venerdì,Dicembre 9 2022

Arresti a Cosenza, il giorno in cui spararono al “Vichingo”

Nell'inchiesta della Dda figura anche il tentato omicidio di Vincenzo Candreva, vicenda per la quale sono sotto accusa i fratelli Abbruzzese

Arresti a Cosenza, il giorno in cui spararono al “Vichingo”

Aveva venduto una casa popolare di via Popilia per quindicimila euro, soldi che a distanza di tanto tempo Vincenzo Liberato Candreva, 59 anni, non era mai riuscito a incassare. Contava di farlo il 30 gennaio del 2018, ma una volta giunto al cospetto dei suoi creditori, ha bussato a denari e quelli hanno risposto a bastoni. Piombo a un palo. Anzi, a una gamba. Non è la cronaca di una partita a tressette, ma la sintesi di uno dei due tentati omicidi – l’altro è quello di Pierangelo Meduri – contemplati nell’inchiesta antimafia sulle cosche cosentine. Nei panni di vittima figura un vecchio esponente del crimine locale ormai da tempo fuori dai giochi: Candreva alias “Il vichingo”.

L’appuntamento

La casa l’aveva ceduta a un parente dei fratelli Abbruzzese “Banana” – Marco, Nicola e Luigi – che per l’occasione si erano esposti come garanti in quella compravendita poi riuscita solo a metà: l’acquirente, infatti, si era sistemato nel suo nuovo appartamento, ma il venditore non aveva ricevuto la somma pattuita. Quel giorno di gennaio, dunque, un Candreva tornato da poco in libertà dopo una lunga carcerazione, si reca a un appuntamento con gli Abbruzzese speranzoso di tornarsene a casa con il capitale. In precedenza ha provato a scaricare il credito sulle spalle di un concessionario amico dei “Banana”, sottraendogli un’automobile che è stato poi costretto a restituire dopo l’intervento dei fratelli. Quest’ultimi lo attendono in via Popilia per chiarire una volta per tutte i termini della questione, ma l’epilogo della trattativa si rivelerà infruttuoso.

La sparatoria

Candreva non ottiene ciò che vuole e si accinge a lasciare via Popilia quando, proprio in quel momento, sopraggiunge Marco Abbruzzese che, reso edotto dai fratelli del malumore del Vichingo, lo insegue ed esplode al suo indirizzo alcuni colpi di pistola. Lo colpisce solo alle gambe, ma secondo gli investigatori mirava a uccidere. Passano tre mesi e la polizia arresta Candreva mentre si aggira dalle parti dell’Ultimo lotto con in tasca una rivoltella. In quell’occasione notano i segni delle ferite ancora visibili sulla sua gamba e tentano di fargli vuotare il sacco, ma senza riuscirci. «Sono intervenuto per mettere pace in un litigio fra persone che non conosco. Ignoro chi mi abbia sparato» spiega loro il diretto interessato.

I pentiti

In seguito, da alcuni suoi colloqui carcerari intercettati per l’occasione, gli investigatori riterranno di cogliere riferimenti criptici alla sparatoria che lo visto nei panni di bersaglio, vicenda della quale peraltro sanno già abbastanza. A metterli sulla pista giusta sono stati quattro collaboratori di giustizia, Celestino Abbruzzese, sua moglie Anna Palmieri, Luciano Impieri e Alberto Novello, e soprattutto un filmato. All’epoca, infatti, la polizia ha una telecamera puntata sull’abitazione degli Abbruzzese che, proprio il 30 gennaio, li immortala mentre prelevano un’arma da un’intercapedine ricavata nel muro esterno della loro palazzina. Sulla scorta di questi indizi, il tentato omicidio in questione è uno dei capi d’imputazione per i quali è stata emessa ordinanza di custodia in carcere a carico dei tre fratelli e del cognato Antonio Abruzzese.

Il personaggio

Fra le fonti di prova vi sono anche alcune intercettazioni telefoniche in cui alcuni uomini dell’ambiente criminale commentano quanto accaduto il 30 gennaio del 2018 in via Popilia, a riprova del fatto che l’episodio all’epoca suscitò parecchio clamore. Merito delle persone coinvolte, e in particolare di Candreva, esponente della vecchia guardia criminale, attivo fin dagli anni Novanta prima nell’alveo del clan Bella-Bella e poi nel gruppo guidato da Domenico Cicero. Arrestato nel 2008 per la sua partecipazione all’omicidio di Angelo Cerminara risalente a cinque anni prima, sarà poi assolto da questa accusa ma condannato per associazione mafiosa proprio insieme a Cicero.