Dopo il caso Cosenza, anche Lazio e Torino vedono crescere la contestazione contro le rispettive proprietà con la scelta simbolica di disertare le gare interne
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Quella che a Cosenza è diventata da inizio campionato una forma chiara di dissenso, adesso si vede anche in piazze storiche del calcio italiano come Roma e Torino. La scelta è la stessa, forte e rumorosa proprio perché silenziosa: lasciare vuoti i settori più caldi nelle partite casalinghe per contestare la proprietà. Una protesta che non colpisce la maglia, ma chi la gestisce. A Cosenza il tema è noto da mesi: finché ci sarà Guarascio i tifosi non saranno sugli spalti del “Marulla”. La frattura con la proprietà ha portato sia il tifo organizzato che i tifosi comuni a stare fuori dal Marulla, trasformando lo stadio semivuoto in un messaggio politico e identitario. La rottura ormai diventata strutturale e non episodica.
La situazione in casa Lazio
Nelle ultime settimane, qualcosa di molto simile è accaduto anche in casa Lazio. Il tifo organizzato biancoceleste ha scelto di non entrare all’Olimpico in più gare interne, proseguendo la contestazione contro la gestione societaria del Presidente Lotito. Stadio semivuoto, appelli della squadra ai tifosi per tornare sugli spalti ed una protesta confermata anche in vista di un appuntamento pesante come la semifinale di Coppa Italia che si giocherà mercoledì prossimo. Segnale chiaro: quando il dissenso arriva a superare perfino il richiamo delle partite che contano, significa che il malessere è profondo.
A Torino i granata dicono stop
Anche a Torino la Curva Maratona ha imboccato la stessa strada per protestare contro il Presidente Urbano Cairo. Prima lo sciopero del tifo annunciato con la curva lasciata vuota contro il Lecce, poi la conferma della protesta anche contro il Bologna, con i comunicati che spiegano la scelta come un “segnale” rivolto alla società. Non solo: dalle dichiarazioni emerse dopo Torino-Lecce, lo stesso Cairo ha ammesso il clima surreale allo stadio, parlando di una sensazione da trasferta. È il punto esatto in cui una contestazione smette di essere semplice malumore e diventa un fatto che incide sull’ambiente della squadra.
Un filo che unisce le tre piazze
Il filo che unisce Cosenza, Lazio e Torino è proprio questo. In tutte e tre le piazze il tifoso non rinuncia al proprio ruolo, lo ridefinisce. Non accetta più di essere ridotto a cornice o numero da botteghino e usa l’assenza come linguaggio. È una forma di pressione moderna, visibile subito, misurabile e impossibile da nascondere, perché lo stadio vuoto racconta più di qualsiasi comunicato. Per Cosenza, in fondo, c’è anche una lettura ulteriore. Quello che in riva al Crati sembrava un caso isolato, oggi appare invece dentro una tendenza nazionale: quando il rapporto tra tifoseria e proprietà si logora oltre un certo limite, la contestazione si trasferisce dagli striscioni ai seggiolini lasciati liberi. E il vuoto sugli spalti diventa il pieno di un messaggio che attraversa categorie, città e storie diverse, ma con lo stesso cuore: difendere l’identità del proprio club.

