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JOB CENTER | Le motivazioni: «Paura non attendibile, ha cercato di salvare la moglie»

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Le motivazioni della sentenza sul narcotraffico a Cosenza fa venire a galla due distinte verità. Nel primo caso riguarda direttamente l’esistenza, e quindi la conferma rispetto alle indagini fatte dalla Squadra Mobile, di un’associazione per delinquere e dall’altro l’inattendibilità del collaboratore di giustizia Marco Paura che, nonostante abbia voluto lasciare “il crimine”, non ha contribuito in maniera genuina a far emergere la verità. 

Il gap Pietro Scuteri ha condannato quasi tutti gli imputati per narcotraffico sulla base del grande lavoro investigativo portato avanti dagli agenti della Squadra Mobile di Cosenza che hanno dettagliatamente elaborato un’indagine fondatasi su intercettazioni ambientali, intercettazioni telefoniche e pedinamenti che spesso hanno portato a osservare dal vivo le varie cessioni di droga.

PAROLA AL GIUDICE. Le dichiarazioni di Paura, rese all’indomani della sua decisione di pentirsi, sono state analizzate parola per parola dal giudice Scuteri, richiamando i principi giurisprudenziali secondo i quali chi collabora con la giustizia deve fornire agli inquirenti un racconto credibile, attendibile e riscontrabile con gli elementi di prova in possesso della pubblica accusa.

Nel caso in questione, invece, «da una attenta lettura dei verbali di dichiarazioni rese dal collaboratore nel corso degli interrogatori del 25 settembre, 14 e 15 ottobre 2015, seppur non emergono dati oggettivi per ragionevolmente consentire di dubitare della credibilità soggettiva del Paura, tuttavia – scrive il giudice dell’udienza preliminare in sede di giudizio abbreviato – non può obliterarsi che emergano una serie di imprecisioni, discordanze e contraddizioni – oltre che smentite ricavabili delle risultanze dell’attività captativa – che inducono ad esprimere un giudizio di inattendibilità intrinseca del propalante».

Entrando nel cuore delle motivazioni, il gup Scuteri evidenzia che «emerge piuttosto chiaramente come il Paura cerchi di alleggerire la propria posizione e quella della compagna Ester Mollo così di fatto rendendo dichiarazioni incoerenti e contraddittorie e spesso confliggenti tra loro che finiscono per rendere complessivamente poco affidabile il suo propalato». Anche se, aggiunge il giudice, «non può non evidenziarsi che oggettivamente alcune delle circostanze riferite circa la condotta degli altri coimputati risultano coincidere con le univoche emergenze del materiale intercettivo».

Tutto ciò non basta, perché dai verbali si comprende come il 25 settembre Ester Mollo e Anna Palmieri vengono definite marginali rispetto all’associazione, mentre «io e Celestino Abruzzese siamo i capi». Il 14 ottobre 2015 invece, Paura dichiara: «Riferisco che i membri del gruppo, erano, in ordine gerarchico, Celestino Abbruzzese alias Micetto, Marco Paura, Anna Palmieri, ma le decisioni finali le prendevano Celestino Abbruzzese e Anna Palmieri». Non è attendibile neanche quando parla delle armi, oggetto di una intercettazione, che se dalle carte emerge che siano di sua proprietà, nei verbali si legge che «le armi di cui parlo con Esposito, in realtà erano di Amos Zicaro, ma dovevo venderle io».

L’ASSOCIAZIONE. Il giudice ritiene che non vi siano dubbi circa l’esistenza del contesto associativo data la molteplicità dei fatti di acquisto, detenzione ai fini di spaccio e cessione della droga che sono stati ricostruiti dalla polizia e considerati elementi di prova granitici al fine di arrivare ad una sentenza di condanna. Ciò si desume dai ruoli all’interno dell’organizzazione dedita al narcotraffico, dai frequenti contatti tra gli autori, dai continui rifornimenti della droga ai pusher, dalla concreta capacità di procacciarsi e dalla disponibilità di sostanza stupefacente in quantità.

Sono state valorizzate, infine, le dichiarazioni del pentito Adolfo Foggetti che ha raccontato come gli Abbruzzese di Cosenza si riforniscono di droga che, come lui sostiene, arriva direttamente da Cassano all’Jonio. (a. a.)

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