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Lucarelli, l’intifada del calcio torna a Cosenza. «Chissà che effetto farebbero i Lupi in A»

Lucarelli, l’intifada del calcio torna a Cosenza. «Chissà che effetto farebbero i Lupi in A»

L’ex bomber dopo 20 anni metterà di nuovo piede al San Vito: «Non mi perdonerò mai due cose. Ero all’estero il giorno del funerale di Marulla e del Centenario».

Cristiano Lucarelli, per i tifosi del Cosenza che oggi hanno tra i 30 e i 40 anni, rappresenta uno di quei calciatori che hanno segnato le loro adolescenze. Giovane e diretto, all’epoca non sapeva ancora il futuro che lo attendeva. Sapeva però fare gol, una costante nella sua carriera. Lucarelli al San Vito ha lasciato un ricordo che si è alimentato da sé nel corso del tempo. Ad ogni intervista, ad ogni pugno chiuso, ad ogni rete al Milan di Silvio, i supporter dei Lupi hanno pensato: «questo qui l’abbiamo avuto anche noi».
Qualcuno ci rimase male quando nel suo libro diede poco spazio ai rossoblù: spiegò in seguito che Pallavicino (l’autore, ndr) preferì raccontare l’aspetto livornese e la storia del “milione”. Una volta lasciato il Cosenza, del resto, tornò in Calabria con la maglia del Padova e segnò su punizione il gol della bandiera. «La gente mi applaudì, non l’ho mai dimenticato» dice confessando di non stare nella pelle per la gara di sabato. Lui, allenatore del Messina, metterà piede a distanza di vent’anni dove tutto ha avuto inizio.

Quando approdò al Cosenza, nell’ambito dell’affare-Negri con il Perugia, era il 1995.  Lei aveva solo vent’anni.
«Vero e c’è un aneddoto molto simpatico che racconto spesso. Arrivai a settembre, a stagione già iniziata, perché facevo il militare. Purtroppo le cose non stavano andando bene, c’era una forte contestazione. Misi piede al campo e all’interno dello spogliatoio trovai un centinaio di tifosi, molto nervosi, che discutevano animatamente con la squadra. Io cercavo di farmi spazio per entrare con le valige, ma non ci riuscivo. Qualche tifoso voltandosi verso di me, mi disse in dialetto stretto “ma questo chi è?”. Giustamente, io ero molto giovane e non avrebbero potuto riconoscermi. Diciamo che il mio primo incontro con la piazza mi aveva già dato un’idea del temperamento caratteriale cosentino (ride, ndr)».

Il campionato non era iniziato col piede giusto, però poi si concluse bene visto che, anche grazie ai suoi gol, arrivò la salvezza.
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Sì, finì benissimo. Pensi che io all’epoca arrivai in comproprietà e per la normativa vigente in quel periodo, quando si era in compartecipazione, era necessario avere due anni di contratto con entrambe le squadre, nel mio caso Perugia e Cosenza. Io quell’anno in rossoblù segnai 15 reti e immancabilmente mi arrivarono diverse proposte. Un giorno mi chiamò Gianni Di Marzio che era col presidente Pagliuso. Mi spiegarono che la società non navigava nell’oro e che se fossero finiti alle buste col Perugia, quest’ultimo mi avrebbe portato via senza che il Cosenza incassasse nulla. In quell’occasione sottolinearono: “Se rinnovi con noi, salvi il Cosenza dal fallimento”. Non le nascondo che di fronte ad una prospettiva del genere, io che mi ero talmente legato alla città, che ero entrato nel cuore della gente, non ci pensai due volte e firmai subito 4 anni di contratto. Il Cosenza, in accordo con il Parma, mi riscattò alle buste e mi cedette ai ducali. La società rossoblù incassò 4 miliardi di vecchie lire, con cui si iscrisse al campionato successivo. Ecco, questa storia invece non l’avevo mai raccontata. Si può dire in un certo senso che ho salvato il Cosenza, ma sentivo di doverlo fare perché mi ero affezionato».

