Attualità

Padre Fedele story, le due facce della giustizia

Il caso giudiziario del monaco-ultrà dimostra che non sempre chi accusa si trova dalla parte della ragione, soprattutto quando i racconti della presunta vittima sono incongruenti e illogici come scrisse la Corte d’Appello bis di Catanzaro in merito alle dichiarazioni rese dalla suora all’epoca delle indagini e durante il dibattimento.

Maria Vittoria Marchianò, Giancarlo Bianchi e Gianfranco Grillone. Ai più queste tre persone potrebbero dire ben poco, ma in realtà sono i giudici che hanno ridato dignità e ritrovata gioia a padre Fedele Bisceglia. Sono i componenti della seconda sezione penale della Corte d’Appello di Catanzaro che il 22 giugno del 2015 scrissero una nuova pagina giudiziaria di una delle storie più misteriose (e ingiuste) d’Italia. Il monaco ultrà, circa un anno fa, fu assolto da tutte le accuse con la formula piena “il fatto non sussiste”. Tradotto: la violenza sessuale ai danni di suor Tania non solo Padre Fedele non l’ha commessa, ma il reato non è mai avvenuto. E il collegio giudicante, sul tema, fu molto chiaro. Avendo recepito le indicazioni della Suprema Corte di Cassazione, che aveva sollecitato la Corte d’Appello a verificare l’attendibilità della suora e valorizzare tutte le prove portate nei vari gradi di giudizio dalla difesa del monaco, i giudici bis di secondo grado demolirono l’impianto accusatorio della Procura di Cosenza che all’epoca – e oggi lo possiamo dire senza timore di essere smentiti – prese una cantonata, mandando in galera un innocente.

A rafforzare ciò sono state le motivazioni della Corte d’Appello di Catanzaro che nel 2015 non ebbe alcuna indecisione nel definire la presunta vittima totalmente inattendibile. Inattendibilità che parte da lontano, ovvero da altre denunce presentate dalla donna alla Squadra Mobile di Roma. «La produzione documentale difensiva alle reiterate denunce presentate» dalla suora «per gli episodi di violenza sessuale e minacce accaduti a Roma, consegna, ad avviso della Corte, un quadro di totale inattendibilità della principale fonte di accusa il cui resoconto dibattimentale riferito agli episodi oggetto di contestazione nel presente processo presentava già un elevato grado di illogicità ed inverosimiglianza». I giudici osservarono, in merito ai luoghi in cui sarebbero avvenuti i reati, «che ben difficilmente gli episodi di violenza sessuale oggetto di contestazione nel presente processo sono potuti effettivamente accadere nei luoghi e con le modalità descritte dalla religiosa», aggiungendo che «appare difficile innanzitutto che gli episodi di violenza sessuale siano accaduti tutti nella stanza di padre Fedele senza che questi si sia mai prefigurato neanche la possibilità di eventuali grida o reazioni della suora che avrebbero potuto far accorrere, specie negli orari indicati, le persone che certamente erano presenti nella struttura».

La Corte fu perplessa a leggere gli atti del processo, relativamente ai racconti resi dalla presunta vittima e nella parte finale della sentenza ribadì il concetto di inattendibilità nelle dichiarazioni della religiosa. «L’incongruenza e l’illogicità di ogni episodio» contestato dalla procura di Cosenza «caratterizzato da tratti anche fantasiosi, si coniuga, rafforzando negativamente il giudizio di attendibilità, con la mancanza di alcun riscontro al narrato» della suora «rispetto al quale è stata unicamente valorizzata la ritenuta compatibilità con alcuni dati, neppure certi, quasi sempre però di valenza neutra». E infine «gli accertamenti di polizia giudiziaria che hanno oggettivamente sconfessato il contenuto delle denunce presentate» dalla religiosa «in epoca successiva a quelle per cui» si procedeva «conducono a un giudizio oltremodo negativo circa la personalità della dichiarante che si riverbera direttamente sulle precedenti dichiarazioni destituendole di ogni affidabilità. In tali condizioni non è possibile neppure scandagliare la possibilità di un giudizio di attendibilità parziale» della vittima, «risultando irrimediabilmente incrinata la credibilità soggettiva della stessa». Ricordiamo che in primo grado padre Fedele fu condannato a nove anni e tre mesi di carcere, confermati da una prima sentenza di secondo grado e poi annullati dalla Suprema Corte. Oggi gli ermellini hanno chiuso il cerchio. Francesco Bisceglia è un uomo libero, mentre padre Fedele ora deve essere messo nelle condizioni di poter tornare a celebrare la messa. (a. a.)

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Redazione Cosenza Channel

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