Tutte 728×90
Tutte 728×90

“LAQUEO” | Calabrese, il pentito che continuava a delinquere

“LAQUEO” | Calabrese, il pentito che continuava a delinquere

Nel 2013 la Dda scoprì che il collaboratore di giustizia continuava ad avere comportamenti non limpidi e il presidente della Corte d’Assise di Cosenza nell’ambito del processo per l’omicidio di Carmine Pezzulli lo definì totalmente inattendibile. Oggi Violetta Calabrese racconta ai magistrati della Dda che Modesto «era consapevole che il denaro consegnato al suocero veniva impiegato in attività criminali e comunque usuraie».

Rispetto agli ultimi collaboratori di giustizia, Roberto Violetta Calabrese nel momento del suo pentimento non lasciò definitivamente il crimine, anzi. A scoprirlo furono i magistrati della Dda di Catanzaro che continuarono a seguirlo nei suoi movimenti poiché ritenevano che il suo comportamento non fosse totalmente limpido. Tale circostanza emerse addirittura in un processo, precisamente in Corte di Assise di Cosenza per la morte di Carmine Pezzulli, dove il pubblico ministero antimafia Pierpaolo Bruni nell’udienza del 26 giugno del 2013 depositò un nuovo verbale di interrogatorio «da cui risulta che Violetta Calabrese Roberto», scrisse il presidente Antonia Gallo «dopo l’inizio della collaborazione, utilizzando un’utenza mobile nella sua disponibilità, ha continuato ad avere rapporti con l’esterno», in particolare con un soggetto «nei cui confronti ha riferito di aver maturato un credito». Ma la Corte di Assise di Cosenza andò oltre, spiegando che il pentito per ottenere quelle somme non esitò a mandare sms minacciosi alla vittima. Lui stesso ammise e consegnò tutto ai magistrati: «”Dopo pasqua… reclamai quanto mi doveva», aggiungendo che «”questa storia un giorno finirà e quindi ci rivedremo”». Ma i giudici cosentini ritennero la circostanza di non poco conto, arrivando alla conclusione che «il fatto che Violetta Calabrese abbia continuato ad avere rapporti con l’esterno e li abbia “curati” con le allarmanti modalità sopra descritte, giustifica il sospetto che la sua collaborazione con la giustizia in realtà non sia mai iniziata». Per la Corte di Assise quei modi illeciti risultarono affetti da un vizio «genetico» in relazione alla sua effettiva scelta di collaborare con i magistrati. Ma nell’ambito dello stesso processo Calabrese fu accusato di fare ancora «l’usuraio» proprio da Luisiano Castiglia, alias “Mimmo”, uno dei soggetti finiti in carcere nell’operazione antiusura condotta dai carabinieri del Ros e coordinata dalla Dda di Catanzaro. E’ il 2 luglio del 2013, quando Castiglia in aula raccontò che suo genero, Francesco Modesto – anch’esso in manette questa mattina – fu vittima di una truffa di circa 700mila euro, il quale sarebbe stato convinto dallo stesso Calabrese ad investire delle somme in un progetto edile. Oggi, però, il pentito – le cui dichiarazioni sono state riscontrare dai magistrati di Catanzaro – accusa il calciatore di «essere certo del fatto che Francesco Modesto era consapevole che il denaro consegnato al suocero veniva impiegato in attività criminali e comunque usuraie». Secondo l’accusa, infatti, Modesto a parziale estinzione di un debito contratto da un noto imprenditore edile della città, tra l’altro ex presidente del Cosenza calcio, avrebbe usufruito di lavori edili gratuiti per costruire la casa in cui oggi risiede. Accuse, ovviamente, da dimostrare ma che oggi sono state ritenute sufficienti per emettere un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti delle 14 persone arrestate dai carabinieri del Ros e del Reparto Operativo del Comando Provinciale dei carabinieri di Cosenza. (a. a.)

Related posts

error: Contenuto Protetto Da Copyright Cosenzachannel.it