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Il farmaco per cambiare voce, le minacce ritrattate e le uscite col boss. A Cosenza succedeva di tutto…

Il farmaco per cambiare voce, le minacce ritrattate e le uscite col boss. A Cosenza succedeva di tutto…

Il farmaco per cambiare voce, le minacce ritrattate e le uscite col boss. A Cosenza succedeva di tutto. Le carte dell’inchiesta.

Il caso delle guardie penitenziarie, se ciò che raccontano i pentiti corrisponde al vero, è davvero uno tsunami per il carcere di Cosenza. Rispetto a quanto riportato nell’ordinanza di custodia cautelare, i fatti contestati dal Nucleo Investigativo di Cosenza risalgono al 2009 e proseguono fino al 2015. Un’eternità dal punto di vista criminale. Anni in cui i clan cittadini hanno operato in tutte le attività socio-economiche, costringendo imprenditori e commercianti a pagare il “pizzo” oppure a restituire somme cospicue con tassi usurai. E in questo ambito si inserisce proprio un evento in cui l’agente penitenziario Luigi Frassinato, secondo Mattia Pulicanò, avrebbe avuto un ruolo. 

Il farmaco per cambiare voce

Racconta il collaboratore di giustizia, ex spacciatore del clan “Lanzino” nel comune di Montalto Uffugo che l’indagato, difeso dall’avvocato Filippo Cinnante, avrebbe fatto entrare nel carcere di Cosenza uno spray per modificare il timbro di voce di Roberto Porcaro, recentemente scarcerato dal Riesame di Catanzaro in relazione all’omicidio di Giuseppe Ruffolo.

La medicina doveva servire per aiutare il presunto esponente degli “italiani”, all’epoca in carcere per una tentata estorsione ai danni di un imprenditore edile. L’inchiesta era “Terminator 4”. Questo farmaco doveva evitare la comparazione tra la voce intercettata dalle forze dell’ordine e quella effettivamente di Porcaro, poi assolto perché il perito tecnico ha ritenuto che non fosse possibile «ogni comparazione fonica, in quanto qualunque risultato non sarebbe scientificamente corretto ed accettabile».

La sistemazione nelle celle

Sempre Pulicanò dice di aver consegnato a un altro carcerato un elenco di soggetti che avrebbero dovuto continuare lo spaccio di droga a Montalto. Elenco che sarebbe stato fatto uscire proprio da Frassinato (leggi l’approfondimento). Quest’ultimo, come riporta il gip Forciniti, nel 2006 era stato condannato per furto e minaccia aggravata a otto mesi di carcere, reati poi prescritti in appello. I pentiti, inoltre, riferiscono che i detenuti più importanti potevano decidere anche la sistemazione delle celle. C’erano quelle del secondo piano, lato strada, che erano più indicate per parlare all’esterno, quasi come ogni carcerato stesse facendo un colloquio reale con un familiare o con l’avvocato di fiducia.

Le uscite con Lamanna

Una domanda che la Dda di Catanzaro pone sempre ai pentiti è quella relativa al fatto se nel carcere di Cosenza comandassero criminali pugliesi. Tutti d’accordo nel confermare che questa “notizia” sia falsa. E’ vero, invece, che Frassanito avesse avuto problemi con Presta e Impieri, al punto che i due erano stati accusati di minacce e condannati in secondo e terzo grado in via definitiva. In primo grado il tribunale di Cosenza li aveva assolti tenendo in considerazione le parole della guardia penitenziaria che in udienza aveva ammorbidito le responsabilità dei due. E con Daniele Lamanna, a dire del pentito, usciva insieme a volte a pranzo, a volte a cena. (a. a.)

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