CronacaDalla CalabriaGiudiziaria

Il maresciallo Greco si difende davanti ai pm della Dda di Catanzaro

Il maresciallo dei carabinieri forestali, Carmine Greco, ha ricevuto l’avviso di conclusioni delle indagini dalla Dda di Catanzaro.

Su richiesta della difesa del maresciallo Carmine Greco, assistito dai legali Antonio Quintieri e Franco Sammarco, ieri si è svolto l’interrogatorio dell’indagato accusato di associazione mafiosa finalizzata a favorire il gruppo imprenditoriale di San Giovanni in Fiore, quello dei fratelli Spadofora, vicini ai clan del Crotonese.

Ieri mattina, quindi, il maresciallo Greco accompagnato dai due legali di fiducia si è sottoposto alle domande dei pubblici ministeri Paolo Sirleo e Domenico Guarascio, difendendosi strenuamente rispetto alle accuse che gli muove l’ufficio inquirente antimafia, coordinato dal procuratore capo Nicola Gratteri.

Greco, secondo quanto si apprende, ha negato qualsiasi favore fatto agli Spadafora, dando la sua versione dei fatti. Di recente, però, la Corte di Cassazione aveva rigettato il ricorso avanzato dagli avvocati, di fatto confermando il provvedimento del Riesame. I giudici di Catanzaro, infatti, nonostante avessero ridimensionato le accuse, riqualificando l’ipotesi di reato in concorso esterno in associazione mafiosa, avevano mantenuto la custodia in carcere.

L’accusa di associazione mafiosa per il maresciallo Greco

La Dda contesta a Greco, in qualità di comandante della stazione carabinieri forestali di Longobucco “Cava di Melis”, di essere legato agli imprenditori boschivi Pasquale Spadafora, Antonio Spadafora, Rosario Spadafora e Luigi Spadafora, titolari dell’impresa “F.lli Spadafora srl” di San Giovanni in Fiore e “Società Cooperativa sociale Kalasarna” di Campana. Gli imprenditori avrebbero beneficiato di appalti pubblici e privati per il taglio boschivo in Sila, compiendo atti di concorrenza sleale mediante violenza, «con l’impiego del metodo mafioso, al fine di annichilire ogni possibile concorrenza».

In tutto ciò, Carmine Greco avrebbe curato gli interessi delle ditte boschive incriminate nell’operazione “Stige”, e di conseguenza della presunta compagine mafiosa, «consentendo in maniera perdurante e sistematica che le suddette imprese potessero svolgere le loro attività senza essere sottoposte a controlli intesi a verificare il rispetto delle autorizzazioni previste dalla vigente normativa regionale sulla cura e gestione del patrimonio boschivo, omettendo di intervenire laddove vi fossero segnalazioni, informando gli imprenditori di imminenti controlli da svolgersi, intervenendo per estromettere imprese concorrenti, ovvero svolgendo personalmente indagini dove erano coinvolti gli stessi sodali, adoperandosi anche con metodiche tali da inquinare le prove in corso di assunzione, per raggiungere risultati processuali volte a favorirli». Infine, Carmine Greco avrebbe effettuato attività di mediazione tra alienanti aree boschive remunerative e gli Spadafora. Condotte contestate dai magistrati antimafia dal 2011 fino ai giorni nostri. (Antonio Alizzi)

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Redazione Cosenza Channel

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