Secondo lei, ad oggi, esiste un calciatore che direbbe “Tenetevi il milione”?
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Non lo so. Già a quei tempi, ai tempi della mia scelta, il calcio stava cambiando. Oggi non è più la stessa cosa. Le società cercano sempre di spingerti a fare i loro vantaggi economici. Parliamoci chiaro: il club che vende, è sempre il più felice perché così incassa soldi utili per allestire la squadra nella stagione che bussa alle porte».

«Secondo me il calcio ha due nemici: il primo è il calcio-scommesse, una piaga che uccide la passione delle persone; il secondo sono le leggi italiane attualmente vigenti».
Chi è il vero nemico del calcio degli anni 2000?
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Secondo me ce ne sono due: il primo è il calcio-scommesse, una piaga che uccide la passione delle persone; il secondo sono le leggi italiane attualmente vigenti. Mi riferisco alla tessera del tifoso, alle trasferte vietate e cose simili che hanno allontanato la gente dallo stadio. Mi ricordo, per esempio, quando io ero ragazzino: se si decideva di voler vedere la partita anche 10 minuti prima del fischio d’inizio, si montava sui motorini e si andava allo stadio a fare il biglietto. Oggi, se si vuole assistere ad una partita, bisogna deciderlo diversi giorni prima, sperando che nel frattempo non succedano imprevisti. La conseguenza di tutto ciò è che si è impoverito il gioco. Il venir meno di quel tifo, di quella passione, di quel calore intorno alla squadra, rende semplice ai giovani appassionarsi all’Inter o al Milan a dispetto delle squadre di provincia. Così gli stadi saranno sempre più vuoti e a lungo andare si rischia di far morire le piccole società».

E la crisi economica, invece, quanto incide sulla qualità del calcio italiano? È solo una questione di risorse o c’è dell’altro?
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Gran parte del problema sono le risorse economiche. Una famiglia intera non può più permettersi di andare la domenica allo stadio. Questo fa sì che l’incasso sia minore e di conseguenza le provinciali, con meno disponibilità, finiscono con l’essere meno competitive: sul mercato si trovano costrette a prendere giovani in prestito dalle squadre di serie A, con stipendio pagato da queste ultime, piuttosto che tesserare un giocatore di 24/25 anni a cui dover pagare interamente lo stipendio. E il calo della qualità c’è in tutti i campionati. La figura del presidente-tifoso, di cui Moratti era il prototipo, sta scomparendo a causa dell’ondata di imprenditori provenienti dall’estero. E questo lo dico da un lato con malinconia, perché io sono legato ai vecchi valori del calcio, ma al tempo stesso, se ciò serve per ridare qualità e competitività al calcio italiano, ben vengano gli investitori stranieri».

Cosa ha votato al referendum?
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Non sono andato a votare perché quel weekend eravamo impegnati a Melfi con la squadra e non sono riuscito a tornare a casa. Ma probabilmente non avrei votato lo stesso. Per chi ha degli ideali forti come me, è difficile trovare un’identificazione nella classe politica di oggi. Se devo dire la mia sul risultato, alla lunga ci pentiremo di questa decisione. Questo è stato un referendum che ha assunto connotazioni politiche, lo stesso Renzi ha commesso l’errore fatale di personalizzarne l’esito. La gente ha votato di pancia, perché voleva indurre il premier alle dimissioni. Non doveva essere un voto politico e temo che ce ne pentiremo perché era l’occasione giusta per far qualcosa, se non cambiamo nulla la casta resterà sempre casta».

Torniamo al calcio. Perché Cristiano Lucarelli allena in Lega Pro? Ci sono suoi colleghi, anche con carriere meno brillanti, che sono partiti direttamente dall’alto.
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Perché io sono un bastian contrario di natura. Ho voluto la gavetta per non farmi dire un giorno che mi è stato regalato qualcosa. Molti miei colleghi siedono sulle panchine delle giovanili in attesa di prendere il posto dell’allenatore della prima squadra. Io a Parma ho vinto Scudetto e Supercoppa con gli Allievi, eppure invece di aspettare l’esonero di Donadoni per candidarmi alla sua panchina, ho preferito fare la gavetta nell’inferno della Lega Pro, per lo più in piazze con pochi soldi, ma proprio per questa mia ossessione di dimostrare. Anche quando tutti cercano scorciatoie, nel paese delle raccomandazioni, io tutto quello che ho, l’ho guadagnato. Vado molto fiero di questo percorso, anche quando bisogna lottare con mille difficoltà. Ma le difficoltà sono il mio pane quotidiano».

