Al via un percorso lungo due anni che unisce all’attività fisica laboratori per il sostegno emotivo e lo sviluppo delle competenze cognitive. L'obiettivo è favorire crescita, autostima e inclusione sociale
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Le sedie hanno occupato lo spazio ai piedi del ring. Per una volta è tutto fermo, nessuno si muove tra i sacchi appesi, nessuno salta la corda, nessuno è impegnato a bendarsi le mani. Chi entra prende posto: sono ragazzi, bambini, genitori. A fare rumore, sul quadrato che di solito ospita i combattimenti, non sono i tonfi dei pugni, ma le parole. E le parole, spesso, riescono a colpire ancora più forte.
«Qui i ragazzi non imparano a difendersi, ma a conoscersi e ad ascoltarsi. Imparano come comportarsi in certe situazioni rivolgendosi alle famiglie, alla scuola, alle istituzioni». Gianfranco Tallarico è fondatore e tecnico della Boxe Popolare di Cosenza, realtà che da oltre venticinque anni porta avanti un’idea diversa di palestra.
E qui sta prendendo forma “Crescere con la boxe – Percorsi inclusivi per il benessere integrale di ragazzi e ragazze”, un progetto lungo due anni rivolto a dodici minori in condizioni di fragilità economica, sociale o familiare. Un percorso gratuito che parte dalla pratica sportiva ma che prova ad andare oltre, mettendo insieme attività motorie, laboratori cognitivi, educazione emotiva e percorsi di manualità creativa.
Oltre lo sport
L'obiettivo dichiarato è quello di promuovere un benessere che non sia soltanto fisico. Perché se il corpo è il primo strumento attraverso cui i ragazzi imparano a stare al mondo, da solo non basta. Serve lavorare sulla capacità di relazionarsi, di riconoscere le proprie emozioni, di sviluppare fiducia nelle proprie possibilità.
A spiegare nel dettaglio la struttura del progetto è Alessandro Iaccino. «“Crescere con la boxe” è un percorso per il benessere integrale di ragazzi e ragazze». Al centro il pugilato giovanile, ma attorno alla pratica sportiva ruota un sistema più ampio di attività educative. «Per tutti e due gli anni saranno attivi un laboratorio di potenziamento delle abilità cognitive, affidato a una pedagogista, e un laboratorio di potenziamento emotivo condotto da una psicologa. A questi si aggiungerà un modulo dedicato alle abilità manuali, fondamentali anche nella pratica pugilistica, dove la coordinazione occhio-mano riveste un ruolo centrale».
La boxe, dunque, come motore di un percorso che guarda alla persona nella sua interezza. «Questo sport insegna innanzitutto a migliorare il rapporto con il proprio corpo e con se stessi», sottolinea Iaccino. «Aiuta a sviluppare autostima, insegna la disciplina e, soprattutto, il rispetto dell'avversario, che è uno dei valori fondanti del pugilato».
Una palestra atipica
Il progetto parte in questi giorni, ma la filosofia che lo guida è nel Dna della Boxe Popolare. Non a caso Gianfranco Tallarico definisce questa «una palestra atipica».
«Le palestre spesso rappresentano dei cliché. Vengono viste come contenitori nei quali si svolgono attività che nulla hanno a che fare con una cosa fondamentale che è la salute», spiega. «Questo progetto non ha l'obiettivo di insegnare il pugilato per diventare campioni del mondo. L'aspetto centrale è la crescita relazionale».
Una crescita che passa attraverso l'allenamento ma che non si esaurisce sul ring. Al fianco del team della Boxe Popolare lavoreranno la pedagogista Carmen Pontoriero, la psicologa Vittoria Morrone e il maestro liutaio Luca Tallarico.
Dietro c'è la consapevolezza maturata in anni di lavoro sul territorio, accanto a chi vive situazioni di difficoltà e disagio, compresi bambini e ragazzi con disturbi dello sviluppo. «Oggi c'è un sostegno istituzionale che permette di strutturare ulteriormente il lavoro, ma l'attenzione alle fragilità è sempre stata una caratteristica della Boxe Popolare», ricorda Iaccino.
Il progetto può infatti contare su fondi regionali e nazionali. A testimoniare l’attenzione delle istituzioni anche la presenza all’evento di presentazione del consigliere comunale Francesco Turco, in rappresentanza del sindaco Franz Caruso.
