazzi di un progetto scolastico. Avevo la macchina fotografica e la voglia di abbassarmi.
In Sila d'autunno lo sguardo va in alto da solo. I faggi accendono il giallo e il rame, i pini larici salgono dritti verso il cielo e ti rimettono al tuo posto: piccolo, in fila, sotto. Si cammina con il naso all'insù.
Poi le guide si fermano, e il passo cambia. Davanti a un abete alto poco più di un ragazzo, nato da solo all'ombra dei faggi, Maria, Alfredo e Ivan raccontano come un bosco si rinnova senza che nessuno lo pianti. Maria tiene in mano una foglia caduta e sorride, come chi mostra una cosa di casa. Poi si china sui rami e li annusa: anche il profumo, qui, è una lezione.
Da lì ho cominciato a guardare in basso. Il muschio che veste un tronco storto come un cappotto. Il muschio che fa un prato in miniatura sul muretto del sentiero. Un ramo secco dove un lichene grigio-verde apre i suoi lobi come piccole mani: i licheni sono tra i primi a sparire quando l'aria si sporca, e qui stanno benissimo.
Più giù ancora c'è un mondo che di solito calpestiamo. Un fungo piccolo come un'unghia su un tronco che si sta disfacendo. Un altro nero, a scaglie bianche, che sembra vestito per una festa. Minuscole sfere bianche su gambi sottili come capelli, tra gli aghi di pino. Un giorno, al laboratorio, i funghi raccolti sono finiti sotto un microscopio, e la superficie di un cappello è diventata un paesaggio. Un albero caduto non è morto per niente: dà da mangiare a funghi, licheni, insetti, e tra qualche anno sarà terra buona per un altro abete.
Fotografare da vicino ti obbliga a rallentare, a piegare le ginocchia, a respirare piano perché il fuoco non scappi. È lo stesso esercizio che fanno le guide ogni giorno: insegnano a vedere quello che c'era già. A un certo punto, sulle foglie, c'era anche la mia ombra: chi guarda in basso, prima o poi, si vede.
Anche il cielo, a volte, lo trovi per terra, dentro una pozza tra le foglie.
Nel libro di Giobbe c'è un invito che in quel bosco mi è tornato in mente: «Parla alla terra, ed essa ti istruirà» (Giobbe 12,8). Non dice di parlare della terra, ma alla terra, come a qualcuno che sa e che risponde a chi si mette alla sua altezza. L'autunno, in fondo, è la stagione in cui gli alberi lasciano cadere tutto e il sapere scende a terra, foglia dopo foglia. Basta abbassarsi a raccoglierlo.
Sulla strada del ritorno, una foglia gialla sulla linea di mezzeria. Ultima lezione: le cose belle stanno anche dove passiamo di fretta.
Grazie a Maria, Alfredo, Giuseppe e Ivan, che la Sila la leggono così e la insegnano a chi passa.












