La parola d’ordine, adesso, è «Servizio con la S maiuscola». Il sostituto procuratore della Dda di Catanzaro, Annamaria Frustaci, negli ultimi mesi si è spesa tra udienze e maxiprocessi e una serrata campagna referendaria per dire No alla riforma costituzionale della giustizia.
Ha incontrato parecchia gente e oggi dice: «Ho registrato una maggiore vicinanza tra la magistratura e la cittadinanza». Nell’intervista che concede a LaC News24 parla di «narrazione distorta sulla magistratura» e degli attacchi subiti dal procuratore Gratteri «ai quali abbiamo assistito attoniti». Un racconto a tutto tondo, il suo, con qualche accenno anche alla storia della magistratura, dalla repressione dell’Anm durante il fascismo, a Falcone e Borsellino e la loro esperienza nelle correnti, per finire col problema del «carrierismo individuale da combattere».

Dottoressa Frustaci, dopo mesi di campagna referendaria, qual è il bilancio?
«I cittadini hanno difeso e custodito i valori costituzionali e hanno mostrato di saper rispondere con fermezza quando la posta in gioco sono il principio di uguaglianza di tutti di fronte alla legge e l'equilibrio democratico tra poteri dello Stato.
Ho registrato una maggiore vicinanza tra la magistratura e la cittadinanza: abbiamo parlato alle persone con semplicità, cercando di spiegare come si svolge il nostro servizio, quali sono le difficoltà quotidiane, quali fossero le criticità della riforma, entrando nel merito dei problemi».

Chi ha vinto secondo lei? La magistratura o la politica che ha fatto opposizione?
«Non è né una vittoria della magistratura, né una vittoria delle forze politiche di opposizione. È la vittoria della società civile, che ha confermato il proprio attaccamento alla nostra Costituzione repubblicana e antifascista. L’affermazione del No è il frutto di una straordinaria partecipazione democratica, che ha visto una mobilitazione trasversale, al di là degli schieramenti ideologici, e che testimonia come alle persone comuni non importa nulla delle contrapposizioni politiche. I cittadini vogliono che non sia intaccata la democrazia del nostro Paese e che la Costituzione sia difesa e applicata nei suoi principi di equilibrio e di separazione tra poteri dello Stato, respingendo i rischi di impunità per i potenti».

Ha visto i dati del referendum in Calabria? Come li legge?
«Sono dati che esprimono una bellissima risposta della Calabria: le province che hanno risposto con maggiore partecipazione sono state proprio quelle di questo distretto giudiziario, Catanzaro, Cosenza, Vibo e Crotone.
Segno che la narrazione distorta sulla magistratura calabrese e su una figura simbolo della lotta alla ‘ndrangheta come il procuratore Gratteri, a cui abbiamo assisto attoniti nell’ultimo anno, non ha fatto breccia nei territori in cui c’è tanto bisogno di risposte di giustizia. Sono proprio le realtà che, dal 2016 ad oggi, hanno visto un’incessante attività giudiziaria, ad avere detto No alla riforma con percentuali bulgare. Ha fatto eccezione la provincia di Reggio Calabria.
La fiducia riposta dai cittadini va ripagata con impegno ancora maggiore sul lavoro. La parola d’ordine, ora più che mai, deve essere “Servizio”, con la S maiuscola».

Nel corso di questa campagna referendaria cosa l'ha colpita di più?
«La voglia di ascoltare e di informarsi della gente, nonostante i toni spesso aggressivi e delegittimanti utilizzati nei confronti della magistratura. Ma anche il bisogno di una giustizia che funzioni davvero e la percezione diffusa del lavoro quotidiano dei magistrati per ciò che in effetti è: il baluardo ultimo della tutela dei diritti e delle libertà di tutti».

Secondo lei adesso cosa sarebbe opportuno fare per risolvere i problemi della magistratura? E quali sono, soprattutto, i problemi veri della magistratura?
«Ci vogliono appunto riforme "di Servizio", adeguate ai bisogni veri della giustizia, che ne affrontino i problemi strutturali (carenze di organico, risorse insufficienti, tempi dei processi, digitalizzazione, riduzione delle farraginosità processuali, depenalizzazione dei reati più lievi, attenzione alla situazione carceraria, al sovraffollamento, alla rieducazione e risocializzazione di chi ha espiato le pene), insomma tutti quei temi veri per un migliore accesso alla giustizia».

Si è molto dibattuto, nel corso della campagna referendaria, sulle storture portate dalle correnti. Ma le correnti sono il male assoluto secondo lei?
«Spesso si parla di correnti in senso dispregiativo, ma esse non sono altro che i gruppi associativi presenti all'interno dell'Associazione nazionale magistrati, portatori di idee che si confrontano sui temi della giurisdizione, sul modello di magistrato, sull’esercizio delle funzioni, sulle esigenze della giustizia e sulle condizioni di lavoro dei magistrati. Rappresentano le uniche espressioni della libertà associativa di chi svolge il nostro lavoro, poiché naturalmente i magistrati non possono essere iscritti ad altre associazioni se non l'Anm.
In precedenza si chiamava “Associazione generale magistrati Italiani” e venne sciolta durante il regime, nel 1925 (i suoi ex dirigenti vennero addirittura destituiti nel 1926). L'Anm fu ricostituita solo nel 1945.
Da quel momento ha avuto una valenza storica importantissima, ma solo in pochi ricordano che Giovanni Falcone, il 17 aprile del 1988 ha fondato una corrente (Movimento per la Giustizia), che anche Paolo Borsellino era iscritto ad una corrente (Magistratura Indipendente) e che nel 1990 era presidente della sottosezione Anm di Palermo. Anche il giudice beato Rosario Livatino era iscritto all’Anm. La libertà di pensiero e il pluralismo delle idee non vanno demonizzati, perché sono una ricchezza. Ciò che bisogna combattere è il carrierismo individuale e ci sono strumenti di trasparenza, criteri oggettivi di merito e di anzianità, che possono essere valorizzati e bilanciati con una legge ordinaria, proprio per impedire che l'appartenenza correntizia possa essere strumentalizzata e piegata a scopi personali. Molti passi avanti sono stati compiuti dal 2019 ad oggi, già con la riforma Cartabia nel 2022, ma si può e si deve certamente fare di più, introducendo meccanismi sempre più oggettivi e trasparenti. È tempo di voltare pagina, per aprire una stagione di dialogo costruttivo, che consenta di migliorare la giustizia anche su questo fronte».