Cosa significa essere rom oggi, in Italia e ancor di più in Calabria? Quanto sopravvivono stereotipi e discriminazioni? Ancora tanto, soprattutto perché questa è una storia troppo spesso raccontata dagli altri.

Noi oggi ne vogliamo parlare con Fiore Manzo, giovane studioso rom, poeta e attivista cosentino. Per la sua storia e la sua cultura, ha scelto di parlare, di raccontare, di scrivere la realtà dei fatti. La verità. Per rompere il silenzio attraverso la ricerca, l’impegno e il dialogo.

Fiore sta svolgendo un dottorato di ricerca all’Università della Calabria e da anni studia la storia e le condizioni delle comunità rom e sinti. Insieme al linguista Michele Cosentino ha curato il libro Calabria romanì. Condizione e sviluppo dei rom di antico insediamento, in uscita per Reportage Edizioni.

Fiore racconta un mondo ai più sconosciuto. E lui che lo vive e lo ama profondamente, è tra i pochi che può raccontare l’identità rom nel profondo, il problema dei ghetti e dei campi. Parla anche della situazione di Scordovillo e il rapporto ancora difficile tra la comunità rom e il resto della società. Fiore sa benissimo che l’unico modo per far conoscere la realtà vera è la conoscenza e il dialogo, le sole cose che possono rappresentare il primo passo per abbattere i muri. Ed ecco l’intervista

Per cominciare: chi è veramente Fiore Manzo? Se dovessi raccontare a chi non ti conosce chi sei, senza utilizzare la parola “rom” e senza parlare del tuo attivismo, cosa diresti di te?
«Un ragazzo semplice che ama la poesia, la propria terra e che crede fermamente che il dialogo possa essere l’unica strada per creare ponti e convivere, capendosi, con gli esseri umani».

Partiamo dall’identità. Cosa significa essere rom oggi? È una domanda che ti viene rivolta continuamente. Ma quanto è difficile rispondere quando, spesso, sono gli altri a decidere cosa significhi essere rom?
«Questo interrogativo lascia a ciascun appartenente alle comunità rom e sinti la possibilità di dare la propria risposta, in base alle proprie esperienze e alla propria provenienza. Per me significa riappropriarmi della storia millenaria della mia comunità, che non viene insegnata nelle scuole, e recuperare la nostra lingua, che purtroppo in Calabria è quasi del tutto scomparsa. Significa prendere coscienza dei meccanismi che ci hanno escluso e lottare quotidianamente per una narrazione corretta del nostro gruppo. Significa restituire umanità a un popolo storicamente disumanizzato e raccontato solo attraverso cliché. Essere rom, che significa proprio “essere umano”, in fondo, è riconoscersi in una pluralità di esseri umani, storie, vite, lingue e spazi; è tutto ciò che, giorno dopo giorno, ci aiuta ad abitare la quotidianità e a riconoscerci parte dell’umanità».

Quanto è ancora discriminata una persona rom in Italia e soprattutto in Calabria? Qual è il pregiudizio più duro da combattere: quello che considera i Rom tutti uguali, quello che li associa alla criminalità oppure quello che li considera inevitabilmente destinati a vivere ai margini?
«C’è molta discriminazione in generale in Italia. Infatti, è il Paese più romfobico d’Europa, nonostante ci sia una bassa percentuale di presenza di rom e sinti. Quando si pensa ai rom e ai sinti (o, come veniamo ancora chiamati, agli “zingari”), vengono evocati stereotipi con cui si entra in contatto fin da piccoli. Gli “zingari” incarnano due facce opposte: la persona libera dagli schemi, ingovernabile, affascinante, artista, da prendere ad esempio per sfuggire dall’opprimente società moderna; e, di contro, il soggetto sporco, ladro e portatore di ogni negatività. Sono due immagini che si sovrappongono o vivono separate nelle menti dei non-rom, ma che finiscono inevitabilmente per essere introiettate dagli stessi rom e sinti. Sin dalla scuola dell’infanzia, i bambini e le bambine rom e sinti si scontrano con il pregiudizio e si costruiscono un’idea negativa di sé che sfocia, in molti casi, nella negazione della propria identità e nell’odio verso sé stessi e verso gli altri. In questo contesto, in cui lo sguardo su noi stessi ci viene imposto dagli altri, si tessono le trame della costruzione identitaria romanì. Da una parte esiste la comunità, con storie, lingue, tradizioni e valori condivisi; dall’altra c’è il fuori, in cui si convive con i non-rom, che spesso ci rappresentano attraverso immagini stereotipate e svalutanti. Fatta questa premessa, direi che gli stereotipi nei nostri confronti sono tutti difficili da decostruire e richiedono un lavoro su sé stessi non indifferente, perché, da attivista, dovendo mediare e contrattare la nostra identità, bisogna essere in grado di gestire le proprie emozioni. Le discriminazioni contro di noi sono soprattutto dovute alla non conoscenza diretta e alla generalizzazione».

