mercoledì,Maggio 25 2022

Alla ricerca del “fattore C”

«Riuscire a non perdere la testa, quando tutti intorno a te la perdono e ti mettono sotto accusa» è il primo comandamento del Se di Rudyard Kipling. Farlo dopo 3 sconfitte consecutive e con un solo gol all’attivo in quattro gare sarà la missione del Cosenza di Braglia. Quella con il Livorno sarà, forse, la partita

Alla ricerca del “fattore C”

«Riuscire a non perdere la testa, quando tutti intorno a te la perdono e ti mettono sotto accusa» è il primo comandamento del Se di Rudyard Kipling. Farlo dopo 3 sconfitte consecutive e con un solo gol all’attivo in quattro gare sarà la missione del Cosenza di Braglia.

Quella con il Livorno sarà, forse, la partita più importante della stagione con il peggior cliente possibile. I labronici avevano iniziato malissimo il campionato. Tre sconfitte di fila anche loro. Zero reti all’attivo e l’attacco (dove, in fondo, il tridente Mazzeo-Marsura-Marras non è proprio da buttare) era già finito sotto accusa. Un quarto ko, forse, sarebbe stato fatale a Breda. E invece, contro la rivelazione Pordenone, gli amaranto hanno tirato fuori una prestazione di un’intensità pazzesca, macinando gioco sulle fasce e senza abbattersi nemmeno dopo il bel pareggio dei neroverdi. Un brutto avversario, insomma. Starà al campo dirci se peseranno più le tossine spese che l’entusiasmo per la prima vittoria del torneo.

Livorno fu un primo banco di prova anche per il Cosenza 2018-19. E, come ho già scritto un anno fa, è impossibile non mettere a confronto le due partenze tra i cadetti. Un anno fa il problema di Braglia era convincere una squadra di serie C, zeppa di debuttanti, di essere all’altezza della B. Un primo segnale arrivò dal pareggio in extremis a Carpi. La svolta si completò poi a fine novembre, tra la vittoria nel derby col Crotone e quella in rimonta con il Padova.

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Stavolta, a mercato concluso, Braglia ha dichiarato pubblicamente di essere soddisfatto per la campagna acquisti. E, per me, ha ragione: questa squadra è, nel complesso, più forte rispetto a un anno fa. Il problema per il tecnico maremmano è il tempo. Un anno fa lavorava su un telaio conosciuto; con questo siamo ancora ai preliminari. Solo due mesi fa, in ritiro, lavorava con Varone, Tiritiello e Moreo; a Benevento, debuttavano dal 1’ Riviere, Machach e Greco. Colpi che la società avrebbe fatto meglio a chiudere molto prima del gong del calciomercato. Io, almeno, tra una partenza ad handicap come questa e qualche migliaio di euro in più, non avrei avuto dubbi su cosa scegliere.

(Piccola parentesi su Riviere. Contro il Benevento io l’ho visto tentare un paio di conclusioni molto ambiziose e conquistare di testa un pallone su punizione, in area, in mezzo a quattro avversari, sfiorando il gol. Mi basta per dire che il giocatore c’è e aspettare che lo dimostri – magari ancora insieme a Machach).

Tifosi rossoblù presenti anche allo stadio di Benevento per seguire il Cosenza di Piero Braglia
Tifosi rossoblù presenti anche allo stadio di Benevento per seguire il Cosenza di Piero Braglia

La costruzione di quest’organico, insomma, condizionerà ancora a lungo la nascita di questa squadra. E lo abbiamo visto proprio in occasione di queste prime quattro gare (tre delle quali, val la pena ricordarlo, con formazioni che lotteranno per la promozione diretta in A).

Lo ha capito persino mia moglie, da qualche anno trascinata (suo malgrado) nelle vicende calcistiche del Cosenza: “Incredibile, prendete gol sempre alla fine!”, è sbottata dopo il tap-in di Armenteros. E io, dopo aver rimuginato sull’atteggiamento del mio pupillo Baez in campo (troppo egoista: dobbiamo portare Daniele Adani al Marulla per rivedere la garra charrua?) e sulla frequenza con cui Sciaudone combina disastri in area di rigore (i penalty regalati al Carpi un anno fa e ora al Pescara, l’imbarazzante marcatura sull’attaccante svedese nel gol-partita del Benevento), ho cercato di capire se avesse ragione lei.

Allo start della scorsa stagione, il Cosenza vide sfumare la vittoria ad Ascoli al 94’, quelle con il Livorno e il Pescara all’86’ e sempre nei minuti finali i pareggi con il Lecce e il Palermo e altri tre punti con il Perugia. Dati che, all’epoca, significavano una sola cosa: quella squadra non era in grado di reggere il forcing degli avversari. E, quando imparò a farlo, divenne davvero un cliente ostico per tutti.

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L’avvio di questa stagione racconta qualcosa di simile. È vero che il Cosenza ha retto in 10 uomini all’assedio del Crotone al debutto, e ha attaccato a lungo la Salernitana dopo lo svantaggio subito a inizio ripresa. Ma le reti di Pescara e Benevento ci dicono invece che gli avversari ormai conoscono la nostra solidità generale, e cercano di approfittare della minima disattenzione – quella di Monaco e Capela, in ritardo sul lancio di Kastanos per Galano; quella, imperdonabile, di un intero reparto che non può permettersi di dormire a due minuti da un punto d’oro in casa di una squadra che lotterà per la promozione.

Mia moglie, insomma, ha ragione, ma fino a un certo punto. In entrambi i casi credo che il Cosenza avrebbe retto al forcing (e non è poco), ma non ha resistito all’“imboscata”, al colpo a sorpresa. Sta a Braglia dunque spingere ancora una volta i suoi oltre le proprie capacità – perché se il Cosenza avesse pareggiato tutte e quattro le prime gare, non avrebbe rubato nulla, e oggi parleremmo di un attacco anemico, certo, ma avremmo 4 punti in saccoccia e non solo uno.

Insomma Cosenza, ora, serve il “fattore C”. Non nel senso del fondoschiena: sarebbe un’offesa nei confronti di Braglia e di un gruppo di atleti che, tra la straordinaria cavalcata playoff e la salvezza con tre giornate d’anticipo, hanno dimostrato uno spessore umano raro tra i calciatori che hanno giocato in passato a queste latitudini. Se c’è un “fattore C” che serve – soprattutto ora – a questa squadra, invece, è quello legato alla Concentrazione, alla Cazzimma, alla Cattiveria per tutti e 90 i minuti di gioco (recupero compreso). Di solito, in questi casi, l’altra “C” viene di conseguenza.

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