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“MAMMA SANTISSIMA” | La storia della ‘ndrangheta e i rapporti con la massoneria

“MAMMA SANTISSIMA” | La storia della ‘ndrangheta e i rapporti con la massoneria

Nelle oltre 2mila pagine di ordinanza il gip di Reggio Calabria ricostruisce la storia della mafia calabrese e i rapporti avuti negli anni con i politici. Ma non solo: negli atti dell’inchiesta vi sono tutti i passaggi che dimostrano il salto di qualità della ‘ndrangheta. 

“Mamma Santissima” non è solo l’inchiesta della Dda di Reggio Calabria sulla presunta associazione per delinquere di stampo mafioso organizzata, deliberata e costituita secondo i carabinieri del Ros da Paolo Romeo, Giorgio De Stefano, Francesco Chiricò, Antonio Caridi e Alberto Sbarra ma è molto, molto di più. Al netto dei presunti intrecci politici-mafiosi che il gip Distrettuale di Reggio Calabria descrive e analizza nelle oltre duemila pagine di ordinanza cautelare, le investigazioni sulla ’ndrangheta reggina prendono il via dal famoso summit di Montalto dando seguito poi alle tantissime indagini antimafia che nel corso degli anni hanno permesso di condannare i super boss della provincia di Reggio Calabria. È proprio la “Provincia” a sovraintendere i rapporti tra le varie cosche che negli anni ’90 – secondo quanto dichiarato da alcuni collaboratori di giustizia – formano la “Cosa Nuova” ovvero la cosiddetta ’ndrangheta unitaria nella quale confluiscono i vari clan calabresi, alcuni di essi componenti di “Cosa Nostra” siciliana. Un salto di qualità – evidenziano i giudici – voluto dalla famiglia De Stefano che negli anni è diventata sempre più potente grazie alle “Sante Alleanze” strette con altre consorterie criminali della provincia di Reggio: dalla Jonica alla Tirrenica reggina fino a una parte della Piana di Gioia Tauro. Ma i confini della “Cosa nuova” – secondo quanto emerge nell’ordinanza di custodia cautelare – si estendono anche in provincia di Cosenza. Il pentito Gaetano Costa nel 1992 apprende da «“RASO Girolamo, durante la comune detenzione nel carcere di Cuneo”» che «“l’avv. DE STEFANO ebbe un ruolo determinante nelle trattative per la pace e tuttora è uno dei componenti della struttura di vertice della “cosa nuova”. Di questa struttura… facevano parte i BARBARO, PAPALIA, MAMMOLITI di San Luca, gli ALVARO, PIROMALLI, PESCE, i DE STEFANO che rappresenta(no) anche i TEGANO ed i LIBRI, (gli) URSINO e qualche altra famiglia di cui mi sfugge il nome. Aggiungo pure (i) MANCUSO di Limbadi, i MUTO di Cetraro e gli ARENA di Isola Capo Rizzuto”». Indizi che gli inquirenti usano per meglio identificare la posizione «di assoluto rilievo dell’avvocato Giorgio DE STEFANO in seno alla cosca DE STEFANO, nonché i suoi plurimi collegamenti con esponenti di altre cosche, fondamentali nel panorama delinquenziale calabrese, come i PIROMALLI ed i BARBARO-PAPALIA di Platì».

Perché è fondamentale l’idea d’insieme mafioso dei De Stefano per la Dda di Reggio Calabria? Lo spiega il gip quando a pagina 236 introduce l’argomento della massoneria. «“Il quadro che, complessivamente, se ne trae riguarda la circostanza che i DE STEFANO hanno, in buona sostanza, ideato e creato una “struttura mista”, la cui composizione attingeva e a soggetti direttamente espressione di ambienti di ’ndrangheta e a soggetti che, estranei a tali ambienti, vi potevano sedere in quanto considerati quali massoni. Struttura mista, questa, che doveva curarsi delle relazioni con politici, pubblici funzionari, professionisti, massoni, con il fine di infiltrare le amministrazioni e gli enti pubblici ed arrivare al controllo degli stessi, il tutto in meccanismi che si sarebbero valsi della corruttela come fine, anche mediato, di realizzazione del programma criminoso. Insomma, la struttura mista di cui si dice è pur sempre fondata su una essenziale matrice ’ndranghetista, posto che di essa fanno parte ’ndranghetisti, ma finisce con l’avere ruolo sovraordinato rispetto alle cosche ed all’operatività, per così dire, tradizionale delle stesse: operatività tradizionale la cui necessità, tuttavia, è in re ipsa, posto che esse sono il sostrato indispensabile per garantire non solo l’esistenza ma anche la proficua operatività della Santa». Una ricostruzione certosina della massoneria reggina e calabrese (tra cui personaggi con cariche importanti all’ex Carical di Cosenza) che comprendeva – a dire di Giacomo Ubaldo Lauro il 30 marzo del 1994 – professionisti, imprenditori, esponenti del clero, uomini dello Stato e mafiosi. Ricostruzione, tuttavia, necessaria per inquadrare i ruoli dell’avvocato Giorgio De Stefano e Paolo Romeo con un pezzo della destra eversiva reggina. In tal senso sono stati raccolti i verbali dei collaboratori di giustizia dal 1992 al 1994.

Gli ultimi aggiornamenti circa l’evoluzione della ’ndrangheta emancipatasi all’interno della massoneria sono riferiti direttamente dal professor Giuliano Di Bernardo che ai magistrati riporta le parole di un massone originario di Cosenza, di professione ingegnere: «Nel corso di una riunione della Giunta del Grande Oriente d’Italia (una sorta di CdA del GOI “…”) che io indissi con urgenza nel 1993 dopo l’inizio dell’indagine del dott. Cordova sulla massoneria, a mia precisa richiesta, disse che poteva affermare con certezza che in Calabria, su 32 logge, 28 erano controllate dalla ’ndrangheta. Io feci un salto sulla sedia». (a. a.)

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