Parliamo dei campi rom. Per anni sono stati presentati come una soluzione abitativa, ma spesso sono diventati luoghi di marginalità e isolamento. Perché è così difficile superarli? E cosa dovrebbe fare concretamente la politica?
«Questo è un tema che mi sta molto a cuore e che ormai studio da anni e del quale parlerò in maniera più approfondita nel prossimo libro, in uscita, dal titolo Calabria romanì. Condizione e sviluppo dei rom di antico insediamento (Reportage Edizioni), co-curato con il mio amico linguista Michele Cosentino. Nel libro, oltre a una ricostruzione storica millenaria dei rom in Calabria, c’è un approfondimento sull’attualità e sui luoghi in cui abitano i rom che, al di là di Scordovillo a Lamezia, che è un vero campo con container, abitano soprattutto in quartieri di edilizia residenziale pubblica dove sono o esclusivamente rom (San Vito Alto a Cosenza, La Ciambra a Gioia Tauro, ad esempio) o comunque con un’alta concentrazione di rom. In poche parole, se negli anni ’80 nascevano i campi nomadi nelle grandi città, in Calabria, attraverso gli alloggi popolari, si è creata la concentrazione etnica che ha portato, come avviene con qualunque altro gruppo di persone segregato (pensiamo a Scampia, allo Zen di Palermo, ecc.), ad alti livelli di devianza, basse percentuali di scolarizzazione, difficoltà a trovare lavoro, problemi identitari perché costretti a nascondere la propria appartenenza, problemi psicologici, ecc. Il campo o il ghetto fatto di case sono la morte dell’identità di un gruppo, e il problema grave è che molti amministratori pensano che, per cultura, i rom vogliano e debbano vivere per forza assieme. Io e la mia associazione, Lav Romanò, lottiamo per l’equa dislocazione abitativa, unica strada per invertire la rotta attuale e dare dignità a delle persone e, soprattutto, alle nuove generazioni, che in un Paese democratico non dovrebbero vivere in dei moderni lager».

Tu sei stato a Scordovillo e hai denunciato una situazione che definisci drammatica. Che cosa hai visto? E soprattutto: qual è la cosa che ti ha fatto più arrabbiare o più male? Cosa chiedete oggi alle istituzioni?
«La disumanità, la disperazione più assoluta. Non è concepibile che nel 2026 delle persone possano vivere in un luogo come quello. Cittadini italiani che dal 1982 a oggi sono stati lasciati a marcire in un luogo lugubre, malsano e senza servizi. Essendo un sostenitore dell’equa dislocazione abitativa, ritengo che sia avvenuta anche troppo tardi la scelta di garantire loro il diritto all’abitare. Tuttavia, con il Comitato Stop Ghetti, di cui faccio parte, abbiamo seguito sin dal 2024 la situazione e molte volte abbiamo riscontrato delle criticità nell’approccio e nelle scelte fatte inizialmente dalla Regione, che voleva ricreare un nuovo ghetto, e da Progetto Sud nella gestione della situazione. Abbiamo prodotto un report che ricostruisce criticamente quanto avvenuto sino ad ora e che nei prossimi giorni divulgheremo. Una delle tante criticità che stiamo facendo attenzionare come Comitato Stop Ghetti riguarda quanto avvenuto il 7 luglio scorso. Infatti, molto probabilmente per non perdere i fondi PNRR, la Regione Calabria ha dichiarato un pretestuoso “Stato di eccezione” per accelerare lo sgombero del campo rom di Scordovillo. Approvando una nuova norma, ha delegato all’Aterp l’assegnazione degli alloggi, aggirando del tutto la legge regionale vigente (L.R. 32/1996) a tutela degli assegnatari. Operando in questo vuoto normativo, si negano di fatto alle famiglie i diritti fondamentali alla casa, come la stabilità contrattuale, il canone sociale e l’adeguatezza degli spazi. Invece di chiedere una proroga per agire nella legalità, la Regione ha optato per una forzatura discriminatoria che precarizza il futuro abitativo dei rom. Questa gestione emergenziale non garantisce un’equa dislocazione abitativa, ma rischia concretamente di innescare nuove e gravi tensioni sociali».

Infine, il futuro. Tu sei giovane, studi, stai facendo il dottorato di ricerca all’Università della Calabria e hai scelto di impegnarti. Se domani un ragazzo rom ti fermasse e ti dicesse: “Io non voglio più essere identificato con gli stereotipi che gli altri hanno sui Rom”, cosa gli risponderesti? E cosa vorresti che un ragazzo non rom capisse della vostra comunità e che ancora oggi non riesce a comprendere?
«Sono domande che mi hanno fatto diverse volte. Ai primi provo a spiegare le motivazioni che spingono a riprodurre ancora gli stessi schemi e ad avere pazienza e lottare per cambiare la situazione; ai secondi dico di conoscere i rom, perché ogni volta che faccio la domanda: “Hai amici rom o conosci direttamente rom?”, nelle scuole, durante le presentazioni dei libri, nei convegni, ecc., o si alzano una o due mani oppure, la maggior parte delle volte, nessuno la alza. Un dato che conferma quanto dicono molte ricerche, ovvero che la conoscenza avviene attraverso i media o per sentito dire».