Dramon Keita ha 22 anni, tra poco ne compirà 23. È arrivato in Italia due anni fa, lasciando il Mali, un Paese dove la vita quotidiana era diventata sempre più incerta. Lì studiava, frequentava la scuola da cinque anni, ma a un certo punto ha dovuto fermarsi. «Non c’era più sicurezza, così ho lasciato la scuola».

La decisione di partire nasce da una situazione che non offriva alternative. Non sono stati i genitori a spingerlo, è stato lui a scegliere. «Sono partito da solo». Un viaggio lungo, segnato da tappe che si somigliano per fatica e paura.

Prima la Nigeria, poi la Tunisia. In Africa incontra altri ragazzi, come lui in cerca di una possibilità. Insieme affrontano l’ultima tratta, quella più rischiosa. L’arrivo in Italia avviene via mare. «Siamo arrivati con un barcone». La destinazione è Lampedusa.

«Il viaggio è stato molto difficile. Tante persone, freddo, paura». Un’esperienza che resta impressa. Tutti arrivano vivi, ma segnati. «Siamo arrivati tutti, però con molte difficoltà».

Dramon non racconta episodi spettacolari, ma sensazioni che pesano. Il freddo, l’affollamento, l’incertezza. «È stato un viaggio faticoso». A Lampedusa non ricorda particolari problemi, ma il passaggio resta una soglia: da lì inizia una nuova fase della sua vita. Oggi vive in una comunità. Non in una famiglia, ma in una struttura dove divide la stanza con altri cinque ragazzi. «Siamo in cinque nella stessa camera». Il rapporto con gli altri è positivo. «Mi piace stare così, stiamo bene insieme».

La convivenza diventa una forma di sostegno, soprattutto per chi è arrivato da solo. In Italia Dramon dice di essersi sentito accolto. «Ho trovato persone gentili, davvero». Un aspetto che sottolinea più volte, come se fosse qualcosa che non dava per scontato. Nel suo Paese, spiega, la situazione resta complicata.

«In Mali c’è ancora guerra». È questo il confronto che rende tutto più chiaro. «Qui non c’è guerra, non c’è quella paura».

«Lavoro nei campi, la cosa più bella»

Quando parla dei suoi sogni, Dramon non usa grandi parole. All’inizio pensava all’insegnamento. «Sognavo di insegnare a scuola». Oggi è più concreto. «Adesso voglio lavorare».

Attualmente è impegnato in campagna. «Lavoro nei campi». Dice che è una delle cose migliori che gli siano capitate qui. «La cosa più bella è il lavoro». Non rifiuta nessuna possibilità. «Se trovo lavoro, lo faccio». In passato ha svolto mansioni da muratore, ma guarda avanti.

«Vorrei guidare un camion». Per questo ha deciso di iscriversi a scuola guida. «Sto andando a scuola per guidare». Un obiettivo semplice, ma chiaro. Alla parola integrazione si ferma un attimo. «Non mi ricordo bene». Poi riflette. Vivere, lavorare, rispettare le regole, sentirsi parte di un luogo. «Sì, mi sento integrato».

Ha conosciuto il progetto che lo segue oggi. «Mi hanno aiutato». Il giudizio è diretto. «Mi trovo bene, siete bravi». Anche sul cibo non ha avuto difficoltà. La lingua di partenza è il francese, non l’inglese. Un altro ostacolo superato giorno dopo giorno, con il tempo e la pratica. Dramon non idealizza il futuro. Non fa promesse. Vuole solo stabilità. «Lavorare, vivere tranquillo». Dopo due anni in Italia, il suo percorso è ancora all’inizio, ma ha già un punto fermo: restare lontano dalla guerra e costruire, passo dopo passo, una vita normale.

La sua storia è quella di molti giovani arrivati soli, senza reti familiari, con un bagaglio leggero e ricordi pesanti. Racconta una migrazione silenziosa, fatta di lavoro, comunità e tentativi quotidiani di restare in piedi. Senza clamore. Senza scorciatoie.