Lascia intendere che trova i suoi stimoli nelle piazze “calde”.
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Io ero a casa per scelta e aspettavo proprio una piazza calda. Mi ha chiamato il Messina e ho accettato perché mi piacciono le sfide impossibili».

In una recente intervista, parlando del Cosenza, lo descrisse come un amico leale, uno di quelli su cui sai di poter contare sempre, anche se non lo senti da anni.
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Io non mi perdonerò mai due cose: il giorno del centenario ed il giorno dei funerali di Gigi Marulla. Entrambe le volte mi trovavo all’estero e non ho potuto essere presente. Durante un’intervista (ad Antonio Clausi, ndr) tirai fuori quella metafora perché mi sembrava un paragone calzante. Ed aggiunsi anche che le vicissitudini attraversate nella storia recente dal Cosenza (i fallimenti ed i diversi anni nei dilettanti), hanno fatto sì che all’apice della mia carriera mi venisse sempre chiesto di parlare di altre mie ex squadre, che militavano in serie A, e mai dei Lupi. Io avrei voluto parlare del mio rapporto così forte con questa città e con questi tifosi. E mi dispiace perché io sono nato lì, i miei natali calcistici sono a Cosenza e se aveste militato nei campionati che vi spettano, sicuramente ci sarebbe stato un altro interesse a livello mediatico. In questi anni ho visto approdare nella massima serie squadre che non hanno le potenzialità di tifo che esprime Cosenza. Ho sempre avuto il pallino di chiedermi come sarebbe il San Vito in serie A».

«Quando ero in trattativa con il Catanzaro, fui tartassato da una marea di messaggi di tifosi del Cosenza che mi chiedevano “per favore non andare”. Il popolo è sovrano e non andai»
Magari con lei in panchina?
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Ma anche senza di me (ride divertito, ndr). Io mi auguro che ci arrivi con Roselli, ma di sicuro mi piacerebbe tornare. Sono passato da quelle parti giusto sabato scorso, nella trasferta di Melfi ci siamo fermati a mangiare a Cosenza sia all’andata che al ritorno. Ho visto una città bellissima, moderna, molto cambiata. Mi auguro davvero che arrivi almeno una partecipazione in serie A. Poi, con una punta di speranza, aggiungo anche che mi piacerebbe essere l’allenatore di quella squadra».

In estate si era fatta insistente la voce di un suo accostamento alla panchina di un’altra calabrese, il Catanzaro.
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A Catanzaro, in quanto ex del Cosenza, non ho potuto accettare. In quei giorni mi arrivò una marea di messaggi di tifosi del Cosenza che mi chiedevano “per favore non andare”, allegando mie foto di repertorio con la maglia rossoblù. Sinceramente sono rimasto molto sorpreso che, a 20 anni di distanza, ancora quella gente avesse una tale considerazione di me. Non me l’aspettavo. Ma la volontà del popolo è sempre sovrana, e così ho detto di no».

Che accoglienza si aspetta domani pomeriggio?
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Non lo so. So che la gente di Cosenza, quando entri nei loro cuori, difficilmente si dimentica di te. Al tempo stesso, però, i ragazzi ultrà non sono più gli stessi ragazzi di vent’anni fa. Immagino ci sia stato un ricambio generazionale nel frattempo. Perciò non so cosa aspettarmi. Sicuramente gli applausi mi farebbero molto piacere, ma non influenzerebbero l’affetto che già provo. Allo stesso modo, se dovessero ignorarmi, quell’affetto non diminuirebbe. Qualunque cosa mi va bene. Certo è che ho molta curiosità di rientrare nel San Vito». (Carmen Esther Artusi)

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