La consulenza tecnica d’ufficio ha ricostruito anche il passaggio della paziente dal Santa Barbara di Rogliano al Policlinico universitario “Germaneto” di Catanzaro, evidenziando che le infezioni nosocomiali non furono rilevate soltanto nella prima fase del ricovero. Secondo i consulenti Silvio Berardo Cavalcanti, medico legale, ed Eros Carlo Aloe, specialista in Igiene e Medicina preventiva, durante la degenza a Catanzaro furono infatti isolati ulteriori patogeni, indicati come infezioni correlate all’assistenza.

Il caso è quello del paziente deceduto il 18 gennaio 2021, dopo un ricovero iniziato il 20 dicembre 2020 per una grave insufficienza respiratoria legata al Covid-19. Il Tribunale civile di Cosenza, con sentenza del giudice monocratico Maria Giovanna De Marco, ha condannato l’Azienda ospedaliera convenuta a risarcire i familiari con oltre 1,1 milioni di euro, oltre interessi e spese di lite.

Secondo la ricostruzione accolta in sentenza, il paziente arrivò in pronto soccorso con dispnea e positività al tampone antigenico. La Tac del torace documentò un quadro compatibile con polmonite interstiziale da Covid-19, con interessamento di almeno il 50 per cento del parenchima polmonare. Le condizioni cliniche portarono al trasferimento in codice rosso, all’ossigenoterapia, all’uso del casco NIV, all’intubazione orotracheale e alla ventilazione meccanica.

Il 26 dicembre 2020, per il peggioramento del quadro respiratorio, fu disposto il trasferimento al reparto di Anestesia e Rianimazione del Policlinico universitario di Germaneto. È proprio in questa fase che la Ctu ha valorizzato un ulteriore elemento: all’ingresso nella struttura catanzarese, il tampone faringeo risultò positivo a Klebsiella pneumoniae e Acinetobacter baumannii, mentre un prelievo da catetere venoso centrale diede esito positivo per sepsi da Staphylococcus epidermidis.

Durante la degenza a Catanzaro furono poi rilevati altri microrganismi. Il 30 dicembre 2020, un broncolavaggio confermò la presenza di Klebsiella e Acinetobacter. Successivamente, le emocolture evidenziarono Staphylococcus haemolyticus il 4 gennaio 2021 e Staphylococcus capitis l’8 gennaio 2021.

Nella consulenza viene affermato che «anche presso la Rianimazione del Policlinico Universitario il paziente contraeva infezioni correlate alla assistenza». Il dato assume rilievo perché, secondo quanto evidenziato dai consulenti, a Catanzaro emersero patogeni non presenti all’ingresso in quella struttura.

Il punto centrale, però, resta il nesso tra le infezioni ospedaliere e il decesso. La Ctu non ha escluso la gravità del Covid-19, indicato come causa prioritaria della morte, ma ha ritenuto che le infezioni nosocomiali abbiano aggravato il quadro clinico. Nelle considerazioni medico-legali si legge che «non si può negare che la suddetta infezione nosocomiale abbia influenzato le condizioni generali del soggetto assurgendo al ruolo di concausa sopravvenuta».

Nelle conclusioni, i periti hanno chiarito che la morte è riconducibile prioritariamente al virus, ma che la situazione clinica fu aggravata da infezioni nosocomiali contratte sia presso l’Azienda ospedaliera di Cosenza sia presso il Policlinico universitario catanzarese, quest’ultimo non convenuto in giudizio. Le infezioni, secondo la Ctu, «assurgono al ruolo di concausa sopravvenuta nel determinismo dell’evento morte».

È su questo quadro tecnico che il Tribunale civile di Cosenza ha fondato la condanna risarcitoria nei confronti dell’Azienda ospedaliera convenuta. Per il giudice, l’origine nosocomiale delle infezioni è indicativa, in assenza di una spiegazione alternativa, di una non corretta adesione alle prescrizioni volte a garantire l’asepsi degli ambienti e delle strumentazioni utilizzate.

La sentenza emessa dal tribunale di Cosenza richiama anche la criticità segnalata dai consulenti sull’assenza di un ricontrollo microbiologico mediante ripetizione degli esami colturali su sangue. In particolare, il Tribunale ha valorizzato il passaggio in cui i consulenti hanno affermato che «il comportamento che l’Azienda ospedaliera avrebbe dovuto tenere, se fosse stato attuato, avrebbe impedito l’evento morte, tenuto conto di tutte le risultanze del caso concreto».

Sul piano risarcitorio, il Tribunale ha riconosciuto il danno non patrimoniale alla moglie e ai figli della paziente, applicando le tabelle del Tribunale di Milano aggiornate al 2024. Alla moglie è stata liquidata la somma di 289.414 euro. A due figli non conviventi sono stati riconosciuti 242.482 euro ciascuno, mentre a un altro figlio convivente è stata riconosciuta la somma di 312.880 euro.

Accolta anche, in parte, la domanda relativa a uno dei nipoti, al quale sono stati riconosciuti 59.430 euro per il rapporto quotidiano e intenso con il nonno. Sono state invece respinte le richieste risarcitorie delle nuore e di un altro nipote nato dopo il decesso.

Di seguito la precisazione del sindaco di Rogliano Altomare.

Non riguarda l’ospedale “Santa Barbara” di Rogliano il caso che ha portato alla condanna dell’Azienda ospedaliera di Cosenza al risarcimento di oltre un milione di euro ai familiari di un paziente deceduto durante la pandemia. A chiarirlo è il sindaco Giovanni Altomare, intervenuto dopo la diffusione della notizia, a difesa del buon nome del presidio. L’equivoco – spiega – nasce da un errore materiale riportato nelle prime righe della sentenza, dove l’Azienda viene indicata come “Santa Barbara”. In realtà, la denominazione corretta è Azienda ospedaliera di Cosenza, che comprende i presı̀di dell’Annunziata e del Mariano Santo della città capoluogo, oltre al Santa Barbara di Rogliano. Proprio questo passaggio avrebbe generato confusione, inducendo a ritenere coinvolto il presidio roglianese, che, invece, non è mai stato interessato dalla vicenda. Il paziente, 62 anni, è giunto il 20 dicembre 2020 al Pronto soccorso dell’ospedale dell’Annunziata di Cosenza, da dove è stato trasferito nel reparto di rianimazione della stessa struttura. Dopo sei giorni di ricovero è stato poi trasferito al Policlinico di Germaneto. “Il Santa Barbara di Rogliano – precisa il sindaco – non dispone di Pronto soccorso da oltre dieci anni e il paziente non vi è mai transitato”. La sentenza, che ha disposto il risarcimento in favore dei familiari, riguarda, quindi, fatti avvenuti in altre strutture dell’Azienda ospedaliera. Altomare ribadisce che l’ospedale di Rogliano non è stato coinvolto nel caso e che non ha mai avuto rilievi di sorta per malasanità. Tutt’altro. Il nostro ospedale è stato da sempre apprezzato per la riconosciuta qualità delle sue prestazioni: questa è storia. “Durante l’emergenza Covid – aggiunge, inine, Altomare – il presidio ha svolto il proprio ruolo con generoso impegno e professionalità, senza episodi riconducibili alla vicenda oggetto del giudizio. Basti dire che il personale tutto è stato sempre in servizio dall’inizio alla ine dell’emergenza, fase affrontata lodevolmente nonostante le note dificoltà.