Sul ring della vita
La Boxe Popolare cerca di andare incontro alle fragilità economiche, ma non solo. «Spesso incontriamo ragazzi che soffrono una distanza sociale rispetto agli altri. Questa palestra è sempre stata un luogo dove le differenze non esistono. Chi entra qui dentro si accorge che molte delle paure e delle barriere che esistono all'esterno smettono di avere importanza. I ragazzi hanno l'opportunità di stare insieme senza percepire alcuna differenza tra loro», sottolinea Francesco Oliva, presidente dell’Asd Boxe Popolare.
Il pugilato, qui, viene maneggiato con cautela. «Il mondo degli sport da combattimento va preso con le pinze – sottolinea Gianfranco Tallarico –. Il nostro modo di intendere il pugilato passa attraverso valori precisi. Insegniamo la tecnica, la disciplina e tutto il resto, ma guardiamo sempre a bambini e ragazzi in quanto tali. Altrimenti si rischia di diventare come quelli che in altre parti d’Italia hanno allenato ragazzi che sono diventati dei mostri. Cerchiamo di aprire una finestra di ascolto perché chi si avvicina a questo sport spesso è perché ha qualcosa da dire».
Qui si insegna a stare sul ring, ma non solo su quello della palestra. È sul ring della vita che bisogna restare in piedi. Imparando a comprendere sé stessi e gli altri. Lo stesso principio che guida il laboratorio cognitivo e logico-matematico illustrato da Carmen Pontoriero. Un'attività che potrebbe sembrare distante dal pugilato ma che ne condivide la filosofia educativa.
«Il progetto unisce la parte cognitiva e quella emotiva», spiega. «L'obiettivo è evitare che un ragazzo arrivi a dire “non ce la faccio”. Imparando a conoscersi, a riconoscere i propri punti di forza e le proprie fragilità, si costruiscono strumenti che servono per affrontare la vita».
Il lavoro sarà concentrato sul potenziamento dell'attenzione, della memoria, delle capacità logiche e del problem solving. Un vero e proprio percorso di crescita personale.
«La logica è qualcosa che raramente viene allenato davvero, eppure serve sempre – evidenzia Pontoriero –. Significa connettere, trovare relazioni, costruire ragionamenti. I ragazzi non porteranno a casa una semplice procedura per risolvere un'equazione. Porteranno con sé una maggiore consapevolezza di quello che sono e di ciò che possono diventare».
Un ecosistema educativo
C'è una parola che, anche quando non viene pronunciata, rimbalza da una parete all'altra della palestra: connessione. Tra discipline diverse, tra professionisti, tra ragazzi e territorio. Carmen Pontoriero parla, a proposito della Boxe Popolare, di un «ecosistema educativo», in cui ogni elemento influenza l'altro e ogni persona ha un ruolo che influisce sulle vite altrui.
L'ambizione è quella di trasformare la Boxe Popolare in un vero Polo educativo territoriale. Un traguardo che è in parte già realtà. «Formalmente è un punto di arrivo, ma di fatto sul territorio siamo un punto di riferimento da diversi anni», dice Oliva. «Ci viene riconosciuto anche da realtà consolidate come l'Asp. Quando emergono situazioni di disagio, siamo tra le pochissime realtà cittadine in grado di offrire a questi ragazzi la possibilità di praticare una sana attività fisica all'interno di un contesto inclusivo».
Un lavoro che negli anni ha consentito all'associazione di crescere senza perdere la propria identità. Dalle origini in un centro sociale della periferia cosentina fino a diventare una realtà riconosciuta nel panorama sportivo e sociale cittadino. «Negli ultimi anni abbiamo percepito una maggiore attenzione anche da parte delle istituzioni», racconta Oliva. «Il dialogo esiste e il riconoscimento del lavoro svolto sta crescendo. Del resto il nostro contributo non riguarda soltanto i risultati sportivi, ma anche il welfare e le politiche di inclusione sociale».
Lo sguardo è anche alle trasformazioni che attraversano la società. «Oggi vediamo sempre meno bambini giocare nei cortili o ritrovarsi spontaneamente negli spazi pubblici. Molte relazioni passano attraverso uno schermo. Noi continuiamo a credere che la fisicità, il contatto umano e lo stare insieme abbiano un valore fondamentale».
In questo luogo lo sport è il punto di partenza, ma non il punto di arrivo. Perché imparare a tirare un pugno conta, sì, ma conta soprattutto imparare a tendere una mano a chi si trova all'angolo.

